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L’Italia non riparte perché la classe politica è miope: guarda all'oggi, ma non al domani

Secondo l’economista Piero Alessandrini non è l’euro né l’instabilità politica la causa della stagnazione, ma la nostra colpevole acquiescenza ad accettare questo stato di cose. I Governi cambiano, ma la formula è la stessa: tassa e spendi, spendi e tassa, senza alcuna visione e prospettiva a lungo termine


09/12/2019

di Giambattista Pepi


Pietro Alessandrini

Non è l’euro né l’instabilità politica a frenare l’Italia, ma siamo noi stessi con la nostra colpevole acquiescenza. Se l’Italia ha una crescita impalpabile, i cittadini devono prendersela con la classe politica che non ha una visione, non guarda in prospettiva, ma è preoccupata della ricerca del consenso ad ogni costo. Per cui cambiano i Governi ma la musica è sempre la stessa: si va avanti con la solita formula “tassa e spendi, spendi e tassa”, mentre il debito pubblico cresce e gli investimenti sono bloccati dalla burocrazia e dalla giustizia lentissime. 
È questo il giudizio di Piero Alessandrini, professore emerito di Politica economica all’Università Politecnica delle Marche, sull’attuale fase della nostra economia, che va avanti per inerzia, una delle ultime al mondo, mentre il Governo è paralizzato dalla litigiosità dei partner della maggioranza e le opposizioni invocano nuove elezioni per cambiare il corso delle cose.

Il passo dell’economia si mantiene ai margini della stagnazione, con aumenti dello 0,1% a trimestre. Come ha confermato l’Istat. La recessione è stata quindi sfiorata quest’anno, e i dati di fine 2019-inizio 2020 non dovrebbero evidenziare accelerazioni. Questo Paese ha smarrito la strada della crescita. Perché? 
È un problema non solo congiunturale. Non riguarda solo l’ultimo trimestre o quadrimestre, ma sono almeno venti anni che il tasso di sviluppo italiano non è in recessione nella media del lungo periodo, ma è molto più basso rispetto ai 20 – 30 anni precedenti. Siamo entrati in una fase in cui fare sviluppo è diventato più difficile e il Paese dimostra di non reggere il livello della competitività internazionale che richiederebbe un livello di produttività molto più alto di quello che abbiamo noi.

Numeri che se confrontati con quelli europei evidenziano la debolezza dell'economia italiana. In base alle previsioni di autunno della Commissione europea, il Pil dell’area euro è atteso crescere dell’1,1% quest'anno (in decisa decelerazione dall’1,9% nel 2018) e poi stabilizzarsi l’anno successivo (+1,2%). L’Italia è come un’auto che va avanti ma con il freno tirato… 
Più che un freno a mano, è come un’auto con un minor numero di cavalli, cioè minore potenza, minore potenziale di crescita e oltretutto questo potenziale di crescita non riusciamo a sfruttarlo al meglio. Noi abbiamo dei vincoli che ormai si stanno verificando nel lungo periodo come dei veri freni allo sviluppo.

Lo stato d’animo dominante tra il 65% degli italiani è l’incertezza. È quanto rileva il Censis nell’ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. L’incertezza deriva dalla mancanza della fiducia? Gli italiani non hanno fiducia nelle Istituzioni? Non hanno più fiducia verso sé stessi? 
Succede che noi, ma con noi l’Europa e tutto il mondo, stiamo faticosamente uscendo dalla più grande crisi che si sia mai verificata negli ultimi 150 anni, più grande e più prolungata rispetto a quella degli anni Trenta del Novecento. Le crisi sono come le malattie che colpiscono di più gli organismi più deboli e peggio strutturati come il nostro paese. Pensi che mentre gli Stati Uniti sono da anni usciti dalla crisi, al punto che si è temuto che potessero ricadere in recessione, speriamo di no, noi dobbiamo ancora smaltire i postumi della prima. Siamo un Paese in convalescenze. E questo dimostra tutte le nostre debolezze e i nostri affanni. 
A proposito di Stati Uniti, fa specie apprendere che mentre l’ufficio statale delle statistiche del lavoro L’US Bureau of ha comunicato che, nel mese di novembre, sono stati creati, nei settori non agricoli, 266 mila nuovi posti di lavoro, ben superiori rispetto alle stime con il tasso di disoccupazione sceso dal 3,6% al 3,5%, al minimo storico.  Il nostro è al 9,7%, ma in alcune aree del Sud, sale sopra il 10%, per non parlare di quello giovanile ben sopra il 30%. Sia pure con le differenze tra i due paesi, questo dà la misura di quanto sia ampio il divario tra noi e la principale economia del mondo e conferma che noi non siamo ancora usciti dalla Grande Crisi che ci ha colpito. 
Certamente. Un po’ è tutta l’Europa che non sta messa bene. Francia e Germania hanno accusato delle difficoltà, ma soprattutto l’Italia – considerata durante la crisi uno dei cinque paesi periferici dell’Europa fortemente a rischio assieme a Portogallo, Irlanda, Spagna, e Grecia, anche se quest’ultima ha usufruito di un programma di assistenza finanziaria – è quella che manifesta maggiori problemi di tenuta della sua economia. Si è parlato nella comunità degli economisti di stabilità politica, ma non è questa la vera causa: la Spagna è avanti a noi per crescita del Pil, nonostante l’instabilità politica tante volte evocata in passato per giustificare la crescita insufficiente sia ben maggiore di quella nostra.

La cosa abbastanza sorprendente è che la Grecia, una piccola economia rispetto alla nostra, con il debito pubblico più elevato tra i Paesi Ue che ha beneficiato negli anni della crisi di prestiti per complessivi 288 miliardi di euro attraverso l’intesa tra Commissione europea, Bce e Fondo Monetario Internazionale (in minor misura ne hanno beneficiato anche Portogallo, Irlanda, Spagna e Cipro) è quello il cui Pil è atteso in crescita del 3,4% nel 2020. Noi che non ne abbiamo usufruito, perché si dice che non ne avevamo bisogno, siamo addirittura dietro i greci con un ridicolo +0,2% a fine 2019. Eppure siamo la terza economia in Europa e tra i primi dieci Paesi industrializzati del mondo. È un paradosso. Come si spiega? 
Però non dimentichiamo che abbiamo uno dei debiti pubblici più alti a mondo. I greci, purtroppo per loro, hanno subito una cura chirurgica, demolitiva, per cui se ce l’hanno fatta a sopravvivere vuol dire che la cura è servita. Hanno fatto veri sacrifici, hanno fatto veri tagli, hanno fatto grandi rinunce, e dopo un percorso di lacrime e sangue, sono riusciti a superare un periodo di enormi difficoltà. Finché non fu varato e accettato da Atene il programma di assistenza, che subordinava l’erogazione dei finanziamenti al soddisfacimento di condizioni molto pesanti, si era temuto addirittura che lo Stato greco potesse fallire. L’Italia no. Traccheggia. Prende tempo. Si barcamena con i postumi della Grande Crisi, però ancora non abbiamo fatto gli aggiustamenti strutturali necessari per permetterci di ripartire. Quello ad esempio del debito pubblico, che dovrebbe essere gradualmente ridotto, ma di fatto non lo abbiamo mai fatto. E il debito rappresenta un vincolo perché per uscire dalla crisi occorrerebbe una politica fiscale espansiva, ma non possiamo permettercelo perché, come si sta vedendo, cambiano i governi ma la ricetta è sempre la stessa: tassare, cosa e quanto tassare, e come spendere. Mentre occorrerebbe fare risparmi di spesa, ma per ridurre il nostro debito, non da destinare a nuove spese. Abbiamo spazi fiscali molto ridotti.

Qual è il male oscuro dell’Italia? 
Il male oscuro è la lentezza dovuta al fatto che viviamo con un orizzonte temporale molto breve. Non c’è la vista lunga e questo riguarda i Governi. C’è un’ossessiva ricerca del consenso a breve termine e non si fanno investimenti. Quindi dato che abbiamo un grande debito pubblico e vincoli fiscali, si dovrebbe e potrebbe fare meglio con la spesa pubblica. Non aumentandola, ma ricomponendola e accelerandola. Ad esempio le infrastrutture che vengono programmate, ma tardivamente realizzate con effetti estremamente risibili sullo sviluppo. Certo l’euro ci espone di più alla concorrenza internazionale. Non è, però, colpa dell’euro, ma nostra che non riusciamo a fare i cosiddetti compiti a casa. Cioè riuscire a mettere ordine a casa nostra. Burocrazia e giustizia lente. Gli imprenditori vengono e poi vengono scoraggiati e se ne vanno. 

E, a proposito di euro, c’è una minoranza di italiani convinti che l’euro ci abbia danneggiati. Secondo lei la moneta unica ci ha fatto bene o male? 
L’euro ci ha fatto bene. Ci ha innalzato l’asticella sul sentiero della competitività visto che non abbiamo potuto più contare sul meccanismo della svalutazione del tasso di cambio. Grazie all’euro abbiamo tassi di interesse molto bassi, gravano di meno sulla spesa in conto interessi sul debito pubblico. Abbiamo avuto u tasso di inflazione bassissimo. Non possiamo essere nostalgici della lira, che eravamo costretti a svalutare di continuo per non far perdere competitività alle nostre imprese, ma ciò si rifletteva sull’aumento dell’inflazione. E l’inflazione è la più subdola delle forme di tassazione che possono esistere, perché non ci si rende conto ce aumentando si riduce il potere di acquisto della nostra valuta. 
Essendo il nostro un Paese trasformatore, se non avessimo l’euro, ci costerebbe di più importare la materia prima pagandola con la nostra vecchia valuta. Ben venga l’euro, ma è un sistema ancora da portare a termine. Quindi c’è ancora molto da fare per avere risultati migliori da un’Unione monetaria. Immagini che cosa sarebbe successo durante l’ultima crisi se avessimo avuto la lira. Avremmo avuto degli sconquassi incredibili in termini di inflazione e di svalutazione.

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