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La "Nonnitudine", una strana malattia che cambia il modo di stare al mondo

Torna sugli scaffali Fulvio Ervas spiazzando, ancora una volta, il lettore. In altre parole giocando a rimpiattino sul profondo rapporto che i nonni instaurano con i nipotini. Un legame portatore di una energia che potrebbe servire un giorno per ricominciare…


13/11/2017

di Massimo Mistero


Una penna che graffia scavando nel quotidiano, un funambolo della parola dallo stile inconfondibile arrivato bene e spesso ai vertici delle classifiche di vendita. Ovvero l’eclettico Fulvio Ervas (“Un cognome di origine austro-ungarica che si rifà alla seconda metà dell’Ottocento quando i miei avi, spinti dal vento dell’impero, approdarono in Veneto”); un autore tradotto in nove lingue e collezionista di riconoscimenti, come il Premio Anima e il Viadana giovani, oltre ad essersi guadagnato la stima degli ascoltatori di Fahrenheit Rai Radio3 (Libro dell’anno 2012). 
Lui che nel 1999 aveva scritto a quattro mani il romanzo La lotteria con il quale la sorella Luisa (“Che lo aveva presentato a suo nome”) si era aggiudicata, ex aequo con Paola Mastrocola, la dodicesima edizione del premio Italo Calvino. Un lavoro rimasto a lungo in un cassetto, tanto è vero che sarebbe stato dato alle stampe soltanto nel 2005, sempre a firma della sorella. Con la quale, invece, l’anno successivo (“Il nostro è un rapporto solido”, tiene a precisare) avrebbe pubblicato Commesse di Treviso: il primo dei sette gialli ambientati nel Nord-Est con protagonista l’ispettore Stucky: un curioso e divertente personaggio, mezzo persiano e mezzo veneto, che si muove all’insegna dell’ironia nell’ambito di storie “dove il sangue scorre più nelle vene che sui marciapiedi”. 
Un protagonista che tornerà presto in scena in quanto sponsorizzato dal giovane regista Antonio Padoan, nativo di Conegliano, “il quale - di ritorno da una esperienza a stelle e strisce nel campo degli spot pubblicitari - ha portato sul grande schermo il mio romanzo Finché c’è prosecco c’è speranza, uscito in questi giorni nelle sale con l’interpretazione di Giuseppe Battiston”.  E questo nuovo libro “lo intendo ambientare a Porto Marghera. Anche se in realtà, a fronte di una trentina di pagine già scritte, mi sto ancora documentando. Tuttavia, una volta completate le relative dinamiche, provvederò in fretta al suo completamento dal momento che scrivo a raffica”).  
Ervas, si diceva. Nato a San Donà di Piave, nell’entroterra veneziano, il 23 luglio 1955, “senza sapere che Einstein era appena morto”. E quando ne avrà coscienza, si iscriverà a un liceo con l’idea di portarsi a casa una cultura scientifica. Tuttavia, attratto da “tutti gli animali diversi dall’uomo”, in abbinata alle particelle elementari e ai frutti selvatici (“Con more, lamponi e mirtilli del mio orto ci scappano eccellenti marmellate per mano di mia moglie Paola”), finirà per laurearsi in Scienze agrarie con una tesi sulla Salvaguardia della mucca Burlina
In seguito si sarebbe dedicato all’insegnamento di Scienze naturali “nell’Impero della pubblica istruzione” (esperienza alla quale avrebbe dedicato, nel 2009, Follia docente). Professione che lo vede da 28 anni pendolare in quel di Mestre (lui abita infatti a Ifrana, un paesotto a 15 chilometri da Treviso) in quanto si trova felicemente accasato in un liceo dotato di “un bel laboratorio di chimica e gestito da una prima guida come si deve”. 
Che altro? Un paio di occhi azzurri usati soprattutto per guardare. Magari cercando, nelle ore libere, i funghi che “non sono mai abbastanza”. In altre parole la sua passione infinita. Con il ricordo più che mai vivo delle ultime camminate nei boschi con la madre, che due primavere fa - quando aveva 79 anni - “andava ancora a ballare quattro volte alla settimana e che poi, da un giorno all’altro, si è trovata bisognosa di una badante…”. 
Passione allargata, dopo aver all’improvviso accantonato due lustri fa la canna da pesca, a qualche “rilassante manutenzione del corpo a base di yoga” e soprattutto alla coltivazione di un orto a suo dire sontuoso (quasi seicento metri quadrati) che vanga personalmente e che gli consente di evitare la spesa dall’ortolano. Per non parlare del piacere per la lettura (con una preferenza rivolta ai testi scientifici, fermo restando un debole dichiarato per Cesare Pavese, un buon feeling con George Simenon e una vicinanza particolare con la giallista francese Fred Vargas, pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau) nonché della voglia matta di scrivere nuove storie (complessivamente siamo arrivati a quota tredici). 
Magari addentrandosi, con grande umanità abbinata a una intrigante profondità, fra le pieghe dell’autismo. Raccontando in Se ti abbraccio non aver paura l’avventuroso viaggio di un padre (Franco) con il figlio (Andrea Antonello) alle prese con i suoi tanti problemi. Una tematica, quella della salute, poi ripresa in Tu non tacere, un romanzo che a sua volta prende spunto da una storia vera. 
A questo punto - tratteggiata come merita la figura dell’autore (un uomo dal carattere riservato, al quale non piace stare “al centro delle cose” e per il quale “la parola data ha un valore assoluto”) - passiamo al suo ultimo lavoro, Nonnitudine (Marcos Y Marcos, pagg. 252, euro 18,00), un romanzo che si nutre di una strana malattia, che cambia il modo di stare al mondo. “E che mi è stato suggerito dai primi due anni di vita del mio nipotino, figlio di mia figlia Eva, che mi ha letteralmente fatto perdere la testa insegnandomi le sue piccole cose”. Forse conscio che il declino dei vecchi si fa più evidente e i nipotini sono sempre meno. Il che si traduce “in una riflessione profonda su come stanno cambiando i tempi”. Che non sono certo quelli di suo nonno paterno, che “ebbe undici figli e la bellezza di 31 nipoti”. 
In altre parole in questo romanzo (“Il titolo l’ho voluto io, come al solito, e alla Marcos Y Marcos non ribattono e mi fanno sentire come a casa”) Ervas dà voce a una specie di fiaba imbastita sul rapporto di un giovane-vecchio di 62 anni che osserva il figlio di sua figlia, Adriano, muovere i primi passi nella vita; che si lascia catturare dalla sua risata pronta a tradursi in un’onda anomala di felicità; che lo fa improvvisamente sentire dotato di superpoteri; che lo guarda negli occhi stupiti dalle sempre nuove scoperte; che garbatamente gli insegna come crescere e posizionarsi nel mondo degli adulti. Raccontandogli - viaggiando in uno spazio fatto di tempo - non solo il presente, ma anche il passato non sempre felice, quello impregnato di miseria fra la Giudecca e il Piave. 
Un giovane-vecchio che quando il nipote è lontano risulta schiacciato dalla sua assenza, dalla voglia “di tornare a correre insieme, di vivere per durare”. E in tale contesto “riemerge il presente avventuroso di mille conquiste epocali: il piccolo che sconfigge la gravità, che dà un nome a se stesso e alle cose, che coglie la magia benefica dei bidoni della raccolta differenziata. Mentre il futuro si srotola come un luogo abitato, da rendere fertile e rigoglioso. Tanto più che lui non è l’unica vittima di questa strana malattia: un gruppo di neo-nonni, alle prese con pochi nipoti, si dà infatti appuntamento al bar per interrogarsi “su questa fase di rimbecillimento”. E accanto a birra fresca e ordinarie vanterie, cresce in loro la voglia di discutere, di esplorare, di tornare a correre insieme, di vivere per durare”. All’insegna dell’energia generata dai bambini, che potrebbe servire un giorno per ricominciare. 
Il tutto a fronte di un’ultima sorprendente considerazione dell’autore: “Mi piacerebbe che nel mio mondo ci fosse almeno una via dedicata al sorriso dei bambini, una presenza che non guasterebbe anche nelle cassette delle biblioteche comunali…”.

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