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La Cina minaccia 3,5 milioni di posti di lavoro nella UE e oltre 400 mila in Italia


28/09/2015

di Artemisia


La Cina è sempre più una minaccia per il Vecchio Continente e soprattutto per l'Italia. Il Dragone attende solo di avere il riconoscimento di “Economia di Mercato” (MES) per mettere il turbo alla conquista dei mercati, con gravi danni per l'economia europea e per il Made in Italy. L'invasione dei prodotti cinesi, infatti, causerebbe una perdita fino a 3,5 milioni di posti di lavoro nell'UE e fino a 416.200 solo in Italia. Il rapporto dell'Economic Policy Institute (EPI) recentemente presentato a Bruxelles ha calcolato che per l'economia europea la perdita arriverebbe fino al 2% del Pil.
Sono mesi che Pechino sta effettuando un pressing serrato a Bruxelles per ottenere l’ambito riconoscimento di “Economia di Mercato”. Questo renderebbe inutilizzabili gran parte degli strumenti di difesa commerciale oggi a disposizione dell’Europa, come l’antidumping, con un grave danno per la competitività delle industrie manifatturiere europee.
Se l’antidumping smetterà di essere uno strumento efficace, le merci cinesi inonderanno i mercati ancor più di quello che stanno facendo ora. Il rischio reale è che nostri interi settori industriali subiscano una ingiusta concorrenza, con un ridimensionamento della capacità produttiva a scapito dell’occupazione e del buon andamento dell’economia. Non bisogna dimenticare che oggi circa cinquanta provvedimenti antidumping sono in vigore in Europa. Ed è necessario ricordare anche che la Cina si è già vista rifiutare lo status di “Economia di Mercato” da Stati Uniti, Canada, Giappone e India. Per le industrie dell’Europa perdere lo strumento di difesa dell’antidumping significherebbe dover combattere ad armi spuntate contro un sistema economico profondamente diverso da quello Occidentale: l’economia di mercato socialista. I vantaggi del modello cinese sono noti: proprietà e piena disponibilità da parte dello Stato di industrie e risorse strategiche, limiti alla proprietà e agli investimenti per gli stranieri, manipolazione della valuta, assenza di libera competizione, poca attenzione al rispetto dei diritti di proprietà, gestione statale dei mercati e distorsioni dei costi e dei prezzi. Ciò significa che già oggi le imprese europee, ed occidentali in generale, soffrono di una concorrenza sleale. La partita che si gioca a Bruxelles coinvolge politici e rappresentati delle imprese europee che cercheranno di ostacolare la nota concessione alla Cina. Tra i politici interessati ci sarebbe anche Romano Prodi che, voci di corridoio, affermano sia già stato sentito dalla Commissione Commercio Internazionale (INTA) del Parlamento europeo per esprimere un parere circa la possibile concessione di status di “Economia di Mercato” alla Cina. Non sono note le dichiarazioni espresse dal Professore. La guerra commerciale tra Pechino e Bruxelles è di dimensioni molto più vaste dell’ottenimento dello status MES.
La Cina è già entrata nel cuore del Mediterraneo con la società di navigazione Cosco che, di fatto, ha acquistato il porto greco del Pireo. Così le merci provenienti da Oriente, giundendo ad Atene e viaggiando lungo un braccio ferroviario che attraversa l'Europa balcanica, possono essere facilmente sdoganate e diventare intraeuropee rendendo difficili i successivi controlli. Atene è quindi il cavallo di Troia dei cinesi in Europa, che nell’ambito di una politica di controllo delle rotte marittime commerciali ha recentemente stretto ottimi rapporti con Gibuti, il piccolo Paese africano porta di entrata del canale di Suez. La partita tra Cina e Europa comprende anche il nodo delle infrastrutture: la costituzione dell’"Asian Infrastructure Investment" (partecipata da cinque Paesi dell’Europa), il progetto “One belt one road”, la “Nuova Via della Seta” sono piani che valgono alcune centinaia di miliardi di euro e che fanno gola all'Europa.
AGI China racconta che nel 2014 gli investimenti cinesi all'estero hanno superato la soglia dei cento miliardi di dollari, raggiungendo quota 102,9 miliardi, e che per il 2015 il Paese si è posto l'obiettivo di arrivare a 113, con un aumento del 10% su base annua. Va aggiunto poi che degli 870 miliardi di dollari di investimenti cinesi totali nel mondo, circa 400 sono stati destinati al settore dell'energia, 134 a quello dei trasporti e delle infrastrutture e 6,3 alle acquisizioni di industrie ad elevato valore aggiunto. Secondo i dati raccolti da Reuters, il Bel Paese è il secondo mercato di riferimento per gli investimenti cinesi in Europa e il quinto su scala mondiale.
L'elenco delle partecipazioni cinesi in Italia, infatti, è lunghissimo ed estremamente diversificato. Prima di occuparsi dei grandi gruppi nazionali Pechino ha acquistato quote o rilevato aziende in ogni possibile settore. Solo per citare qualche esempio, nel 2012 sono state aggiunte al carrello orientale il Gruppo Ferretti, che produce yacht di lusso, la De Tomaso Automobili SpA, l'azienda alimentare Fiorucci (già passata in mani prima spagnole poi americane) e la moda di Miss Sixty. Un paio di anni prima la Cina aveva messo le mani sulla moda da uomo firmata Cerruti, sui prodotti in pelle di Desmo, sulle motociclette Benelli e su decine di piccole e medie imprese.

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