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La “guerra bifronte” di Albert Einstein per cambiare il mondo

Matthew Stanley racconta la teoria della relatività generale dello scienziato tedesco che ha rivoluzionato la concezione dell’universo


23/12/2019

di Giambattista Pepi


Dall’inizio della sua storia, il genere umano ha potuto progredire grazie alle scoperte, alle invenzioni, alle applicazioni generate dalla creatività, dall’ingegno, dalla fame di conoscenza e dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita. L’uomo ha impiegato i risultati ottenuti dalla ricerca scientifica, dall’innovazione tecnologica, dall’esplorazione delle terre emerse, dagli studi di scienziati, ricercatori, esploratori, inventori non sempre per scopi pacifici e civili. Basti pensare alle armi: dalle pietre ai bastoni, dall’arco e frecce, alla polvere da sparo, fino alle bombe all’idrogeno. Con esiti terribili e devastanti. 
La teoria della relatività generale, una tra le più grandi scoperte scientifiche di tutti i tempi, dovuta al celebre fisico Albert Einstein, avrebbe mutato in maniera radicale il paradigma di interpretazione del mondo fisico. La concezione dell’intero universo sarebbe stata messa in discussione. 
Purtroppo, era già accaduto in passato, quando una nuova verità su basi scientifiche si fa strada e rompe con le credenze divenuti dogmi infallibili, come fu la teoria di Galileo Galilei, sostenitore della teoria copernicana eliocentrica sul moto dei corpi celesti in opposizione al quella geocentrica sostenuta dalla Chiesa cattolica (per questo etra stato condannato nel 1633 per eresia e costretto ad abiurare le sue concezioni astronomiche), anche questa volta, davanti a questa dirompente teoria, gli scienziati che la sostenevano vennero perseguitati, così come i giornali che ne avevano parlato. 
Nel saggio La guerra di Einstein (Newton Compton, pagg. 416, euro 9,90) Matthew Stanley racconta la teoria che ha rivoluzionato la concezione dell’universo. 
In questo libro (l’opera con il titolo Einstein’s Warè stata pubblicata da Penguin Books a Londra e tradotta dall’inglese da Marzio Petrolo) l’autore (laureato in storia, astronomia, fisica e religione e insegna Storia delle scienze all’University’s Gallatin School of Individualized Study a New York) ricostruisce la genesi della teoria einsteiniana che ha rivoluzionato la concezione dell’universo germogliata durante la Prima guerra mondiale. 
“La relatività non solo riuscì a spiegare i movimenti delle galassie nello spazio, a predire l’esistenza dei buchi neri e a definire la maestosa scala del cosmo, ma ci costrinse a mettere in dubbio il modo stesso in cui percepiamo il mondo che ci circonda” scrive Stanley nella prefazione. “Einstein – prosegue - ci ha svelato che il tempo e lo spazio non erano quel che apparivano, che gli strumenti fondamentali usati per interpretare la realtà erano distorti. La gravità devia la luce, i gemelli possono invecchiare a ritmi diversi, le stelle nel firmamento sembrano deviare dalla loro posizione originale, la materia e l’energia sono l’una la strana ombra dell’altra. Avevamo solo una visione parziale e distorta del vero universo quadridimensionale. La realtà delle cose era accessibile solamente a coloro che fossero in grado di cimentarsi con complessi calcoli matematici e paradossi filosofici”. 
Nel 1919, con l’Europa ancora stravolta dal caos postbellico, Arthur Stanley Eddington, grande astrofisico inglese, si imbarcò per un viaggio attorno al mondo che aveva lo scopo di osservare una fugace eclissi solare. Era un’opportunità rara per confermare l’audace previsione di Einstein secondo cui la luce ha un suo peso. Fu il risultato di questa spedizione - che molti considerarono come una conferma della relatività - che portò Einstein sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. E lo sfondo su cui fece la comparsa questo nuovo grande saggio fu proprio il pandemonio della guerra che aveva insanguinato l’Europa. 
Quella della relatività di Einstein narrata in questo libro è una storia profondamente umana. Lungi dall’essere un astratto sviluppo di idee, materializzatosi grazie all’uso del puro raziocinio, o da una scintilla d’ispirazione nata nella mente di un’unica persona, fu al contrario un’avventura sfaccettata intrisa d’amicizia, odio e politica. 
Se da una parte Einstein non tenne mai in mano un fucile, né sparò mai un solo colpo, è anche vero che la guerra plasmò la sua vita e il suo lavoro per molti anni. Anche le successive vicissitudini che lo colpirono come uomo e come scienziato ne condizionarono l’esistenza e lo costrinsero all’esilio, proprio mentre l’Europa stava per precipitare in un orrore senza fine: l’avvento dei totalitarismi, lo scoppio della Seconda guerra mondiale e lo sterminio degli ebrei. 
Einstein dovette combattere contro il pregiudizio antisemita, che lo aveva messo all’indice nel suo Paese, dove oltre a doversi difendere da minacce e ingiurie, fu costantemente screditato nell’ambiente scientifico. 
Quando poi nel gennaio 1933 Adolf Hitler salì al potere, capì che per lui sarebbe stato impossibile poter continuare a vivere, a studiare e ad insegnare in Germania. Il 7 aprile dello stesso anno per altro venne promulgata la “Legge della Restaurazione del Servizio Civile”, a causa della quale tutti i professori universitari di origine ebraica, tra i quali lo stesso Einstein, furono licenziati. Nell’ottobre del 1933, con l’intensificarsi delle persecuzioni anti-semitiche, decise di trasferirsi negli Stati Uniti. 
Durante gli anni Trenta con i nazisti al potere, i premi Nobel Philipp von Lenard e Johannes Stark condussero una strenua campagna volta a screditare i suoi lavori, etichettandoli come “fisica ebraica”, in contrasto con la “fisica tedesca” o “ariana”. 
Nel 1944, a Rignano sull’Arno, cittadina in provincia di Firenze, la moglie e le figlie di suo cugino Robert furono uccise da un reparto delle SS, verosimilmente come rappresaglia nei suoi confronti; la strage, a cui si aggiunse l’anno seguente la perdita del cugino, morto suicida, colpì molto Einstein, che aveva acquisito la cittadinanza statunitense nel 1940 e che non rientrò più in Europa, rimanendo negli Stati Uniti fino alla morte. 
Lo scienziato tedesco (naturalizzato svizzero e statunitense), insignito del Premio Nobel per la fisica nel 1921 (per uno studio del 1905 sull’effetto fotoelettrico) dovette pertanto combattere una guerra su due fronti: non solo quello della creazione della sua teoria universale, ma la difficoltà incontrata nel diffonderla, nel convincere amici e nemici della sua importanza, della sua straordinarietà, della sua immanenza. 
E il suo passaggio da emarginato della scienza a nuovo fautore della realtà contemporanea non solo ebbe luogo sullo sfondo dell’apocalisse, ma ad essa fu indissolubilmente legato. 
Senza la Grande guerra, com’è stata definita dagli storici la Prima guerra mondiale (1914-1918), la relatività non sarebbe come la conosciamo, e il nome di Einstein non sarebbe sinonimo di “genio”. Due guerre, dunque, intrecciate tra loro, che cambiarono il mondo.

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