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L’Ue riscopre la solidarietà, ma il Next Generation sarà la svolta che l’Italia si aspetta?

Il nostro Paese dovrebbe ottenere 26 miliardi netti tra prestiti e sussidi da utilizzare per la realizzazione di riforme volte ad ammodernizzare e rilanciare l’economia. Ma il percorso, secondo l’analista Filippo Diodovich, è minato dalla burocrazia e da una maggioranza poco coesa


01/06/2020

di Giambattista Pepi


Filippo Diodovich

La Commissione Europea ha ufficializzato nei giorni scorsi la sua proposta per il Recovery Fund, ribattezzato “Next Generation Eu”, dotato di 750 miliardi divisi tra prestiti (250) e sovvenzioni (500). In particolare, questo piano è articolato in una serie di misure specifiche: il Recovery e la Resilience Facility, vale a dire 560 miliardi che saranno ripartiti tra sovvenzioni e prestiti e legati alla realizzazione di riforme; il React-Eu da 55 miliardi, veicolati attraverso la politica di coesione verso i territori più colpiti dalla crisi; un Fondo da 40 miliardi a sostegno dei territori più in difficoltà nell'affrontare la transizione ecologica. 
E ancora: un Fondo agricolo per lo sviluppo rurale (dotazione supplementare di 15 miliardi per azioni in linea con il Green deal); il Solvency Support Instrument da 31 miliardi, che potrebbero mobilitarne oltre 300 per sostenere, già a partire da quest'anno, le aziende sane prima della crisi; l’Invest EU (ex Piano Juncker), con dotazione aggiuntiva di 15,3 miliardi affinché, insieme alla Strategic Investment Facility, possa mobilitare 150 miliardi d’investimenti; l’Eu 4 healt, il nuovo programma europeo per la sanità dotato di 9,4 miliardi; il Rescu Eu, per il rafforzamento della protezione civile europea; l’Horizon Europe, che vale 11 miliardi aggiuntivi per sostenere la ricerca in Europa e, infine, Azione esterna, pari a una dotazione aggiuntiva di 16,5 miliardi per interventi nei Paesi vicini, soprattutto nei Balcani. 
Tra le proposte presentate dalla Commissione europea e le misure già operative, la potenza di fuoco della strategia anticrisi messa in campo dall'Unione supera i 3mila miliardi di euro. Una cifra che comprende i 1.100 miliardi previsti per il prossimo bilancio pluriennale 2021-27, il cosiddetto Qfp. Ma anche gli importi legati alla linea di credito sanitaria del Mes (240 miliardi), ai finanziamenti per le Pmi della Banca europea degli investimenti (200 miliardi), allo strumento di sostegno per la Cassa integrazione guadagni (100 miliardi) e al programma Pepp della Bce (750 miliardi). 
Dai documenti ufficiali e dalle indiscrezioni trapelate, i trasferimenti netti per l’Italia dovrebbero ammontare a 26 miliardi netti (82 miliardi di sovvenzioni meno i 56 dei contributi stimati forniti al bilancio comunitario) e 34 miliardi per la Spagna. Ma all’indomani della presentazione del programma da parte della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’interno della maggioranza di Governo già ci si divide sulle priorità della loro destinazione. 
In questa intervista a Filippo Diodovich - laureato in economia all’Università Bocconi di Milano e analista finanziario di IG Italia dal 2012 - approfondiamo i vantaggi, le criticità e i rischi che accompagneranno il nostro Paese lungo il percorso per poter usufruire le risorse finanziarie previste dal programma Next Generation UE.


Tabella di ripartizione tra sovvenzioni e prestiti tra i principali paesi UE del Next Generation UE (Nuova Generazione UE) il nuovo nome dato al Recovery Fund, o Fondo di solidarietà europeo per fronteggiare i danni provocati dall’epidemia Covid-19

Come valuta nel suo insieme questo programma? 
Considerando che i numeri non sono ancora definitivi e che la proposta potrebbe cambiare notevolmente in fase di trattativa europea, possiamo valutare questa soluzione come ampiamente positiva, sia per aiutare l’Italia che per mantenere l’integrità del sistema Europa. D’altra parte i fattori determinanti sono molteplici. 

Vediamo adesso i punti di forza e di debolezza per l’Italia. Cominciamo dai primi. 
Anzitutto i trasferimenti netti pari a 26 miliardi di euro. Quindi i prestiti a tasso molto basso e a scadenza molto lunga. Per l’Italia ricevere questo tipo di prestiti a tassi agevolati, rispetto al finanziamento attraverso l’emissione di BTP comporterebbe un vantaggio notevole di risparmio in termini di interessi. Il terzo punto è dato dalla possibilità per la Commissione Europea di raccogliere 750 miliardi di euro sui mercati a un costo molto basso per l’alto rating dei Paesi membri dell’Ue, bond con scadenze comprese tra i 3 e i 30 anni. Inoltre i vincoli di destinazione dei fondi distribuiti potrebbero rendere più efficiente la distribuzione. 
Vi è poi la possibilità di assegnare alla Commissione Europea un potere fiscale autonomo, in grado di pagare gli interessi dei bond e parzialmente anche i rimborsi. 
Sono interessanti anche le proposte sulle eurotasse, che avrebbero un limitato effetto sui cittadini europei. Si parte dalla plastic tax, ma anche l’estensione a navi e aerei delle quote da corrispondere a fronte delle emissioni di gas serra (stime per ricavi pari a 10 miliardi di euro all’anno), per arrivare alla “carbon border tax” nei confronti dei prodotti inquinanti in arrivo dall’esterno dell’Ue (ricavi compresi tra i 5 e i 14 miliardi di euro all’anno) alla digitaltax, per combattere l’elusione fiscale da parte delle grandi aziende tecnologiche (guadagni stimati pari a 1,3 miliardi di euro all’anno). Infine, l’ammontare totale delle misure passa a quasi 2.400 miliardi di euro: 750 miliardi dal Next Generation EU, 540 dai Safety Nets (BEI, MES e SURE), 1100 dal QFP (quadro finanziario pluriennale).

Quali sono, invece, i punti critici? 
La trattativa sarà molto lunga e complessa perché i paesi del Nord Europa sono quelli più svantaggiati dalla versione proposta. I cosiddetti Statri frugali (Austria, Danimarca, Svezia e Olanda) senza la guida di Berlino cercheranno comunque di cambiare il mix tra sovvenzioni e prestiti, favorendo questi ultimi. 
Secondo: le tempistiche sulla disponibilità dei fondi che potrebbero arrivare solamente nel 2021, lasciando un po’ di perplessità su come il Governo italiano affronterà le necessità di liquidità nel secondo semestre del 2020. La Commissione Europea ha descritto la possibilità di accedere, per i Paesi più in difficoltà, a 11,5 miliardi di euro di fondi fino al 2020, troppo pochi anche per un solo Stato. 
Altro elemento critico è rappresentato dai timori sulla sostenibilità del debito italiano, con un rapporto debito-Pil che salirà a fine 2020 sopra il 160%. Crediamo che la Bce dovrà impegnarsi notevolmente per evitare un aumento delle tensioni sul mercato obbligazionario italiano con un possibile incremento del piano PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program). Infine, i problemi cronici legati alla spesa dei governi italiani. I vincoli di destinazione potrebbero aiutare, ma potrebbero non essere sufficienti a combattere l’apparato burocratico italiano.

L’Italia potrà ottenere vantaggi tangibili dagli strumenti messi in campo dall’Unione Europea per fronteggiare l’emergenza sanitaria e la crisi economica? 
Dobbiamo avvertire, a scanso di equivoci, che le cifre del programma Next Generation UE non sono ancora ufficiali. Le trattative tra gli Stati saranno lunghe e la fisionomia e gli importi delle risorse e le modalità di erogazione potranno cambiare. In questo momento la proposta è molto vantaggiosa per l’Italia perché porta a risorse nette per 26 miliardi di euro (che sono quelli legati alle sovvenzioni a cui vengono sottratti i contributi che il nostro Paese ha dato al Bilancio comunitario) sotto forma di prestiti a lunghissima scadenza e a bassissimo tasso di interesse. E quindi è un aiuto prezioso per un Paese particolarmente colpito dall’epidemia. 
Per l’Italia, dunque, gli elementi favorevoli sono molteplici, ma rimangono delle criticità soprattutto nel secondo semestre e in particolare negli ultimi mesi dell’anno quando potrebbero aumentare le tensioni sul mercato obbligazionario. Riteniamo che sia necessario che la Commissione europea possa pensare a una soluzione ben più corposa rispetto al prestito ponte da 11,5 miliardi di euro e che la Bce debba impegnarsi ulteriormente nei piani di acquisto di bond governativi e corporate.

C’è un problema non nuovo di capacità da parte del nostro Paese di saper spendere le risorse provenienti dal Bilancio comunitario e dai vari Fondi. C’è il rischio che si riproponga anche adesso? 
Sì, il rischio è elevatissimo perché le risorse sono molto più alte e quindi bisogna avere degli amministratori capaci di saperli spendere. Il nostro sistema burocratico è un ostacolo. Rispetto al passato, adesso i prestiti sono vincolati nella destinazione d’uso. Perché per poterne fare richiesta, bisogna indicare i settori nei quali verranno spesi: sostenibilità sociale, modernizzazione del Paese e transizione digitale ed ecologica. Non sarà invece consentito poterli spendere a pioggia o per sostenere qualsivoglia settore. I vincoli di spesa potrebbero aiutare il Paese a superare le forche caudine rappresentate dalle lungaggini burocratiche. Dovranno essere gli amministratori a sapersi destreggiare bene nei meandri della burocrazia. 

I Paesi “frugali” hanno una visione differente dagli altri in ordine a come dovrà essere strutturato lo strumento e chiedono garanzie in ordine alla sua attuazione. È ipotizzabile che l’Italia possa avviare una stagione riformatrice? 
È così. I Paesi frugali sono i più svantaggiati nell’ambito del finanziamento del programma Next Generation UE, perché sono i meno colpiti dalla pandemia, ma non potranno sottrarsi al contributo finanziario che dovranno fornire per poter poi attuare questo strumento e sono consapevoli che le risorse finanziarie andranno prevalentemente agli Stati periferici: Italia e Spagna soprattutto, che sono peraltro tra quelli che hanno avuto un bilancio tragico per numero di decessi e di persone ricoverate. I Paesi del Nord Europa si batteranno per cambiare il mix tra sussidi e prestiti così come viene delineato nel programma a oggi diminuendo i primi e aumentando i secondi: anziché 500 miliardi di contributi a fondo perduto e 250 di prestiti, questi Paesi vorrebbero il contrario: cioè 500 miliardi di prestiti e 250 di sovvenzioni. 
Il secondo obiettivo di Austria, Olanda, Svezia e Danimarca? Che se non sarà possibile evitare il trasferimento di maggiori risorse agli Stati più colpiti dalla pandemia da Covid-19, chiederanno che i prestiti vengano vincolati nella destinazione d’uso e che si riduca il tempo previsto per il rimborso. Fermo restando che gli Stati che vorranno accedere al programma della Commissione europea potranno ottenere i prestiti solo a condizione di attuare riforme per rilanciare e ammodernizzare i loro sistemi economici e produttivi.

Quali le riforme possibili? 
Le riforme sono tutte possibili se si vuole farle veramente. Si parla da tempo di quella della giustizia, per ridurre i tempi di durata dei processi, ma ancora non si è fatta. Bisognerà inoltre riformare gli appalti pubblici: c’è il decreto sblocca-cantieri, ma non sono seguiti i passi conseguenti. Insomma di riforme da fare ce ne sarebbero, ma nel nostro Paese è difficile cantierizzarle e poi attuarle.

Di sicuro ci vuole un Governo che goda di un ampio consenso nelle aule del Parlamento e nel Paese... 
È così. Dubitiamo che il Governo goda di una maggioranza forte: si potrebbe quindi dover ricorrere, in determinate fasi, a negoziati parlamentari con piccoli gruppi o singoli parlamentari che possano “puntellare” la maggioranza facendo approvare determinati provvedimenti di riforme.

C’è un rischio politico che grava sulla capacità di tenuta del Paese nella ripresa dopo il lockdown? 
Sì, il rischio teoricamente c’è. Ma l’eventuale apertura di una crisi al buio e di elezioni anticipate in autunno sarebbero proprio una iattura. Il secondo semestre sarà oltremodo impegnativo per l’attuale Governo, per cui pensiamo che esiste il rischio ipotetico di una crisi, ma pensiamo allo stesso tempo che nessun partito della maggioranza aprirebbe una crisi che sarebbe problematico gestire con un Paese in recessione e non ancora uscito dall’emergenza sanitaria. Non pensiamo del resto che sarebbe possibile nemmeno un governo di larghe intese, visto che maggioranza e opposizione sono state su fronti contrapposti durante questa fase.

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