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La Rosa abbandonata. "Ma si muore solo quando si muore nel cuore degli altri"


20/07/2020

di Gianluca Versace*


Siamo come farfalle che battono le ali per un giorno pensando che sia per l'eternità. Ma non è per sempre, la nostra vita terrena. Per quanto siamo consapevoli che questo capita ad ogni essere vivente sulla terra, un figlio vorrebbe che la vita della propria madre fosse per l'eternità. 
Mia madre, Giuseppina Nasso Versace, per tutti noi “mamma Sara”. 
Lei non c'è più, da mercoledì 10 giugno di questo maledetto 2020. Ed io adesso mi sento disperatamente solo e abbandonato. 
Perché lei se n'è andata, stando adagiata e stanca su un letto del reparto di ortopedia dell'ospedale di Monfalcone. Lasciandomi in mezzo al rumore assurdo di questa vita caotica e affannosa. 
E io sono arrabbiato. Non c'è l'ho con lei. Ce l'ho con me stesso. Perché ho mancato alla parola presa solennemente con mio padre, di proteggerla da ogni male e ogni avversità. Come lei ha sempre fatto con me. Facendomi scudo con la sua anima generosa e battagliera, prima che con il dolcissimo e accogliente corpo materno. 
Come ha scritto un mio caro amico, “si muore solo quando si muore nel cuore degli altri”: Sant'Agostino dice che non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere. 
E di mamma Sara, custoditi nel mio cuore, mi resteranno tanti ricordi preziosi e fioriti. Imperfetti e struggenti di nostalgia. In essi, ogni volta, lei rivivrà assieme a me. Senza un filo di paura. 
Per esempio, quella della rosa abbandonata è una storia che mamma Sara mi raccontava spesso, da bimbo: il “suo” bambino. Perché quale sia la direzione e quale il nostro nome, dobbiamo imparare a soffiarli via lontano da noi – visto che niente e nessuno ci appartengono, se non la nostra anima -, con la tristezza che può capitarci di vivere. Come se quella rinuncia all'illusione della realtà sia una benedizione smisurata e da cullare tra le braccia finché non si addormenta, lasciandoci sulle labbra il sapore assopito dell'ombra nel pomeriggio. 
C'era una volta un bocciolo appartenente ad un genere prezioso di rosa: durante il trasporto su un camioncino verso il sontuoso roseto di un giardino lussureggiante di un castello appartenente ad una famiglia aristocratica, carico di un grande quantitativo di suoi simili destinati ad impreziosire quel meraviglioso guardino, non si sa come scivolò fuori dal mezzo. Nessuno se ne accorse: né il conducente, né il giardiniere che gli sedeva accanto, né i suoi fratelli boccioli, che sonnecchiavano nel viaggio. 
E fu così che lo sfortunato bocciolo, per avventura ma soprattutto sventura potremmo dire, si ritrovò nel bel mezzo di un terreno incolto, pieno di arbusti indomabili e disordinati, stracolmo di erbacce indisciplinate. Insomma, un paesaggio sconfortante. 
Il bocciolo di rosa, a tutta prima, era rimasto sconcertato ed avvilito da quella ripugnante diversità da sé. 
Ma non si era perso d'animo, indugiando a maledire l'imperdonabile distrazione di una sorte beffarda che si era accanita. E aveva deciso ugualmente di mettere radici e sbocciare, perché solo questo sapeva fare. 
Attorno al bocciolo, il panorama era molto diverso da quello inscritto nel suo destino programmato: ovvero, un roseto perfetto e coltivato con sapiente, geometrica meticolosità. Ciononostante, il bocciolo era diventato presto una rosa di una bellezza mozzafiato, mai vista sulla terra. Una rosa da fare invidia alle rose coltivate in paradiso dai cherubini giardinieri. 
In seguito, abbandonata ogni riluttanza, la rosa abbandonata si era unita alle altre piante, generando specie nuove, sorprendenti e bellissime. 
Si era generato dunque un piccolo, imprevedibile miracolo: quel luogo anarchico, abbandonato da Dio e dagli uomini, che le era parso estraneo e troppo diverso da sé, la rosa l'aveva presto trasformato nel giardino spontaneo più incantevole, armonioso e fantasioso, affascinante ed elegante mai ammirato al mondo. Insomma, da un abbandono, anzi due, era nato un vero paradiso terrestre. 
Mia madre era proprio come il bocciolo di una rosa meravigliosa. Che era stata abbandonata da una sorte dispettosa e arbitraria, in un punto molto distante da quello cui pensava di essere destinata. All'inizio, si era disperata come un passero impaurito che abbia perso la strada del nido, prima ancora di sapere cos'è un dolore, nel modo ribelle e indomito che era connaturato al suo carattere. In seguito, la rosa luminosa arrivata dal Sud aveva fatto ciò che le era naturale: vivere per amare e viceversa. Creare bellezza ed emozioni intrecciate a regola d'arte con una sapienza antica, come a formare una antica cista di vimini, con l'armonia e sollievo. 
Così, aveva veramente preso la tristezza tra le proprie mani, soffiandola via delicatamente sulla riva del nuovo mare che l'aveva accolta. Lei, perdutamente e visceralmente innamorata della propria terra natale. Lei, che aveva nelle narici il profumo forte della Costa Viola, il bergamotto e i fichi d'india, l'origano e le processione degli spinati per San Rocco, la ginestra, il latte di mandorla e gli ulivi secolari; lei, che adorava camminare lentamente sulla sabbia di pietruzze dispettose che le solleticavano i piedi nudi, sulla spiaggia della Tonnara, davanti al famoso Scoglio dell'ulivo dove andava sin da bambina, ad ammirare quel bizzarro mistero della natura che le pareva ogni volta una sorpresa nuova e bizzarra, un sogno creato apposta per il suo stupore dagli dei del mare, mentre le onde schiumose del Tirreno la avvolgevano con una carezza salata. Lei che era tanto orgogliosa della propria calabresità e delle origini della sua famiglia. 
Giuseppina Nasso in Versace era nata a Palmi, in Calabria, l'amata terra delle sue radici. Una famiglia numerosa, la sua, di quelle di una volta: dal padre Antonio, un ingegnere del Genio civile, Sara aveva ereditato l'infiammabilità impetuosa di un carattere forte, indomito e determinato perfino all'eccesso; dalla madre Carolina Gabrielli, una poetessa di Tropea, la parte più docilmente introspettiva e a tratti pigramente malinconica e fatalista del suo temperamento; e poi c'erano Rocco, Lelio, Fulvio, Carmen, Lea, Gabriella ed Elia. Mi raccontava lei: “Sono la terza di una numerosa e felice famiglia. Nasco da Donna Carolina e Antonio Nasso, di origine greca. Carolina nasce da nobile famiglia: mio nonno, Gaetano Gabrielli, discende da quel conte Cante Gabrielli noto per aver perseguitato Dante Alighieri. Colui che si vendicherà dei suoi nemici e carnefici d'esilio con la sola arma che non passa: la memoria unita alla scrittura. Lo sai che oggi casa di nonna, una sorta di maniero erto su uno scoglio a Tropea, è diventata un museo?”. 
Orgoglio delle radici familiari, se penso a lei mi pare di sentire la sua voce, che racconta tutta compunta: “Sono nata che ero una principessa, l'erede di un regno fatato e sia chiaro che non mi rassegnerò mai al declino e al tramonto”. Mamma coltivava infatti con puntiglio il vezzo del gioco innocuo dei quarti di nobiltà. E quando lo faceva, chi non la conosceva a fondo, poteva pensare fosse un esercizio di alterigia o di snobismo. Altro errore: l'aristocrazia cui alludeva mamma Sara era un cielo azzurro dentro lo sguardo, tra le ciglia e il sogno, l'antica saggezza elegante ereditata di chi ci incita a spalancare le ali e cavalcare un destriero bianco anche correndo il rischio di cadere giù, fino all'ultimo raggio di fantasia e ballare a piene mani sulla musica solare della generosità e del fascino. Vestita di seta e tulle come al ballo di corte, ma pronta a gettarsi nella fresca fontana per ridere a crepapelle con le amiche d'infanzia, come quella del suo cuore da fanciulla, che si chiamava Maria Suria. 
Mamma Sara si era sposata con papà Vincenzo a Paola, il 25 luglio 1959. Poi, un giorno, mamma Sara si era ritrovata all'improvviso, senza un perché né altre spiegazioni convincenti, all'estremo lembo del confine orientale, a Monfalcone, dove siamo nati e cresciuti io e mio fratello Massimiliano. Ospite di una terra diversissima da quella di origine per clima, atmosfera e luci, usi e costumi, sapori, culture e caratteri delle genti; un posto che all'inizio le doveva essere parso impenetrabile, ostile e chiuso. Ghiacciato dei pregiudizi ottusi di qualche citrullo sfigato, che ci chiamava con disprezzo “i cabibbi della bassitalia”. Gettandola nello sconforto e nella voglia di scappare via. 
Ma poi mamma Sara si era rimboccata le maniche, mettendo da parte la nostalgia ed il rimpianto. Lei era una donna del fare, non del piangersi addosso e con ferrea determinazione concepiva il proprio ruolo di casalinga e angelo del focolare, nella rinuncia, pur sofferta, a fare la maestra per occuparsi dei figli e del consorte, all'insegna di una alacrità instancabile e variopinta. Con lei, la casa era uno specchio e costantemente avvolta dai profumi dei manicaretti che cucinava, a volte ibridando ricette calabresi con sapori più “polentoni”. Era il suo modo di ringraziare chi l'aveva accolta, senza mai dimenticare da dove arrivava. 
L'abbiamo salutata, sotto un cielo corrugato e inquieto, con molti familiari e amici al cimitero di via XXIV Maggio a Monfalcone, dove adesso riposa accanto a papà Vincenzo, da cui non sapeva stare lontana. 
Altri ricordi alla rinfusa. Diceva mia madre: non quello che entra in noi, contamina l'uomo. Ma quello che esce dalla sua bocca. Perché ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, ma soprattutto dal cervello, aggiungeva mamma Sara.  
Il mangiare senza lavarsi le mani, diceva, non rende impuro e peccaminoso l'essere umano: l'inganno, per mia mamma, grande credente fino all'ultimo respiro, era semmai pensare che quello che è esterno contamina e deturpa la persona. 
Mia madre invece andava dritta al centro del comandamento, che, per lei, voleva dire portarsi a ridosso del cuore di Gesù e ai piedi della croce del martirio. Mamma temeva sopra ogni altra cosa i nostri pensieri malvagi. Impuri di invidia, cattiveria, paura degli altri, arrivismo, avidità ed egoismo. 
Lei nutriva sempre il bisogno di una purificazione del pensiero come attività essenziale per non cadere nel peccato mortale e cessare di essere umani. E quindi recitava instancabilmente la preghiera come farmaco contro la solitudine e la tristezza. Il rosario per lei era la via maestra per fare uscire le impurità che ci rovinano e intossicano la vita. Per questo, mi spiegava mamma, Cristo si fa toccare dai malati. E soprattutto, si fa toccare il suo mantello. Toccare è fondamentale, diceva mamma Sara: esistere è concretezza, non astrazione. 
E poi per mia madre il battesimo è sempre stato vissuto essenzialmente come purificazione. Lei mi diceva “Luca, il nostro cuore, il tuo cuore è il cielo di Dio”. E questa era l'essenza pura della sua fede. 
Era molto fiera ed orgogliosa di noi due figli, eravamo la sua ragione di vita: e io sono certo che i frutti non cadono mai lontano dalla pianta che li genera. Perché mamma Sara era come un albero generoso e fertile, che ti dona senza alcuna fatica tutti i suoi frutti e di ogni cosa si spoglia, pur di aiutarti: e infatti, mia madre non solo mi ha messo al mondo, ma ha creato e dipinto il mio mondo interiore. 
Aveva una vena romantica e sognatrice, ereditata da nonna Carolina, sua madre, ed era sempre pronta ad amare la bellezza di ogni espressione artistica, riuscendo con naturalezza, ad esempio, ad amare la musica che amavo io (seguiva i miei consigli sui cantautori italiani), ad appassionarsi ai libri che leggevo io da adolescente e inoltre rileggeva avidamente le poesie di nonna Carolina Gabrielli e le lettere che la nonna le scriveva con puntualità resiliente e calligrafia svolazzante ogni settimana, come anche a restare incantata davanti ad un dipinto oppure ai film di grandi registi: “Mamma è una parola magica – mi disse un giorno -, pensa Luca che le labbra per pronunciarla si baciano due volte di seguito”. 
Nel profondo del suo animo, mamma era rimasta una bambina che si meravigliava di tutto e si inteneriva per un tramonto o un passerotto in difficoltà. 
Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto, scrive Pasolini. E così era lei: fino alla fine, saltava preamboli e preliminari e convenevoli, tutta roba stucchevole e superflua, per andare al sodo dell'amare e del conoscere. Qui e adesso. 
Il corpo le serviva per comunicare il suo palpitante bisogno di gesti ricchi di umanità, un po' come il violino per la musicista. La sua musica scioglieva agevolmente i nodi degli inganni e spiazzava i taciturni, con le loro permalosità e timidezze. 
Non ho mai conosciuto una persona così capace di generosità oblativa e disponibilità vitale, che per mamma erano il condimento indispensabile dei giorni. Perfino le parole che mamma pronunciava, spesso in un colorito dialetto calabro, mi sembravano fatte di carne e sangue, più che di aria. 
Per sé, non teneva quasi niente: si spogliava di ogni avere per avere di più dalla propria vita, che per lei era voler bene concretamente e non a chiacchiere vuote. Perché mamma era curiosissima del prossimo e totalmente priva di pregiudizi e fisime: e per comunicare con gli altri si donava alla vita, alle emozioni e alle parole senza limiti, pur di essere d'aiuto in quel che poteva. A tal punto che, a volte, quella sua proverbiale generosità altruistica veniva equivocata e fraintesa: naturalmente da chi, non conoscendola bene, magari temeva che quel suo dare, sempre con il sorriso sulle labbra, servisse magari per creare obbligazioni e vincoli, dunque si legasse all'avere indietro. 
Mamma però era un flusso solo in uscita, non soltanto di cose naturalmente, ma sopratutto di sentimenti. Senza prevedere il momento della restituzione, con gli interessi, come fa la gran massa di noialtri: Sara non dava alcun valore al denaro e questa sua proverbiale disattenzione provocava l'insorgenza di mio padre, invece oculatissimo, che la ammoniva, esasperato: “Sara tu di questo passo ci porterai alla rovina. Renditi conto! Fai così perché non lavori e non lavorando non riesci ad apprezzare la fatica per guadagnare sue lire”. 
Ma neppure papà Vincenzo lo pensava veramente: egli tentava l'opera pressoché impossibile di mettere un argine alla “selvaggia” vocazione alla gratuità e alla donazione di mamma. Ma anche lui era rassegnato, sapendo che la generosità di Sara non era la prova della mancanza di saggia aderenza con la dura realtà del sudore della fronte o, peggio, di negligente o dispettosa dissipatezza. Il contrario, semmai: quella era la natura autentica ed incoercibile di una creatura unica nel suo genere, fatta della stessa materia dei sogni donati, non dei bisogni imposti. 
Mia madre aveva una capacità spontanea e irresistibile di mettersi in discussione e in comunicazione con l'altro, senza mediazioni e formalismi di sorta: in ogni luogo mamma Sara si trovasse, per lei c'era una occasione preziosa da cogliere per non annoiarsi e da non perdere per conoscere il suo prossimo, insomma di uscirne arricchita di nuovi ricordi ed esperienze, fosse solo un sorriso o una stretta di mano. 
Nulla era inutile e superfluo, nel suo viaggio del vivere: nel gioco dell'apprendere e trasmettere, che possedeva da quando era diventata maestra elementare, raccoglieva con cura ogni istante e non c'erano mai sconosciute e sconosciuti davanti a lei, nello scompartimento accaldato di un treno, in un autogrill, piuttosto che dentro un negozio o in una pizzeria. C'erano unicamente persone nuove da conoscere, tutte interessanti e diverse: perché solo conoscendole meglio i suoi passi, che si facevano purtroppo, a causa dell'artrite reumatoide che le deformava le ossa, sempre più complicati e difficoltosi, avrebbero avuto un senso. 
La diffidenza mamma Sara non sapeva dove stesse di casa e all'invito accorato ad una salutare prudenza nell'approccio con perfetti sconosciuti, che le rivolgeva papà, rispondeva invariabilmente con una colorita parolaccia, a cui seguivano le solite risate per sdrammatizzare. 
Questo quindi era mia madre: generosità, altruismo, praticità e bricolage, fede, preghiera, curiosità, senso dell'umorismo e capacità di tenerezza e perdono, senso dell'ospitalità e affabilità, empatia e dolcezza verso gli altri, che confluivano in un linguaggio torrenziale, trasfusionale e consolatorio. Mamma Sara aveva, inoltre, una capacità straordinaria di perdonare, come fosse una sua precisa vocazione all'abbraccio. 
Dopo la morte di mio padre, all'inizio del 2017, mamma aveva deciso però che non ne aveva più molta voglia: era visibilmente stanca e all'improvviso si era fermata, lei sempre così attiva e mobile, non alzandosi più dal proprio letto. Non era una resa, ma l'addio di chi non riusciva più a capire il perché e il percome. 
Io la andavo a trovare non appena potevo, da Padova dove vivo e lavoro: ma ogni volta, varcata la porta di casa mia, quel che vedevo davanti agli occhi era lo sfregio crudele di uno “spettacolo” insopportabile. Mia madre, che ricordavo attivissima e in fermento, ormai bloccata, immobile nell'urgenza di un respiro che incespicava, prigioniera di un letto che si gonfiava e sgonfiava come un polmone che ingoiava ed espelleva aria al suo posto, circondato da sbarre di alluminio. 
L'incidente di lunedì 8 giugno, ne è stata la inesorabile e sciagurata conseguenza: una distrazione della badante e del pedicure che era venuto a domicilio; mamma che all'improvviso si gira su se stessa, che non trova quelle sbarre laterali del letto antidecubito e di contenimento; mamma che invece trova il vuoto e quindi rotola a terra e infine sbatte il fianco. 
La diagnosi impietosa: frattura del femore sinistro. In ospedale, ha un po' mitigato l'angoscia per una ferrea inaccessibilità dei pazienti causa Covid, la presenza alla guida del reparto di ortopedia di un mio caro amico d'infanzia, Giorgio Saggin. A lui, visibilmente turbato, dopo soli due giorni di ricovero e le purtroppo preventivabili complicanze per l'età e l'alterato quadro clinico, è toccato l'ingrato compito di dirmi: “Gianluca, non c'è stato niente da fare, tua mamma è andata via”. 
Ciascuno di noi ha il proprio libro del fato, com'è evidente: ma io credo che mia madre quella caduta fatale non l'abbia tanto “subita”, quanto architettata, cercata e imposta. 
Un altro segno del destino, poche sere prima della sua scivolata sul pavimento di casa, mi era capitato di rivedere in tv un film capolavoro del '94, “Le ali della libertà”, regia di Frank Darabont. Il protagonista, interpretato da Tim Robbins, finisce in galera da innocente, accusato dell'omicidio della moglie. Dopodiché, progetta meticolosamente e in modo certosino la propria evasione da un carcere inespugnabile, dopo aver subito angherie, umiliazioni e stupri. E infine aver compreso una verità: “O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire”. 
Così, io penso che mamma Sara ad un certo punto abbia fatto lo stesso ragionamento, arrivando alle stesse conclusioni di Andy Dufresne. E non mi sento davvero di biasimarla. 
Pertanto, l'evasione dalla sua piccola prigione domestica, era necessaria e non più rinviabile: per tornare libera di volare verso papà e la bambina che nacque morta, cioè la sua primogenita, mia sorella, un anno prima che io venissi alla luce. Nostra sorella, Antonia: perché era venuta al mondo il 13 giugno. Ha riposato al camposanto di Palmi, prima di essere traslata in seguito nell'ossario di Plaesano, una frazione di Feroleto nel reggino, accanto a nonna Peppina e ad altri due fratellini di mamma Sara, morti a 8 e 9 mesi. Mia zia Elia mi ricorda, commossa: “Sara si raccomandava sempre che alla sua piccolina non mancassero le margherite bianche”. 
Ho davanti agli occhi una sua immagine, l'unica che esista, in bianco e nero. Antonia, una bambolina nata morta, avvolta di seta candida e fiori spenti, dormiente come una piccola fata prima di un risveglio impossibile. 
E' una fotografia marchiata dalla struggente espressione per sempre, per mai. E appunto per mai e per sempre, osservandola, ho avvertito la presenza di angeli alla catena che cigolano imbizzarriti e indignati dopo aver saputo, di stelle che si srotolano come un gomitolo di luce fino al buio dell'origine del tempo e il fruscio di carezze fragranti di bucato, per cullare le storie interrotte troppo presto e persino aiutarmi a ritrovare la strada del perdono, quando l'ho perduta. Perché, dopotutto, la notte è solo un'alba con gli occhi chiusi. 
Mia madre era sopravvissuta. Tuttavia, non si era mai ripresa veramente da quel dolore infinito. Si era dovuta abituare a conviverci, a farselo bastare. La disgrazia aveva segnato la sua giovane vita come un tatuaggio di tormento. E lei l'aveva patita come una sorta di malvagia condanna per essere dovuta emigrare dalla sua terra, controvoglia. Per essersi arresa, senza combattere. 
Infatti aveva deciso di tornare precipitosamente in Calabria per quel parto, sfidando il dissenso di mio padre. E di questo temo si fosse pentita. Comunque quel suo gesto di ribellione l'ho sempre inteso come una forma di riparazione votiva per la presunta ingratitudine che sentiva di aver commesso verso la terra madre, andandosene via. Non era così, naturalmente. Ma era già troppo tardi per tornare come per restare, quando ti è già arrivato sulla faccia lo schiaffo violento del lutto, a causa di una irreparabile infezione. La piccolina non ce l'aveva fatta, nella sua inconcepibile perfezione senza respiro. 
Questa sciagura aveva condizionato anche la nostra vita, a tal punto che in famiglia sapevamo che quell'assenza era come una presenza rinviata, un ricucire gli istanti insieme lasciati uscire e mai più rientrati. Un po' come il sole che s'immischia tra le foglie e cade al tramonto, lasciando dietro di sé scie di porpora e oro. Mamma Sara me ne parlava, ogni tanto. E in quelle occasioni tristi, notavo che dentro il suo sguardo le si apriva la voragine del rimorso incupito, che scendeva verso profondità sconosciute lungo lo sconforto del rimpianto e nelle cave di pietra del silenzio attonito. 
Scrivo queste righe sapendo che questa non può essere una risposta al troppo tardi, né alle cose che non le ho mai detto e avrei dovuto. Ad un ultimo ti voglio bene che non sono riuscito a sussurrarle, affinché lo portasse con sé e la scaldasse un po' nell'ultimo viaggio. 
Potessi esprimere un ultimo desiderio, chiederei di poterla riavere accanto a me bambina, di prenderla per mano e accompagnarla ad un ultimo bagno alla Tonnara. E con noi, la nostra piccolina salita in cielo senza un vagito, quel mare imbizzarrito diventato all'improvviso per mamma Sara unicamente tenerezza, ad asciugarle le lacrime versate per il tradimento della vita, in segreto, con il suo spettacolo perfetto. E infine restituirle sulle labbra quello stesso sorriso raggiante e fiducioso con cui Giuseppina chiamata Sara venne alla luce, pronta ad inseguire le mille ed una, contraddittorie emozioni di una terra speciale, come lei. 
Poi, stonando allegramente con la filastrocca “tridici limelle e tridici buttuni”, che la faceva sempre sorridere, la rassicurerei: mamma, non ti preoccupare se magari intravvedi nel tuo domani un corpo più debole, affannato e ricurvo, perché tu sarai sempre così, bellissima e festante: l'ancora di salvezza di noi naufraghi del tuo addio. E siccome il tuo cuore è e sarà il luogo più spazioso del mondo, quando vedrai i tuoi figli affacciarsi dal suo orlo, perplessi dal dover sopportare la dolorosa fine della nostra storia, ci conforterai con la pietà e la speranza. I tuoi capelli neri mossi appena dal ventaglio di carta increspata, chinata sul tuo sonno e la pelle un po' più lucida per un tiepido alito di bene e per voler stare dentro ad un pastoso vento del Sud, condito da fragranze invitanti di sciusciumelle e nunnata calabrese. Le delizie che ti piacevano tanto, con quegli aromi decisi, senza mezze misure, così intensi e penetranti. Come eri tu, mamma. 
Salutandola in cimitero a Monfalcone, assieme a Massimiliano, l'ho ringraziata per avermi insegnato pazientemente ad amarla per ciò che è stata, integralmente, senza pretendere di cambiarla. 
E le ho chiesto scusa, per tutte le delusioni, le tribolazioni e i dispiaceri che le ho dato. Che mamma Sara non mi ha mai rinfacciato. 
Sono sicuro che anche stavolta mia madre non farà mancare il suo perdono, che era il frutto dolcissimo di un saper amare senza limiti né calcoli: dopotutto – come mi ripeteva lei, a volte in italiano a volte in calabrese - “una mamma fa per cento figli, cento figli non fanno per una mamma”.

*Giornalista e scrittore

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