Share |

L’attualità del pensiero di Robespierre, detto l’Incorruttibile

Fu un vero paladino del popolo o un sanguinario tiranno? Marcel Gauchet, storico e filosofo, ci presenta un personaggio divisivo: artefice della Rivoluzione francese e protagonista del Regime del terrore. Una contraddizione che ci riguarda da vicino


28/10/2019

di Tancredi Re


Maximilien François Marie Isidore de Robespierre, detto l’Incorruttibile, è stato un politico, avvocato e rivoluzionario, protagonista di spicco della Rivoluzione francese e del Regime del terrore. Gli storici e i contemporanei si sono divisi tra chi lo considerava un demagogo e un dittatore che causò le numerose esecuzioni di coloro che erano considerati nemici della Rivoluzione francese e chi lo ritiene un idealista, allevato nelle idee dell’Illuminismo, in particolare quelle di Jean-Jacques Rousseau, devoto alla causa rivoluzionaria della Repubblica fino al sacrificio della stessa vita. 
Questa seconda visione, più positiva rispetto a quella degli storici anti-rivoluzionari, che lo vede come custode della Repubblica contro gli intrighi dei monarchici nonché un sincero protettore dei poveri, è stata messa in luce e divulgata in maniera organica da Albert Mathiez nei primi decenni del XX secolo. Negando il paragone con Olivier Cromwell, il dittatore inglese anti-monarchico del XVII secolo: lo storico francese indica, invece, in Robespierre uno dei padri della democrazia rappresentativa a suffragio universale, con intenti più sociali rispetto alla democrazia liberale di stampo statunitense. 
Pur non di meno, il dibattito sulla sua figura resta più aperto che mai. Il fatto è che è difficile raccordare i due volti e i due momenti che sono stati trasmessi alla posterità. Potrebbe essere allora interessante per coloro che avessero voglia di approfondire la complessità di questo personaggio storico la lettura del libro Robespierre. L’incorruttibile e il tiranno (Donzelli, pagg. 213, euro 28,00) scritto da Marcel Gauchet, storico e filosofo francese tra i più brillanti. 
Nell’opera (edita in Francia da Gallimard con il titolo Robespierre. L’Homme qui nous divise le plus e  tradotta a cura di David Scaffei) l’autore (professore emerito all’Ecole des hautes ètudes en sciences sociales di Parigi e direttore della rivista Le Dèbat) ripercorre in maniera magistrale la parabola politica di Robespierre, attraverso la lettura dell’impressionante mole dei suoi tesissimi scritti (le fonti principali alle quali ha attinto sono le Oeuvres complétes de Maximilien Robespierre, pubblicate dalla Société des étudesdes robespierristes fra il 1912 e il 1967 in dieci volumi, ai quali se n’è aggiunto un undicesimo di appendici nel 2007) e tenta di rispondere ai molteplici interrogativi su chi fosse realmente e quale fosse la vera natura di questo personaggio camaleontico (era un sincero democratico, oppure un cinico e spregiudicato tiranno?) mostrando come la transizione dall’affermazione dei diritti del popolo alla fondazione di un sistema politico basato su di essi non sia una vera cesura, ma, appunto, un passaggio, potremmo dire ineludibile, con tratti di rottura violenta. Ma la domanda – che si sono posti nel corso degli anni, tra gli altri, storici, politologi e filosofi - su chi sia stato Robespierre è destinata a restare senza risposta. 
Più che la fase in cui Robespierre concepiva e sosteneva l’esigenza della trasformazione politica della Francia attraverso l’eliminazione della Monarchia assoluta considerata una dittatura e l’instaurazione di una democrazia dove i diritti del popolo fossero contemplati nella Costituzione e le sue libertà fossero fondate sulla sovranità popolare, è quella successiva all’abbattimento della monarchia, quando fu instaurato il Regime del terrore (1793-94) ad avere suscitato dubbi e perplessità sulla sua figura di autentico paladino del popolo e apostolo della democrazia rappresentativa. 
Gli storici hanno cercato di capire come potesse conciliarsi nella stessa persona l’anelito alla libertà del popolo, al rispetto della legge, alla difesa della sovranità popolare contro i soprusi del Re di Francia e dell’Ancien Régime, con la spaventosa “macchina” del terrore che lavorò per diversi anni in maniera sistematica ed implacabile facendo ricorso a processi sommari e all’uso della ghigliottina. 
Una stagione breve ma terribile. Non c’è accordo tra le fonti nel calcolo delle vittime del regime dispotico imposto in quegli anni nella Francia post monarchica: c’è chi parla di almeno 70mila morti, prevalentemente appartenenti alla media borghesia. Altri parlano, con le approssimazioni del caso, di circa 35mila esecuzioni, delle quali ben 12mila senza processo. La metodica cancellazione di ogni forma di dissenso fu eseguita anche mediante l’incarcerazione di circa 100mila persone, alcuni studiosi arrivano addirittura a stimarne 300mila, soltanto perché sospettate di attività controrivoluzionaria. 
E, come sempre avviene in questi casi di violenza parossistica, lo stesso Robespierre ed i suoi alleati tra giacobini e sanculotti, che avevano sparso così tanto sangue, furono rovesciati da un colpo di Stato del 27 luglio 1794 ordito da una parte dei componenti del Comitato di salute pubblica, appoggiati da alcuni dei principali e più violenti rappresentanti in missione e dalle correnti più moderate della Convenzione nazionale. Dopo essere rimasto ferito verosimilmente durante il suo arresto, Robespierre fu portato al patibolo e giustiziato assieme ad altri, tra cui il fratello Augustin, Francois Hanriot, Louis Saint Just e Georges Couthon, della corrente giacobina e dei sanculotti (28 luglio 1794). 
Certo, gli studi di quegli eventi drammatici e del pensiero e della condotta di Robespierre sono successivamente serviti per lo meno a restringere le sue responsabilità durante il Regime del terrore. In realtà, le leggi speciali di quella stagione non furono proposte da lui, ma dall’intero Comitato di Salute pubblica e vengono viste come una misura necessaria a causa della guerra civile ed esterna a cui era sottoposta la Francia. 
I rimproveri per gli eccessi vengono rivolti ai suoi più accesi seguaci e rivali più che a Robespierre in persona, mentre la sua politica viene collocata all’interno di un’emergenza rivoluzionaria che richiedeva anche atti estremi per salvare la nuova Repubblica e la sua fragilissima democrazia. 
Del resto è stato ampiamente provato che Robespierre non deteneva affatto un potere assoluto e dittatoriale, ma solo una maggiore autorità morale in quanto leader della fazione maggioritaria; è altresì difficile comprendere, data la sua propensione iniziale contro la pena capitale per principio, però, il perché di un cambiamento così netto da permettere ai tribunali di applicare processi sommari in gran numero, e quanto ne fosse davvero responsabile personalmente; senza dubbio non fu a conoscenza di ogni condanna, né la ordinò (come affermarono i suoi nemici), ma non vide o non volle vedere la degenerazione in atto nei principi rivoluzionari, o forse ritenne questa fase indispensabile per la rigenerazione di un sistema ritenuto completamente corrotto. 
Egli riteneva che, in ogni caso, senza un’educazione del popolo, la sola repressione sarebbe stata completamente inutile, perché, affermò “L’immoralità è la base del dispotismo, come la virtù è l’essenza della Repubblica. Il terrore senza la virtù è funesto”. 
Resta il fatto che, alla fine, forse consapevole dei complotti che si stavano preparando contro il suo governo, concesse il suo assenso e sostenne una legge più radicale e repressiva nei confronti dei “nemici della Rivoluzione”, la cosiddetta Legge del 22 pratile anno II, il punto massimo della legislazione d’emergenza rivoluzionaria, che eliminava gli appelli dai tribunali. 
Robespierre e il suo gruppo dirigente erano consapevoli della gravità di queste leggi, ma le ritennero il male minore, di fronte alla prospettiva della fine della Repubblica, come affermò Saint-Just: “Tutto ciò che sta succedendo è orribile, ma necessario”. 
Non è la prima volta che Gauchet si occupa di Robespierre. Lo aveva già fatto in due precedenti libri: La Révolution des droits de l’homme del 1989 e La Révolution des pouvoirs del 1995. In queste occasioni aveva potuto rendersi conto del ruolo peculiare di questo personaggio e aveva scorto fino a che punto nella sua traiettoria, fra ascesa e caduta, fosse concentrata la posta in gioco fondamentale di quell’esperienza politica eccezionale che è stata la Rivoluzione francese. 
Ma perché può essere importante al giorno d’oggi tornare a studiare il pensiero che animò l’intrepido oratore della Costituente ed il padrone della Convenzione? Perché fare i conti con questo apparente paradosso equivale ad accogliere l’idea che le memorie divise della Rivoluzione debbano convivere, e ad oltre due secoli di distanza, in un’Europa in cui le democrazie parlamentari sono sempre più in bilico. 
Pertanto, la “lezione” di Robespierre, che incarna la tensione tra i princìpi fondativi della democrazia e gli imperativi dettati dal suo stesso quadro politico, è più che mai utile a riflettere su una contraddizione che ci riguarda tutti da vicino.

(riproduzione riservata)