Share |

La battaglia di Tagliacozzo, uno scontro tra titani

Lo storico Federico Canaccini ci fa rivivere un’epica sfida: quella tra gli Svevi di Corradino e i francesi di Carlo I d’Angiò


08/04/2019

di Giambattista Pepi


23 agosto 1268. A Tagliacozzo, una sperduta località della Marsica, in provincia dell’Aquila, in Abruzzo, si combatte un’epica battaglia che segnerà per i secoli a venire la storia dell’Italia e, in particolare, del Mezzogiorno. Due eserciti si fronteggiano in armi: da un lato, i soldati tedeschi e i ghibellini italiani, raccolti attorno al duca di Svevia, il giovanissimo Corradino, legittimo pretendente del Regno di Sicilia. Dall’altro, le truppe francesi e i guelfi della Penisola sotto le insegne del sedicente sovrano del Mezzogiorno, lo spregiudicato e ambizioso Carlo I d’Angiò. 
La battaglia di Tagliacozzo o dei Piani Palentini rappresenta il canto del cigno della potenza sveva in Italia. La tragica fine di Corradino segna infatti la caduta definitiva degli Hohenstaufen dal trono imperiale e da quello di Sicilia, aprendo, nel regno siciliano, il nuovo capitolo della dominazione angioina, sostenuta dal Papato. 
A questo evento storico è dedicato il saggio di Federico CanacciniLa battaglia di Tagliacozzo (Laterza, pagg. 172, euro 18,00), nel quale lo storico medievale (ha insegnato Storia della guerra nel Medioevo alla Catholic University of America e Paleografia latina alla Lumsa di Roma e collabora con l’Università Pontificia Salesiana) offre, oltre alla ricostruzione storica degli avvenimenti che precedettero la battaglia (il ventennio di scontri senza esclusione di colpi tra l’imperatore del Sacro Romano Impero, la famiglia degli Hohenstaufen e il Pontefice della Chiesa Cattolica Romana, allora grande potenza temporale oltreché morale e spirituale), i significati palesi e occulti che ha rappresentato. “Lo scontro combattuto nei Piani Palentini può essere letto attraverso plurime prospettive” scrive l’autore nell’introduzione: “come lo scontro fra guelfi e ghibellini, scontro fra Svevi e Angioini, ma anche tra Svevi e Papato; scontro, infine, fra “nazioni”, francese e tedesca”. 
Nello stesso libro inoltre si parla di strategie militari e, in particolare, delle tattiche apprese dai saraceni e sperimentate per la prima volta in Europa proprio dai comandanti e dalle truppe degli angioini e dei loro alleati: il mondo cavalleresco, con i suoi riti e i suoi vincoli, viene cancellato per sempre e sostituito da forme di guerra brutali e prive di remore. Al posto della lealtà e del coraggio, i condottieri mettono in campo l’astuzia, la perfidia e l’inganno. Al posto dell’onore delle armi, gli sconfitti vengono umiliati, oltraggiati e sopraffatti fisicamente. 
Ma il “cuore” del libro resta naturalmente la disfida di Tagliacozzo, dove sono in gioco la supremazia non solo tra due eserciti, due famiglie dinastiche, due Nazioni, ma soprattutto due modelli di potere statuale e di governo del Medioevo: quello degli Stati nazionali, contrapposto a quello Imperiale. Una battaglia storica che merita qui di essere richiamata, sia pure per sommi capi, per rileggere un capitolo delle tormentate vicissitudini subite nel Medioevo dall’Italia che avrebbe dovuto attendere ben altri sei secoli prima di essere unificata politicamente sotto la dinastia della famiglia reale dei Savoia come Regno d’Italia (1861). 
Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX di Francia e primo conte d’Angiò, era stato investito della corona del Regno di Sicilia da Papa Clemente IV, mentre Corradino di Svevia era stato chiamato dai ghibellini a rivendicare il trono di Sicilia dopo la morte del padre Corrado di Svevia, a sua volta figlio di Federico II di Svevia (Imperatore del Sacro Romano Impero e Re del Regno di Sicilia con Palermo capitale, dove egli per altro era nato e che sarebbe poi passato alla storia come “stupor mundi”, cioè stupore del mondo per le virtù e le conoscenze e la sua Corte popolata da letterati, poeti, artisti normanni, arabi e svevi) e pronipote di Federico Barbarossa, e la successiva (1266) sconfitta e morte a Benevento dello zio Manfredi, che peraltro, in qualche modo gli aveva usurpato il regno. 
Corradino si dirige verso la fedele Lucera(Foggia) che, dopo aver scatenato la ribellione nel Regno il 2 febbraio 1268, dal 20 maggio 1268 era sotto assedio da parte di Carlo I, il quale, per volere della Santa Sede, aveva organizzato una crociata per debellare l’ultima roccaforte islamica del meridione. Lasciato l’assedio, Carlo andò incontro a Corradino e la battaglia si svolse presso i Piani Palentini, tra Scurcola Marsicana ed Albe; prese comunque il nome dalla località di Tagliacozzo(il toponimo, secondo alcune fonti, deriverebbe da due termini latini: Talus Cotium, ovvero taglio nella roccia: il borgo, infatti, si è sviluppato lungo la fenditura che taglia in due il monte Civita; secondo altre fonti, l’etimologia del nome sarebbe legata alla sconfitta di Corradino ed alla sua successiva decapitazione, poiché il nome cozzo nel dialetto abruzzese, significa capo o testa) che era il centro abitato più importante dell’omonima contea, situato nei pressi del luogo dello scontro. 
Corradino fu sconfitto dopo un’apparente vittoria iniziale a causa di uno stratagemma ideato da Alardo di Valéry, che prese spunto a sua volta da un analogo espediente usato dai saraceni nelle crociate: il nobile Henry de Cousances, aiutante di campo del re, indossò le vesti di Carlo e si lanciò in battaglia con tutta l’avanguardia angioina preceduta dalle insegne reali. Gli uomini di Corradino si gettarono in massa contro questa schiera, sbaragliandola. 
Caduto il Cousances, i ghibellini ebbero l’illusione di aver ucciso l’odiato francese e di avere in pugno la vittoria. Ruppero così le loro formazioni, lasciandosi andare a grandi scene di giubilo, lanciandosi disordinatamente all’inseguimento dei franco-angioini in apparente rotta, e dedicandosi anche al saccheggio del campo nemico. Questo diede a Carlo d’Angiò la possibilità di sferrare un nuovo attacco a sorpresa, grazie a 800 cavalieri tenuti in riserva, che non aveva impiegato nella prima fase della battaglia e tenuto dietro un avvallamento del terreno. 
Lo schieramento ghibellino, preso di sorpresa ed alle spalle, non resse alla carica della cavalleria angioina, fu travolto e si disperse. Per le truppe dello svevo fu una disfatta che assunse in breve le proporzioni di un autentico massacro. 
Corradino si diede allora alla fuga, dirigendosi verso Roma. La città che poco tempo prima lo aveva trionfalmente accolto, si dimostrò adesso ostile allo sconfitto. 
D’altronde, l’ira di Carlo verso i romani, ritenuti traditori per l’appoggio dato in precedenza alla famiglia dell’Imperatore era stata terribile, come atrocemente sperimentarono i cittadini romani fatti prigionieri a Scurcola: furono barbaramente massacrati con inumani supplizi. Tutti questi eventi precedenti certo non favorirono in quel momento la solidarietà dei romani verso il fuggiasco Corradino. Il giovane principe ed i suoi decisero che sarebbe stato più prudente lasciare Roma per dirigersi verso lidi sicuri. Raggiunta con i suoi compagni Torre Astura, località del litorale laziale nei pressi di Nettuno, Corradino tentò di prendere il mare, probabilmente diretto verso la fedelissima Pisa.  Fu invece tradito da Giovanni Frangipane signore di quei luoghi, che lo fece consegnare a Carlo d’Angiò. Processato sommariamente e condannato a morte, fu decapitato a Campo Moricino, l’attuale Piazza del Mercato di Napoli, il 29 ottobre 1268; Federico I di Baden-Baden condivise lo stesso destino. 
La vittoria franco-angioina segnò il destino della saracena Lucera, che fu presa per fame il 28 agosto 1269 e della penisola italiana, strappata di fatto agli Svevi dagli Angioini, il cui dominio doveva peraltro subire un duro colpo nel 1282 con la rivolta dei Vespri Siciliani.

(riproduzione riservata)