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La Storia insegna: quando gli italiani devono affrontare il peggio sono davvero maestri

È stato così per guerre ed epidemie, terremoti e crisi economiche: sempre all’insegna del coraggio e dello spirito di iniziativa. Ci ripeteremo pure col Covid-19?


08/06/2020

di CATONE ASSORI


Dire che siamo in brache di tela è dire poco; dire che la simpatia degli altri Paesi ci accompagna è una bestialità; dire che tutti, con il via libera al confinamento (meglio lockdown, visto che piace a tanti dirlo all’inglese), abbiano rigato dritto è una eresia; dire che in questi tre mesi i virologici abbiano rimpiazzato nella tabella della notorietà gli chef è sacrosanta verità, diventando - non sempre a ragione - le discusse star del momento; dire che faticheremo a uscire dalle secche di un tracollo economico che non ha avuto uguali negli ultimi cent’anni è altrettanto vero. 
Da qui una domanda che ci angustia: ce la faremo a riprenderci? Ce la faremo a rimetterci in piedi per tornare a camminare come in un recentissimo passato, quando - pensate un po’ - a detta dei più sembravamo i pezzenti del mondo? 
Di fatto la speranza è l’ultima a morire, come si evince dai tanti cataclismi (guerre, terremoti, epidemie e via dicendo) che ci hanno travolto nel corso della Storia. Dai quali siamo sempre riusciti, anche quando ci davano per sotterrati, a riprenderci e a sorprendere il mondo. Proponendoci, in diversi casi, più forti di prima. 
In effetti saper dare il nostro meglio nel peggio è sempre stata una italica prerogativa. Sin dai tempi dei nostri progenitori, i romani. Che nel 216 a.C. erano stati massacrati a Canne dopo il tradimento dei loro alleati (passati dalla parte dei cartaginesi). Sta di fatto che Roma, facendo pernacchie ad Annibale che ne chiedeva la resa, si sarebbe ripresa a tempo di record, diventando la padrona incontrastata del Mediterraneo. 
Altri tempi, si dirà. Prendiamo allora la Milano saccheggiata da Federico Barbarossa. Sembrava la fine. Invece, facendo leva sul malcontento dei comuni limitrofi, venne promossa la Lega Lombarda che avrebbe fatto il pelo e il contropelo al nemico teutonico (che nel frattempo era stato nominato imperatore del Sacro Romano Impero e re d’Italia) nella storica battaglia di Legnano del 1176. 
Ma sin qui abbiano parlato solo di guerre. Di una gravissima crisi economica era stata invece investita Firenze poco prima della metà del 1.400 con il fallimento delle banche dei Bardi e dei Peruzzi, con il risultato di tracolli, bancarotte e rovesci di mercato a catena. Ad aggravare la situazione (nel 1347) era arrivata anche la “peste nera”, che vide falcidiare quasi la metà degli abitanti della città. Malgrado la crisi, l’imprenditoria fiorentina si leccò le ferite, imbastì una serie di mirate riforme economiche dando vita a una ripresa che sembrava impossibile, ma anche a quel nuovo fermento culturale che nel secolo successivo si sarebbe chiamato Rinascimento. 
E visto che di peste stiamo parlando, come non ricordare quella che afflisse vaste zone del Nord Italia fra il 1628 e il 1633, peraltro raccontata con dovizia di particolari da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi? Anche in quel caso a farne le spese maggiori fu Milano, dimezzata nella sua popolazione. Ma ben presto si ripopolò e l’arrivo di mercanti dal circondario contribuì finanziariamente alla ripresa, mentre la ricchezza del patriziato avrebbe contribuito, nella seconda metà del Settecento, a regalare smalto all’illuminismo lombardo. 
A questo punto - messa in conto la solidarietà negativa che ci arriva in questi giorni dai confinanti austriaci - vorremmo ricordare a quell’impettito spilungone del loro cancelliere Sebastian Kurz che, dopo avercele date a Custoza nel 1848, nel decennio successivo gliele avremmo suonate di santa ragione a San Martino e a Solferino all’insegna di un nuovo quanto vincente sentimento patriottico. 
E sempre gli austro-tedeschi dovrebbero ricordarsi che, durante la Prima guerra mondiale, dopo averci umiliati nella sanguinosa battaglia di Caporetto, avremmo reagito con la dilagante, definitiva offensiva di Vittorio Veneto. 
Che altro? Anche da altre disfatte il nostro Paese si sarebbe ripreso alla grande. Pensate in che condizioni eravamo usciti dal Secondo conflitto mondiale, con un Paese distrutto alle prese con la fame, la disoccupazione martellante e le tensioni sociali. Ebbene, tempo pochi anni, saremmo riusciti in quello che venne definito il miracolo italiano, con tanto di oscar delle monete assegnato alla nostra liretta e l’ingresso a pieno titolo nel clan delle grandi potenze mondiali. 
I tempi d’oro si sarebbero però persi per strada a seguito della più grave crisi petrolifera della storia (era il 1973), che avremmo affrontato di slancio, guadagnandoci nel decennio successivo (chi mai se lo sarebbe immaginato?) i galloni di quinta potenza mondiale, superando nel 1987 addirittura la Gran Bretagna. 
Un passo indietro. Ricordate, ad esempio, il terremoto che la sera del 6 maggio 1976 distrusse oltre cento cittadine nelle province di Udine e Pordenone causando la morte di quasi mille persone? Un disastro affrontato con ben altro slancio rispetto al sisma del 1968 in Sicilia. Si partì, infatti, mettendo al centro il lavoro: prima la ricostruzione delle fabbriche, poi quella delle case e infine delle Chiese. Un modello, di marca friulana, che in dieci anni aveva stupito tutti. 
Come si sarà potuto notare, quando gli italiani si trovano alle strette riescono quasi sempre a dare il loro meglio (anche se non mancano esempi negativi, come quelli legati alla gestione degli ultimi terremoti). 
E ora, in tempo di Covid-19, dopo tre mesi a lacrime e sangue (e speriamo soltanto di aver imboccato la buona strada), ci troviamo ad affrontare un’altra immane tragedia, con un crollo verticale del Pil, la perdita di una marea di posti di lavoro, alcuni settori trainanti (come quello del turismo e del terziario) messi letteralmente in ginocchio. 
Ce la faremo ancora una volta a risollevarci? Dobbiamo pensare in positivo, puntando sul coraggio e lo spirito di iniziativa. A patto però che questa imbelle classe politica, anziché continuare a farsi vicendevolmente sgambetti, cerchi una collaborazione allargata per il bene comune. Attuando cioè quelle riforme che sono sotto gli occhi di tutti per far ripartire il Paese. In primis prendendo a calci la burocrazia, il vero freno a mano tirato delle nostre aziende, sbloccando le grandi opere, spendendo bene, soprattutto, quei quattrini che l’Europa sembra intenzionata a volerci dare. Poi, chi vivrà vedrà e che Dio ce la mandi buona. 

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