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La Cina scopre lo stallo economico

Per la prima volta il governo del Dragone deve rivedere le proprie stime iniziando quello che per gli analisti potrebbe essere un percorso di stabilizzazione


04/03/2019

di Damiano Pignalosa


Ormai sono anni che i fari sono puntati sullo strapotere economico cinese che è riuscito, relativamente in poco tempo, a diventare insieme agli Stati Uniti un punto di riferimento per tutte le altre nazioni del globo. Una crescita incredibile che si credeva non potesse avere fine almeno nel breve periodo, ma tutte le favole hanno anche delle parti oscure che prima o poi vengono a galla.
Rallentamento asiatico
Dalle ultime rilevazioni emerge come l’andamento economico mondiale stia peggiorando, ma quello che non si attendeva è che questo fenomeno stesse avvenendo molto rapidamente in Asia: Cina e Giappone hanno mostrato una flessione marcata dell'attività industriale a gennaio 2019, dalla quale emerge la stretta dipendenza dell'economia giapponese dall'andamento di quella del suo dirimpettaio. I problemi della Cina non sono solo connessi alla produzione; di recente anche gli equilibri finanziari con l'estero della seconda economia globale stanno mostrando segni di fragilità ed una crescente dipendenza dall'afflusso di capitali esteri che hanno rallentato il loro cammino verso il dragone.
Questo fenomeno è ricollegabile innanzitutto ad una riduzione dell'avanzo commerciale. Si tratta di un trend di lungo periodo che ha cause molteplici: da un lato l'erosione della competitività cinese sui mercati mondiali a causa dell'aumento dei salari e della crescita della concorrenza estera sulla produzione manifatturiera a basso costo e dall'altro la crescente dipendenza dall'importazione di petrolio e materie prime con prezzi volatili.
Difesa dello Yuan
A questo bisogna aggiunge un dato fondamentale, la svalutazione dello Yuan del 2015 e l'abbandono del cambio fisso con il Dollaro. Non c’è dubbio che questa mossa abbia impresso una crescita del surplus commerciale nel breve termine così come avveniva negli anni precedenti che attestava un riallineamento competitivo. Ma non è tutto oro quel che luccica visto che dal 2016 l'erosione del surplus commerciale cinese è ripresa nonostante la debolezza relativa dello Yuan.
L'immenso accumulo delle riserve valutarie connesso al surplus commerciale, che negli anni di boom avveniva al ritmo del +15% annuo del PIL ed aveva raggiunto al picco il valore di 4.000 miliardi di $, si è oramai esaurito. Dal 2015 la Cina sperimenta una ridistribuzione delle riserve per via della strategia di difesa del tasso di cambio messa in atto dalla Banca Centrale. La People Bank of China (PBOC) vende cioè titoli esteri per acquistare Yuan, sostenendo artificialmente la domanda di valuta nazionale e quindi il tasso di cambio con il Dollaro. In altri termini il cambio Yuan/ Dollaro, che comunque si è indebolito del 7% circa in 3 anni, sarebbe stato molto più elevato in assenza degli interventi della PBOC.
Vendita del debito dei privati all’estero
Questa forte campagna di supporto del cambio monetario ha fatto sì che il governo non si potesse più schierare in prima linea verso le proprie imprese. Proprio per questo motivo il debito dei privati, cioè delle aziende, ha iniziato ad essere venduto all’estero verso i grossi investitori che hanno puntato un bel po’ di fiches sulla forza di crescita delle società cinesi, ma una volta arrivato il rallentamento produttivo-economico, anche questo tipo di investimento è diminuito, iniziando a far mancare quel po’ di ossigeno che serve alle imprese per mantenere dei livelli così alti di competitività. A tutto questo bisogna aggiungere le difficoltà sugli scambi commerciali venuti a galla con gli Stati Uniti, uno dei principali partner cinese, ed ecco che dal nulla affiora un quadro non proprio roseo della superpotenza che tanto ha incantato il mondo.
Effetto cinese sull’Europa
Se la Cina rallenta, anche le superpotenze europee devono fare i conti con una diminuzione delle esportazioni verso il Paese asiatico che per molti anni ha assicurato grossi volumi di scambio. Dopo essere stata invasa da miliardi di prodotti cinesi a basso costo l’Europa negli anni ha deciso di combattere nel mondo sbagliato la concorrenza del dragone. Per alcune materie come l’acciaio ha tirato fuori dal cilindro troppo tardi una legge come l’unti dumping che limitava l’ingresso di questo prodotto Made in China oltre il 30% del mercato globale, in modo tale da impedire che si creasse una sorta di monopolio asiatico che nel frattempo aveva già fatto il bello e il cattivo tempo su tutto il territorio Ue decretando la fine di moltissime attività del settore. Un’altra mossa europea è stata quello di abbassare il costo della manodopera per aumentare la competitività. In questo modo, mentre il costo della vita aumentava come qualsiasi ciclo storico- economico, i salari rimanevano stabili o addirittura inferiori al passato, creando in questo modo una enorme sacca di povertà formata da tantissimi individui specializzati o laureati, pronti a fare di tutto per accaparrarsi un singolo posto di lavoro pagato il minimo possibile.
Una corsa verso il tempo per contrastare la dipendenza asiatica che ha portato più vittime e ingiustizie che benefici. Mentre in qualche modo i cinesi o i giapponesi troveranno la soluzione per uscire dai loro problemi, noi abbiamo deciso deliberatamente di affondare in sabbie mobili da cui è estremamente difficile divincolarsi. Questo rallentamento del dragone dev’essere per tutti di insegnamento, facendo capire che la competitività non si combatte sul basso costo della manodopera ma sulla qualità e sul posizionamento della produzione stessa. Il tempo scorre inesorabile ed è ora di tornare a marciare in positivo…

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