Share |

La Seconda Repubblica? Non è mai nata, semmai è soltanto la continuazione della Prima

In Penne al vetriolo Alberto Mazzuca mette a nudo - senza fare sconti ad alcuno - la storia politica italiana fra il 1945 e gli inizi degli anni Novanta, facendo “parlare” le grandi firme che hanno vissuto in prima persona questo chiacchierato periodo. Contribuendone a una migliore comprensione e distinguendo, come annotava Prezzolini, fra cittadini furbi e cittadini fessi


27/11/2017

di Catone Assori


Sgombriamo subito il campo da possibili osservazioni. Primo: il numero delle pagine, 700. Sì, il libro di Alberto Mazzuca - Penne al vetriolo (Minerva, euro 19,50) - è robusto, ma è anche godibile. Secondo: non è un’antologia, come potrebbero far supporre il titolo e l’elenco dei giornalisti che hanno raccontato la Prima Repubblica. È invece una vera e propria storia politica dell’Italia repubblicana dal 1945 sino agli inizi degli anni Novanta. Una storia vista attraverso l’occhio smaliziato di una grande penna, che a sua volta si è avvalsa dell’aiuto dei tanti numeri uno che hanno personalmente vissuto le vicende che hanno caratterizzato quasi mezzo secolo della vita italiana. Testimonianze vive che contribuiscono a una migliore comprensione di questo periodo della storia del Paese e dei suoi abitanti, che si portano cucita addosso la distinzione tra “furbi e fessi” fatta da Prezzolini ancora all’inizio del secolo scorso. 
Testimonianze di grandi firme del giornalismo inserite come tessere di un mosaico nella rilettura di un Paese uscito dal ventennio fascista per inoltrarsi nel mondo inesplorato della democrazia e da subito caratterizzato, in un certo senso bloccato, dalle due chiese che per quarantacinque anni hanno caratterizzato la Prima Repubblica: la Dc e il Pci. Giovannino Guareschi, Leo Longanesi, Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Mario Pannunzio, Ennio Flaiano, Giuseppe Prezzolini, Arrigo Benedetti, Camilla Cederna, Ernesto Rossi, Enzo Biagi, Eugenio Scalfari, Oriana Fallaci, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Vittorio Feltri, Massimo Fini, e altri ancora, ci aiutano in questa rilettura. E tra loro le due firme che, secondo Mazzuca, “rappresentano i due estremi politici in cui si agita la gracile democrazia italiana”: Gianna Preda, fascista, allieva di Longanesi, polemista inarrivabile sul settimanale Il Borghese tanto da essere definita “l’Oriana Fallaci della destra”, e Fortebraccio (ovvero Mario Melloni), prima democristiano e direttore de Il Popolo e poi comunista e corsivista corrosivo sull’Unità. Secondo Mazzuca, la Preda e Fortebraccio rappresentano un po’ come il “Visto da destra” e il “Visto da sinistra” dei tempi del Candido di Guareschi, il papà di don Camillo e Peppone.


Questa rilettura, necessaria per capire il declino dell’Italia di oggi, fa emergere aspetti tranquillamente dimenticati. Così, quando si parla di “questione morale”, sembra in molti libri di storia che il primo ad affrontarla con decisione sia stato Enrico Berlinguer nel 1981 nella sua intervista a Scalfari. Invece prima di lui c’era stato Ernesto Rossi, uno dei fondatori del partito radicale, polemista acceso e autore di Settimo: non rubare. E prima ancora un prete inviso sia alla Dc sia al Pci: don Luigi Sturzo. Rientrato in Italia nel settembre 1946 dopo vent’anni di esilio, fu proprio Sturzo a lanciare un appello appena due mesi più tardi con un articolo dal titolo “Moralizziamo la vita pubblica”. Scriveva: “Non si corregge l’immoralità con le prediche e gli articoli dei giornali. Bisogna che la prima ad essere corretta sia la vita pubblica: ministri, deputati, sindaci, consiglieri comunali, cooperatori, sindacalisti, diano l’esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità”. Una battaglia controcorrente la sua che lo porterà a parlare sulle colonne del Giornale d’Italia delle “tre male bestie” che affliggono il Paese: la partitocrazia, lo statalismo, l’abuso del denaro pubblico. 
Nel caso di Angelo Costa, il primo presidente della Confindustria eletto nel dopoguerra, a 44 anni, perché non c’era nessun grande industriale non compromesso con il fascismo, la sua immagine viene volutamente distorta da quegli intellettuali che Ernesto Rossi chiamava “utili idioti” in quanto correvano sotto le bandiere del comunismo per rifarsi una verginità politica. Costa, che Fortebraccio poi definirà “un Gilberto Govi rabbioso”, viene così bollato come un reazionario, un conservatore, quando in realtà voleva, come voleva anche Giuseppe Di Vittorio, il capo della Cgil, gli investimenti, l’occupazione, l’aumento dei salari reali, la giustizia sociale. Anzi, Costa e Di Vittorio erano entrambi convinti che non vi può essere giustizia sociale senza il miglior uso possibile delle risorse disponibili. Una coincidenza di interessi che li portava a trovare intese anche nelle trattative più difficili. Di Vittorio, che sarebbe stato quasi sempre visto con diffidenza dai vertici del Pci, era capace di dire ai lavoratori: “Voi chiedete tutto, ma chi governa e chi decide deve prima trovare quanto si vuole dare”. Mario Melloni, quando non era ancora Fortebraccio ma indossava i panni democristiani, dirà sul Popolo del leader della Cgil: “Questo Di Vittorio bisogna tenerlo d’occhio. Strano comunista: qualche volta, udendolo parlare, si ha come il sospetto che sia lì lì per pensarla a suo modo, e francamente fa impressione”. 
Pensare con la propria testa. Era quello che faceva Guareschi, uno dei maggiori scrittori italiani. E dei più venduti, anche all’estero. Piaceva anche a Papa Giovanni XXIII che gli aveva chiesto di stendere il nuovo catechismo della Chiesa cattolica. Eppure in Italia Guareschi era un isolato, la sinistra non gli perdonava di avere cucito addosso ai comunisti la parola “trinariciuti” e la frase “contrordine compagni”. Quando morirà a metà degli anni Sessanta, non ci sarà nessun nome importante al suo funerale se non quello di Enzo Ferrari: L’Unità lo definirà addirittura uno “scrittore mai nato”. Solo nel 1981 Giorgio Bocca prenderà posizione contro il conformismo degli intellettuali italiani. Bocca era stato partigiano, era stato uno degli 800 uomini di cultura che avevano firmato l’appello contro Calabresi pubblicato sull’Espresso dopo la strage di piazza Fontana e la morte di Pinelli, e a metà degli anni Settanta era convinto che le Brigate Rosse fossero state create dalla destra e dai servizi segreti. Poi l’autocritica, una seria autocritica. E nel 1981 eccolo polemizzare con Beniamino Placido sulle pagine di Repubblica chiedendo perché mai la sinistra considerava ancora Giovannino Guareschi uno “scrittorucolo ignobile”. Dandosi questa risposta: “I nostri intellettuali avevano capito che quell’isolato, irsuto, anomalo scrittore della bassa padana aveva dentro di sé qualcosa di molto pericoloso: pensava con la sua testa, diceva la sua verità, discutibile certo nei contenuti e nello stile, ma una verità opposta al niente, alla menzogna, al conformismo. Intellettuali che avrebbero impiegato 20-30 anni per accorgersi che nell’Urss c’era una dittatura”.  
Pensare con la propria testa. Come faceva Biagi, come faceva Montanelli, come hanno fatto queste grandi firme del giornalismo di casa nostra finendo per dare immagini diverse dell’Italia. Mario Pannunzio, antifascista, anticomunista e anticlericale, fondatore de Il Mondo, parla di un’Italia “alle vongole”, cioè pasticciona, conformista, corporativa. Bocca la definisce un Paese “sottosopra” dove niente è al posto giusto, Pansa è dell’idea che questo sia un Paese “perduto” con la nostalgia di come era nel 1948, Oriana Fallaci riconosce quasi alla fine della sua vita di avere vissuto “in esilio” negli Stati Uniti perché trovava “doloroso vivere in una Italia con gli ideali finiti nella spazzatura”. 
Abbiamo una democrazia debole, dobbiamo riconoscerlo. Longanesi diceva che la democrazia italiana “ha il male di essere nata esclusivamente come avversaria del fascismo”. Montanelli sintetizzava i 45 anni della nostra Repubblica, quella dal dopoguerra sino al crollo del muro di Berlino, come una lotta tra chi era contro il comunismo e chi era a favore del comunismo. Scalfari, che politicamente ha avuto vari, troppi innamoramenti, si dice convinto che l’Italia sia sempre stata guidata da una oligarchia, la sola forma di democrazia, mentre è un pessimo sistema la democrazia diretta che si esprime attraverso i referendum. Bocca e Gianna Preda, bravissima ma anche lei dimenticata solo perché di destra, attribuiscono all’Italia il simbolo del camaleonte, Montanelli e Massimo Fini gli attribuiscono invece quello del gattopardo. Poco prima di morire Montanelli ammetterà: “Questa Italia non mi piace”. Riferendosi anche alla cosiddetta Seconda Repubblica. 
Alberto Mazzuca, anche lui penna al vetriolo come giornalista economico e finissimo ritrattista, non parla invece della cosiddetta Seconda Repubblica, si limita a dedicare un capitoletto su quel che accadde dopo il crollo del muro di Berlino, ma utilizzando un titolo molto eloquente: “Come prima, peggio di prima”. Sostiene infatti che questa cosiddetta Seconda Repubblica non sia mai nata ma sia solo la continuazione (in peggio) della Prima Repubblica con una sola variante: la personalizzazione dei partiti che hanno continuato, sotto vesti e sigle diverse, ad agire come centri d’affari. È d’accordo con quanto ha scritto Umberto Eco nella sua rubrica sull’Espresso, “La bustina di Minerva”, quando ha definito la Seconda Repubblica solo “una scopiazzatura del lessico politico francese”. 
Scopiazzatura? Certo, quando in Francia si parla di Quinta Repubblica “si pensa al sistema presidenziale dovuto a De Gaulle, che si era sostituita alla Francia di Vichy, la quale a sua volta aveva liquidato la Terza Repubblica, sorta dopo la caduta del Secondo Impero; e la Terza sostituiva la Seconda, nata con la rivoluzione del 1848 e il crollo dei vari regimi monarchici che avevano seguito il collasso della Prima affossata da Napoleone e dal Primo Impero. Dunque le Repubbliche (in Francia) si contano a seconda dei mutamenti costituzionali che hanno seguito sconvolgimenti reali dello Stato. In Italia non è accaduto niente di simile, i politici e la Costituzione della cosiddetta Seconda Repubblica sono gli stessi della Prima, e chi parla di Seconda Repubblica si riempie da anni la bocca di aria fritta”. 
Aria fritta. Ecco perché Mazzuca titola quel capitoletto finale “Come prima, peggio di prima”. La musica è sempre la stessa, anche se peggiorata: corruzione diffusa; criminalità organizzata estesa dovunque; gestione burocratica della spesa pubblica; casta politica mediocre ma tra le più costose e fameliche; debito e spese fuori misura; commistione tra politica e affari, tra mala-politica e mala-economia; parlamentari con l’unico obbligo dell’obbedienza al capo; giustizia che non funziona; irresponsabile sistema delle autonomie locali a cui si cercherà di rispondere con soluzioni centralistiche che non possono più funzionare in una società e in una economia complesse; disprezzo per la cultura e la ricerca; industriali dipinti come “capitani coraggiosi” quando invece si sono dimostrati essere “capitani di sventura”; casta bancaria costosa e poco affidabile; un management e un sindacalismo semifallimentari; un giornalismo in gran parte genuflesso nei confronti dei potenti. La conclusione è amara: questo è un Paese in frantumi, un Paese che si regge sulla prescrizione, un Paese avviato a essere quella che Luciano Gallino chiama “colonia industriale”. 
Secondo Mazzuca le “penne al vetriolo” del giornalismo italiano hanno avuto il non piccolo merito “di aver denunciato i guai che da subito sono emersi nel Paese nella quasi indifferenza generale”. Se i loro allarmi fossero stati tenuti in debita considerazione, forse non ci troveremmo a vivere in questo declino.

(riproduzione riservata)