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La comicità di Gino Vignali in una commedia noir che ha fatto subito centro

Si tratta del primo lavoro di una quadrilogia che lo vede orfano di Michele Mozzati. A seguire l’ironia di Alice Basso e la prima volta in Italia di Jane Casey


23/07/2018

di Mauro Castelli


Una seducente banda di personaggi destinati a molte avventure (“Ho in scaletta altri tre romanzi stagionalizzati”, visto che il ferro - aggiungiamo noi -  va battuto sin che è caldo) tiene banco nella commedia noir scritta da Gino Vignali (all’anagrafe Luigi), storico compagno di viaggio di Michele Mozzati, con il quale aveva fondato nel 1970 un gruppo cabarettistico composto da quattro persone, I Bachi da sera, gruppo che si sarebbe sciolto con la fine degli studi universitari (“Per quanto mi riguarda mi sono laureato in Economia alla Bocconi, con esperienze di lavoro al seguito in un paio di aziende come controller di gestione”). 
Ma il loro sodalizio, sotto l’etichetta di Gino & Michele, sarebbe proseguito, contribuendo alla nascita e alla crescita di Radio Popolare, partecipando a numerose trasmissioni satiriche, ad esempio regalando a Enzo Jannacci il testo di quel grande successo che fu Ci vuole orecchio. Ma la loro vera svolta sarebbe arrivata con le trasmissioni, ideate da Antonio Ricci, Drive In, Matrioska e L’araba fenice
Primi passi di una carriera, lunga sempre, in campo televisivo, cinematografico, teatrale, editoriale e giornalistico. Mettendo peraltro a segno colpacci da maestro, come l’ideazione negli anni Settanta dell’agenda Smemoranda, il contributo alla nascita e al successo di Zelig o la pubblicazione nel 1991 del vendutissimo Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano nonché di altri libri di successo. Per poi, strada facendo, lasciarsi risucchiare dal ruolo di responsabili di progetto (“Un po’ produttori e un po’ registi”) nel campo dello spettacolo. Sin quando, “oltre un anno fa”, Gino Vignali (nato a Milano il 7 luglio 1949), decise di chiudere con questo tipo di lavoro - “In parallelo con la fine di Zelig” - per via di “un piccolo intervento”. Fu così che, “avendo un sacco di tempo a disposizione, mi dedicai alla lettura di libri gialli, una mia grande passione assieme al tennis, alle bici da corsa (ne possiedo due) e al nuoto”. 
E mentre “stavo leggendo i romanzi dei bravi Marco Malvaldi e Alessandro Robecchi (fra i miei preferiti insieme a Michael Connelly, Andrea Camilleri, Antonio Manzini e Maurizio de Giovanni) mi sono lasciato andare a una riflessione: come mai da vent’anni non scrivo più una parola? Riflessione subito seguita da un interrogativo: sarei capace di imbastire un giallo? Sta di fatto che mi misi a scrivere a mano su una vecchia agenda della Moleskine, grossa quanto una rubrica telefonica. All’inizio fu faticoso, avevo perso la manualità. Poi via via avrei ripreso confidenza con la penna e non mi sarei più fermato. Benché i testi, una volta limati (scrivo sulla parte destra delle pagine, lasciando spazio sulla sinistra ad appunti e osservazioni), alla fine li ripasso al computer”. 
Il tutto senza aver buttato giù una scaletta. Partendo solo da un paio di certezze: che “la storia avesse per protagonista una donna bella, ricca e di successo e che la vicenda fosse ambientata a Rimini, la cui fisionomia cambia con il procedere delle stagioni: se in inverno sembra Cortina, in estate si propone infatti alla stregua di Miami. D’altra parte a Rimini mi sento un po’ di casa in quanto mia madre è nata lì e lì io passavo dei mesi dai nonni. E sempre lì - dopo un lungo rifiuto di tornarci, con tanto di mea culpa al seguito - ho persino acquistato una casa”. 
Rimini, si diceva. Una città “dove nessuno ha mai pensato di ambientarci una storia di ammazzamenti, benché si rapporti con il turismo (e quindi anche con la delinquenza), con il riciclaggio (leggi San Marino), con la droga (vedi San Patrignano) e con i ricordi di quel geniaccio di Federico Fellini”. 
Risultato? La chiave di tutto (Solferino, pagg. 236, euro 16,00), un lavoro da solista con un grazie al seguito a Michele per avergli concesso questa scappatella. “Fermo restando che, in questo modo, siamo uno a uno. Lui ha infatti già dato alle stampe un’antologia di racconti che gli sono stati ispirati dai quadri dello statunitense Edward Hopper. E poi al mio compagno di viaggio non piacciono i gialli, si è sempre lamentato che non li capisce. Tanto è vero che è uno dei pochissimi a non avere mai letto nemmeno un Camilleri”. 
Che altro? Un romanzo, quello di Gino Vignali (un uomo a suo dire “taciturno, riflessivo, tranquillo ed equilibrato”), che si è trovato al centro di una insperata battaglia per la pubblicazione. “È successo che, una volta terminata la stesura della storia, mi sono trovato in imbarazzo per proporla a un agente, visto che da troppo tempo ero fuori dal giro. Poi mi sono ricordato che ai tempi della Rizzoli avevo conosciuto Rosaria Carpinelli, la quale lo ha letto a tamburo battente e mi ha detto che avevo fatto nuovamente centro”. Sta di fatto che in men che non si dica l’interesse sulla sua pubblicazione si sarebbe allargato a macchia d’olio e la scelta di Vignali sarebbe caduta sulla neonata Solferino. Primo appuntamento, come già accennato, con una quadrilogia legata alle stagioni che, partendo dall’inverno, risulta imbastita “su un anno di indagini portate avanti dalla Squadra mobile di Rimini”. 
E lo ha fatto, a nostro avviso, giocando su personaggi che richiamano i grandi protagonisti di Milano. Così il fotografo Liverani profuma del genio di Teo Teocoli. “Anche se nella storia si tratta di un personaggio quasi di contorno, ma nel secondo libro (che si intitolerà Ci vuole orecchio, e qui il richiamo a Enzo Jannacci è evidente) avrà un ruolo da protagonista. Per l’ispettore Orlando Appicciafuoco, il poliziotto che cita Seneca, ho preso invece spunto da Silvio Orlando, per il sindaco di Rimini ho pensato a Fabio De Luigi, mentre per il vicequestore Costanza Confalonieri Bonnet mi sono ispirato alle donne bellissime disegnate da Milo Manara”. 
Tutte figure forti, che fanno la differenza e che “vedrei bene sul piccolo o sul grande schermo, anche perché la struttura complessiva del romanzo ha un taglio cinematografico”. Protagonisti che per certi versi richiamano quelli messi in scena da Andrea Camilleri nelle sue storie del commissario Montalbano. “Un passaggio quasi obbligato - a detta di Vignali - in quanto lo scrittore siciliano rappresenta un faro per tutti. Lui quanto mai abile nello stemperare la drammaticità dei delitti con la leggerezza dei suoi personaggi”. 
Detto questo spazio alla trama a fronte di una curiosa, ma non più di tanto, considerazione da parte dell’autore: “Non sono uno scrittore, al massimo uno sceneggiatore”. Sarà per questo che, puntando sui dialoghi (“Una tematica che rientra nelle mie corde”), la lettura scorre via che è un piacere? 
Più in particolare La chiave di tutto si propone alla stregua di una riuscita commedia con delitti che ruota attorno al vicequestore (“In odore di capo della Polizia e profumo di Chanel”) Costanza Confalonieri Bonnet, una donna bella, anzi bellissima, di ottima famiglia, di buona educazione e anche molto ricca. Lei alle prese con una catena di delitti sinistramente logica: quelli di un senzatetto (noto in città con il soprannome di Vagano per l’abitudine di recitare l’incipit del film Amarcord, trovato morto sotto una panchina nella rotonda del Grand Hotel. E a Costanza, per arrivare sulla scena del crimine, basta infilarsi il giaccone sopra il pigiama e scendere al piano terra), di un nero (a sua volta picchiato, torturato e bruciato) e di una spogliarellista. Che il killer di turno sia intenzionato a “fare pulizia” in quel di Rimini? Costanza (Connie per gli amici, Cocò per gli intimi) è di tutt’altro avviso. Secondo lei a tenere banco è infatti la pista ideologica. Altrimenti perché Vagano si sarebbe preso la briga di ingoiare una chiave prima di morire? Quella potrebbe forse essere la chiave di tutto. Ma per aprire cosa? 
Affiancata da una squadra irresistibile - in primis l’ispettore latinista Orlando Appicciafuoco che corregge i colleghi quando sbagliano a esprimersi in italiano, l’assai meno intellettuale vicesovrintendente Emerson Leichen Palmer Balducci e la nerd Cecilia Cortellesi, agente scelto arrivata da Bergamo, esperta di informatica e di diavolerie elettroniche - Costanza indaga tra le strade magiche di una Rimini ammantata di neve che vede dall’alto della suite Gradisca (peraltro di sua proprietà) al Grand Hotel. Destreggiandosi abilmente, come se non bastasse la caccia all’uomo, fra le zumate sul suo pregevole lato B da parte di un cameramen malizioso che ben presto diventa virale in rete, nonché fra le maglie di un sindaco innamorato, di una anatomopatologa curiosa e un po’ sboccata (Myrta Albanese) nonché sulla visita incombente della sua singolare famiglia milanese… Il tutto all’insegna di una alternanza di tensioni e colpi di scena, spunti umoristici, atmosfere suggestive e piacevoli dialoghi che rappresentano il valore aggiunto della storia. In altre parole una commedia in giallo da dieci e lode.

A questo punto un gradito ritorno: quello di Alice Basso, della quale Garzanti ha dato alle stampe il quarto romanzo con protagonista l’invisibile, esilarante ghostwriter Silvana Sarca, per tutti Vani, attiva in una importante casa editrice. Una maliziosa quanto eclettica protagonista, fine osservatrice, dotata di grande personalità, che a prima vista potrebbe sembrare antipatica senza esserlo: non a caso si propone misantropa, asociale, quasi disinteressata al genere umano. Una figura anomala nella narrativa di settore che nel giro di quattro anni, a partire da L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome edito nel 2015, si è conquistata l’affetto e la simpatia dei lettori. Complice la genialità dell’autrice, portatrice di uno stile fresco quanto originale. La quale, per questo suo personaggio, si è ispirata “in grandissima parte” a una sua amica che si chiama proprio Silvana. “Ma meno indisponente di quella su carta e che per di più sa cucinare bene. Oltre a proporsi alla stregua di una miniera di battute sarcastiche”. 
Ma torniamo a Vani. “Un personaggio - ha avuto modo di precisare la stessa Basso - il cui mestiere si avvicina al mio, anche se non è il mio; una giovane disillusa, che si nasconde dietro un ciuffo di capelli neri e vestiti dello stesso colore, che si lascia andare a battute stupide ma non troppo e per la quale la vita degli altri rappresenta una specie di pane quotidiano”. Il tutto raccontato all’insegna di uno stile gradevole quanto efficace, graffiante quanto sarcastico, che si rifà a trame, disseminate di fuorvianti indizi, che catturano e coinvolgono. 
Il tutto a fronte di un contesto (per la cronaca l’autrice ha in scaletta un quinto lavoro con la stessa protagonista) che si sviluppa nei singoli libri senza soluzione di continuità. Nel senso che ogni storia è leggibile singolarmente, senza la necessità di partire per forza dalla prima. Anche se a unirle è una specie di “macrotrama”, che si sviluppa però all’insegna di singoli contesti. 
Ma come è nata l’idea di questa serie? “Dopo dieci anni trascorsi nell’editoria, un giorno ho ritenuto fosse arrivato il momento di scrivere qualcosa che raccontasse il mio mondo, con tutti i suoi siparietti, i retroscena, i personaggi bizzarri e a volte pazzoidi che lo popolano. Ci voleva però una figura che agisse da collante: è così che mi è venuto in mente il mestiere del ghostwriter, quella figura editoriale che deve assumere mille identità, raccontare qualsiasi cosa, incontrare i più variegati personaggi, farsi carico delle più svariate situazioni. Peraltro senza mai apparire, senza mai ricevere riconoscimenti. Da qui l’idea di una asociale che entra nella testa degli altri, ma prendendone le distanze”. Il tutto contraddistinto dall’ironia e dal sorriso, una dote che non è da tutti. 
A questo punto torniamo ad Alice Basso. Niente a che vedere - sia chiaro - con l’omonima modella che “non ha paura della cellulite”. Lei che è nata a Milano nel 1979, che vive in un borgo medievale a ridosso di Torino, che lavora nel campo dell’editoria come redattrice, traduttrice, valutatrice di proposte editoriali. Lei che fra i suoi autori preferiti annovera - stando a quel che si dice - Mordecai Richler con La versione di Barney, John Steinbeck con La valle dell’Eden, ma anche J.K. Rowling con il suo Harry Potter (in questo caso per via dei quattrini incassati). Lei che - repetita iuvant per chi ancora non la conosce - spesso finge di avere ancora vent’anni “scrivendo canzoni, suonando il sassofono e cantando per un paio di rock band”. 
E ancora. Lei che ama prendersi in giro, definendosi prolissa e chiacchierona, ma anche divertente e concreta. Lei che assicura di amare il disegno, ma anche cucinare (male) e guidare (ancora peggio), ferma restando un’allergia dichiarata per lo sport. Lei che professa un debole “per il colore rosso, anzi per il bordeaux, che non è però quello del sangue, semmai un miscuglio di giallo e noir con spruzzate di rosa…”. Lei che non si fa mancare nulla, narrativamente parlando, nemmeno le parolacce. 
Lei che ora torna sugli scaffali con La scrittrice del mistero (Garzanti, pagg. 332, euro 17,90), romanzo imbastito su “un imprevedibile piano, ovviamente, della scrittrice senza nome”, per la quale scrivere è una missione in quanto solo i libri possono indicarle la strada giusta per arrivare alla verità. Insomma, questo sarebbe il suo lavoro ideale. “Non solo perché così può scrivere nel chiuso della sua casa, in compagnia dei libri e lontano dal resto dell’umanità per la quale non ha una grande simpatia. Ma soprattutto perché può sfruttare al meglio il suo dono di capire al volo le persone, di emulare i loro gesti, di anticipare i loro pensieri, di ricreare il loro stile di scrittura. Una empatia innata che il suo datore di lavoro sa come sfruttare al meglio. Lui sa che solo Vani è in grado di mettersi nei panni di uno dei più famosi autori viventi di thriller del mondo. E non importa se le chiede di scrivere una storia che nulla ha a che fare con i padri del genere giallo che lei adora, da Dashiell Hammett a Ian Fleming passando per Patricia Highsmith”. 
Vani, in effetti, è la migliore. “Tanto che la polizia si è accorta delle sue doti intuitive e le ha chiesto di collaborare. E non con un commissario qualsiasi, bensì con Romeo Berganza, la copia vivente dei protagonisti di Raymond Chandler: fascino da vendere, impermeabile beige e sigaretta sempre in bocca. Sono mesi ormai che i due fanno indagini a braccetto. E tra una indagine e l’altra, tra un interrogatorio e l’altro, tra un colpo di genio di Vani e l’altro, qualcosa di più profondo sembra unirli. Insomma, ora non ci sono più scuse, non ci sono più ostacoli: l’amore può trionfare. Altrimenti come potrebbe chiamare quei crampi allo stomaco che sente ogni volta che è con lui? Eppure la vita di una ghostwriter non ha nulla a che fare con un romanzo rosa, l’happy ending va conquistato, agognato, sospirato”. 
Per farla breve: una storia a tinte gialle, “costellata di citazioni letterarie che possono creare dipendenza”, dove la protagonista si troverà ad affrontare un caso molto più personale di altri: qualcuno minaccia infatti di morte Riccardo, il suo ex fidanzato, con il quale i rapporti nel tempo si sono ovviamente sfilacciati. “Superare l’astio che prova per lui e decidere di aiutarlo risulterà quindi difficile, ma Vani sta per scoprire che la mente umana ha abissi oscuri e che il caso può tessere trame più intricate del più fantasioso degli scrittori”.  

In ultima battuta segnaliamo una iniziativa firmata dalla casa milanese Astoria, che si è assicurata la pubblicazione in Italia dei romanzi, graffianti quanto complessi, della quarantunenne irlandese Jane Casey la quale, dopo aver lavorato per dieci anni nel campo dell’editoria a Dublino (città dove è nata, per poi laurearsi in Letteratura inglese a Oxford), nel febbraio 2010 aveva debuttato sugli scaffali delle librerie con The Missing, seguito nove mesi dopo da The Burning, romanzo tradotto in sette lingue, premiato con il Mary Higgins Clark e capostipite di una serie già arricchita da altri otto lavori (il penultimo dei quali, Let The Dead Speak, è stato inserito dall’Hirish Times fra i venti migliori gialli del 2017). 
Lavori imbastiti su una agente investigativa della polizia londinese, la giovane Maeve Kerrigan, nel mirino di spiacevoli commenti sessisti da parte dei colleghi e presa in giro per le sue origini irlandesi. Di fatto una protagonista che suscita empatia, che adora il suo lavoro e che, a conti fatti, si propone davvero brava nell’indagare i crimini. 
Ed è appunto con la traduzione di The Burning, firmata da Valentina Ricci, che Astoria ha iniziato la pubblicazione della serie. Ovvero con In fiamme (pagg. 506, euro 19,00) nella versione italiana, un romanzo benedetto dalle note di quel geniaccio di Lee Child (“Si tratta di una storia, contorta e stratificata, che il lettore ricorderà a lungo”), ricco di spunti originali, di ambientazioni ben orchestrate, di personaggi che lasciano il segno. A partire appunto dalla protagonista che, nuova nella squadra nella quale è stata inserita, è quanto mai decisa a farsi valere. 
Prendendo a prestito le affermazioni della stessa autrice, queste storie (selezionate per ben quattro volte per l’Hirish Crime Novel of the Year), si basano su “dettagli criminali trattati su basi realistiche, per quanto possano essere orrendi. Niente è infatti completamente inventato. Seppure i luoghi e i protagonisti messi in scena risultino frutto di una mia invenzione”. Il tutto supportato da ricerche e consulenze, consigli e suggerimenti incassati a livello legale. La qual cosa regala credibilità ai canovacci, peraltro di piacevole quanto intrigante lettura. 
Detto questo, spazio alla trama. Un serial killer sta prendendo di mira giovani donne che, di notte, si avventurano da sole nella zona sud di Londra, per poi ucciderle e bruciarne i corpi. È già successo quattro volte. I giornali l’hanno chiamato l’Incendiario. Ma di questo feroce assassino nessuna traccia. D’altra parte, come molti del mestiere sanno, i corpi recuperati dal fuoco presentano problemi investigativi simili a quelli dei cadaveri ripescati nelle acque. In altre parole, casi che risultano dannatamente difficili da chiarire e, quindi, da risolvere. 
Sta di fatto che una mattina arriva la notizia che c’è stata una quinta vittima. Ma in questo caso i dubbi si sprecano. Sì, una donna è morta; sì, il suo corpo è stato bruciato, ma le differenze rispetto ai casi precedenti risultano evidenti. Ed è appunto in questo contesto che Maeve Kerrigan si trova a indagare sulla vita di Rebecca Haworth, una donna che, dopo essere cresciuta in una casa di stile georgiano circondata da un grande parco, conduceva un’esistenza apparentemente idilliaca e di successo. 
La nostra agente - da poco entrata nella squadra, come accennato - si butta nell’impresa con l’intento di farsi un’idea su questo fantomatico serial killer. E, nonostante gli orari antisociali e l’ostracismo dei colleghi, incomincia a far breccia in una verità che non è certo quella che a prima vista poteva sembrare. D’altra parte lei sa come muoversi di fronte al mistero, supportata da una robusta sensibilità nell’addentrarsi fra le infinite contraddizioni dell’animo umano. Da qui un pericoloso salto nel buio nella vita di Rebecca. E quel che a poco a poco affiorerà lascerà di stucco il corollario umano di chi la circonda, a partire dai suoi amici più cari. Perché “la certezza della morte - come sosteneva Sir Thomas Browne - è sempre accompagnata da incertezze”.

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