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La battaglia per la libertà non ha colore, né censo, né cultura

La giovane ghanese Ayesha Harruna Attah mette in scena l’intrigante storia di una principessa e di una schiava che si incontrano a Salaga, la città dei cento pozzi 


18/03/2019

di Valentina Zirpoli


Si chiama Ayesha Harruna Attah e si propone come una delle voci più intense della nuova narrativa africana. Basta leggere I cento pozzi di Salaga (Marcos Y Marcos, pagg. 300, euro 18,00, traduzione di Monica Pareschi) per rendersene conto. Sia per la capacità di raccontare sia per gli argomenti trattati. Il tutto a fronte di una robusta capacità nel saper intrecciare la storia delle sue due protagoniste (due donne diverse sia per nascita che per indole che si raffrontano con i temi del potere e della libertà) con quella dell’Africa di fine Ottocento. Quando ancora a tenere banco era il commercio degli schiavi, una piaga che l’autrice tratta da par suo, senza lasciarsi andare a una più che lecita commiserazione. 
Una capacità che sorprende anche perché il racconto - supportato da anni di ricerche - si rifà a una vicenda vera legata alla trisavola dell’autrice, che era stata venduta come schiava sul mercato di Salaga, appunto nel Ghana precoloniale, quello dominato dalle potenze europee. Risultato? Un lavoro di indubbio impatto che si rifà a un personale modo di scrivere, peraltro celebrato dai critici per la capacità di evocare in maniera convincente le vicende storiche e le atmosfere africane dei tempi andati. 
E appunto in Ghana, e più precisamente nella capitale Accra, Ayesha Harruna Attah è nata nel 1983, quando ancora teneva banco il regime militare, ma in una famiglia di giornalisti in cui le storie rappresentavano il pane quotidiano. Una famiglia che le avrebbe permesso di poter studiare negli Stati Uniti (Columbia e New York University), per poi tornare in patria (anche se oggi vive in Senegal) e mettersi scrivere apprezzati romanzi, tradotti o in corso di traduzione in nove nazioni (Usa compresi). 
Il Ghana, si diceva. Un Paese che fa da sfondo a una storia che ho saputo apprezzare in maniera particolare in quanto, non molti anni fa, nel corso del mio girovagare giornalistico per il mondo, avevo avuto modo di incontrare l’allora presidente della Repubblica nonché il re degli Ascianti (la massima autorità religiosa del Paese), oltre a visitare alcuni dei fortini sparpagliati sulla costa - a ridosso dell’oceano - da dove, uscendo dalle cosiddette ed emozionanti porte del “non ritorno”, gli schiavi venivano imbarcati sulle navi per essere trasportati in quella che oggi viene celebrata come la culla della libertà. Appunto gli Stati Uniti d’America. 
Detto questo, spazio a briciole di trama de I cento pozzo di Salaga, dove a tenere banco sono Wurche, una principessa mascolina e selvatica, abituata a comandare, e Aminah, una donna timida e sensuale che cucina per le carovane di passaggio. E sarà appunto a Salaga, la città degli schiavi, che le loro strade si incroceranno. Salaga, dove le carovane arrivavano all’alba o quando il sole era altissimo nel cielo o quando la mezzanotte “aveva avvolto tutto in blu vellutato. L’unica cosa certa era che la carovana di Sokoto arrivava molto prima che la stagione secca finisse. Adesso, però, non era più così…”. 
Come da sinossi, “Aminah vive in un villaggio sulla pista delle carovane, le piace cucinare e creare cose con le mani; sogna di cucire scarpe come suo padre e viaggiare per venderle. Il viaggio che l’aspetta è però ben diverso, ma rivela il suo coraggio e la sua capacità di resistenza. Wurche è invece la figlia di un re, una guerriera; sogna di governare insieme al padre e ai fratelli, per risolvere i conflitti interni e contrastare la rapacità degli europei. E non immagina certo che le venga chiesto di sposarsi per cementare una importante alleanza”. 
La guerra incombe, e nei villaggi imperversano i mercanti di schiavi, che portano il loro bottino a Salaga, la splendida città dai cento pozzi. Uno di loro è Moro, cavaliere bellissimo e sensibile, eppure implicato in quel vergognoso traffico. E sarà proprio grazie a lui che Aminah (nata libera, ma fatta schiava) e Wurche (nata principessa, ma condannata alla ragion di Stato) si incontreranno. Due donne diverse per censo e cultura, ma entrambe costrette - supportate da una grande forza di volontà - a battagliare per conquistarsi la libertà. 
In buona sostanza una storia, quella della Attah, contrassegnata dalla capacità di intrigare e far partecipe il lettore alle tematiche trattate con il garbo dovuto, anche se di indubbio peso. Un esempio? “Gli uomini parlarono per ore, dopo di che il nero vestito da ispettore porse a Etuto un panno azzurro, bianco e rosso. Più tardi, quella stessa sera, Mma disse ad Aminah che aveva appena visto la Storia compiersi sotto i suoi occhi. Accettando la loro bandiera, Etuto aveva accettato l’alleanza con il popolo bianco degli inglesi…”. 

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