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La Libia ripiomba nel terrore, ma si spera nella tregua sottoscritta a più voci


03/09/2018

di Damiano Pignalosa


Dopo alcuni giorni di combattimenti a Tripoli, che hanno provocato almeno 60 morti e oltre 160 feriti, le milizie libiche hanno raggiunto un accordo per deporre le armi. Una tregua, si spera solida, auspicata da Italia, Francia, Gran Bretagna e Usa e raggiunta al tavolo convocato dall'Onu, intorno al quale si sono seduti tutti i gruppi armati coinvolti nel conflitto.
La Libia si trova in una situazione di caos dalla fine della guerra del 2011 che portò all’uccisione dell’ex presidente Muammar Gheddafi e all’emergere di centinaia di milizie che ancora oggi si dividono in controllo del Paese. Nonostante la comunità internazionale sostenga il primo ministro libico Serraj, il governo di accordo nazionale controlla solo una porzione del Paese, tra cui la zona di Tripoli: è un governo molto debole, che non può contare nemmeno su un vero e proprio esercito e che finora ha dimostrato di non essere in grado di imporre il proprio controllo su tutta la Libia. 
Nei giorni scorsi il Presidente libico Fayez Serraj aveva deciso di chiedere aiuto a una potente milizia di Misurata per proteggere il suo governo dagli scontri che dal 27 agosto paralizzano Tripoli. Serraj e il suo vice Ahmed Maitig (esponente di Misurata) avevano valutato che fosse necessario chiedere al generale Mohammad al Zain, capo della “Forza Antiterrorismo”, di avvicinarsi a Tripoli. Dopo l’evasione di 400 detenuti, la Settima Brigata si era resa autonoma dal Governo di accordo nazionale di Sarraj e aveva attaccato le altre milizie armate, accusate di corruzione. A fronteggiarla, una serie di sezioni che formano unità speciali dei ministeri dell'Interno e della Difesa del governo di Sarraj: le Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, la Forza speciale di Dissuasione (Rada), la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawasi, che ricevono finanziamenti dall'Ue.
Domenica pomeriggio una nave dell'Eni aveva evacuato alcuni tecnici impiegati nei terminali e pozzi legati al complesso di Mellitah e alcuni militari a fine turno assieme a dipendenti dell'ambasciata: una misura puramente precauzionale, considerando che l’unico aeroporto di Tripoli rimane chiuso.
In qualsiasi modo si analizzi la situazione, non si può non pensare che l’uccisione di Gheddafi guidata da Sarkozy con l’avvallo di Inghilterra e Germania non abbia fatto altro che lanciare l’intero Paese nel caos più totale. Gli interessi economici, soprattutto delle compagnie petrolifere d’oltralpe, hanno dato il via ad un’escalation di eventi che hanno portato soltanto morte e disperazione. Da quel giorno la Libia è diventata il ponte tra Africa ed Europa dove le vite delle persone non venivano salvate, ma barattate in cambio di euro con le ONG europee che con le mentite spoglie dell’accoglienza facevano accordi con terroristi e scafisti libici. È arrivato il momento di dire basta a questo scempio. Chi è stato fautore di tutto questo dovrà rispondere delle proprie azioni e garantire a tutto il popolo libico l’immediata messa in sicurezza di tutto il Paese, dando pieno potere ad un governo capace di gestire nel migliore dei modi l’emergenza che attanaglia l’intera popolazione ormai da troppi anni.

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