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La conquista dell’Everest nel racconto di Reinhold Messner

Il 20 agosto 1980 lo scalatore altoatesino raggiunse per la seconda volta la vetta più alta del mondo in solitaria e senza l’ausilio dell’ossigeno


21/09/2020

di Tancredi Re


Nel 1978 Reinhold Messner, assieme all’alpinista austriaco Peter Habeler conquistò l’Everest, diventando uno degli scalatori più famosi del mondo. Con i suoi 8.848 metri sul livello del mare, e la sua mole, rappresenta uno dei “giganti” della Terra e fa parte della catena montuosa dell’Himalaya assieme ad altre cime superiori agli ottomila metri, al confine fra la Cina e il Nepal.  
La scalata dell’Everest fu una grande impresa che è passata alla storia. Eseguita senza l’ausilio di bombole di ossigeno, considerata fino ad allora impossibile per l’uomo, i due scalatori furono, però, accusati di aver utilizzato di nascosto delle mini-bombole. Ma due anni dopo, il 20 agosto 1980, Messner mise la sordina alle polemiche raggiungendo di nuovo la vetta dell’Everest in pieno periodo monsonico, ma questa volta in solitaria e sempre senza l’ausilio di ossigeno supplementare. 
Durante l’impresa, compiuta in appena quattro giorni, aprì una nuova variante sul versante Nord, senza aver preallestito dei campi di alta quota. Salendo dovette anche affrontare la caduta in un crepaccio. Una continua agonia, scriverà in seguito, “una prova fisica mai prima affrontata”. 
Di questa impresa straordinaria ce ne parla lo stesso protagonista, Reinhold Messner, nel libro Everest solo. Orizzonti di ghiaccio (Corbaccio, pagg. 207, euro 19,90), descrivendo anche la regione del Tibet, misteriosa e inaccessibile, dominata dai giganti del ghiaccio, costellata da monasteri in rovina e attraversata da interminabili carovane di yak, il bue tibetano. 
A queste altitudini Messner riflette sulle motivazioni che spingono quanti si cimentano a scalare i rilievi di ottomila metri e le condivide con i lettori, assieme alle pagine del diario della sua compagna di viaggio, Nena Holguin, che seguì dal campo base la sua incredibile avventura. 
Inizialmente salito alla ribalta nel mondo dell’alpinismo per aver riportato in auge l’arrampicata libera in un periodo nel quale era preponderante la progressione artificiale, Messner con il fratello Gunther si resero protagonisti il 6 e 7 luglio 1968 del primo VIII in libera (seguendo la “linea logica”) al Pilastro di Mezzo del Sassdla Crusc (Sasso della Croce) nelle Dolomiti Ampezzane del Veneto. 
Il suo nome, legato a innumerevoli arrampicate e esplorazioni, è per lo più noto al grande pubblico per essere stato il primo alpinista al mondo che già nel 1968 aveva scalato tutte le quattordici cime della Terra che superano gli 8mila metri sul livello del mare, spesso da versanti o in condizioni di eccezionale difficoltà (una di queste ha ispirato il film Nanga Parbat). 
Le sue innovazioni nell’arrampicata libera, prima, e nell’alpinismo di alta quota, poi, lo fanno figurare ai vertici dell’alpinismo internazionale a cavallo degli anni Sessanta e Settanta. 
Nel dicembre 1968 con il raggiungimento della vetta del Monte Vinson (la vetta più alta dell’Antartide situata a circa 1.200 km dal polo Sud: lunga circa 21 km e larga circa 13, si trova all'interno della catena del Sentinel Range ed è una delle Sette vette del Pianeta) Messner completò l’ascesa delle Sette vette più alte dei cinque continenti della Terra. 
Dopo il 1980 Messner ha continuato a conquistare numerose vette himalaiane, spesso aprendo nuovi percorsi, o tentando per primo l’ascesa in inverno, sempre proponendo un approccio all’alpinismo basato sul suo stile di arrampicata leggera. 
È stato quindi un grande himalaista, capace di porsi sempre nuovi obiettivi e di comunicarli con grande efficacia anche a un pubblico non esperto. Tra le altre spedizioni, ricordiamo le traversate dell’Antartide, e della Groenlandia, senza il supporto di mezzi a motore, né cani da slitta e la traversata del Deserto del Gobi. 
Socio onorario e medaglia d’oro del Club Alpino Italiano, è anche autore di molti libri in cui narra le sue imprese e affronta tematiche inerenti alla cultura della montagna, mentre dal 1999 al 2004 ha fatto parte del Parlamento europeo eletto come indipendente nella lista dei Verdi italiani, fatti che hanno contribuito alla sua notorietà. 
Ricordiamo infine che è un agricoltore e si dedica alla gestione del Messner Mountain Museum, il progetto di un circuito museale da lui ideato e realizzato, suddiviso in sei diverse sedi sparse nell’arco alpino, dislocato tra Castel Firmiano a Bolzano, Solda, Castel Juval (dove Messner abita dal 1983), Monte Rite, Castello di Brunico e Plan de Corones. 
In queste ultime due, chi scrive si è recato in visita nel 2016, durante un bel soggiorno a Riscone di Brunico. 
La sede creata nel Castello di Brunico (riaperto il 2 luglio 2011, dopo il restauro) è dedicata ai popoli della montagna e vuole essere un luogo d’incontro e di scambio culturale tra la popolazione locale e quelle provenienti dalle altre regioni montane del mondo. Messner ha voluto inoltre creare un punto di informazione e approfondimento sulle problematiche legate al rapporto tra cultura alpina e cultura urbana, agricoltura di montagna e turismo. 
L’altra sezione del Museo è situata sulla cima del Plan de Corones, a 2.275 metri, poco distante dalla Campana della Pace inaugurata nel 2002, e racconta la disciplina e la storia dell’alpinismo e dell’arrampicata delle grandi pareti. La struttura museale è stata inaugurata il 23 luglio 2015 ed è raggiungibile con la funivia Riscone.  
Il museo, progettato dall’architetto anglo-irachena Zaha Adid, su una superficie di circa mille metri quadri, comprende un’area d’ingresso, una piccola libreria, tre livelli di spazi espositivi per mostre permanenti e temporanee ed un piccolo auditorium. Le cronache riferiscono che ci sono state vibranti proteste per il tremendo impatto ambientale della costruzione realizzata con migliaia di tonnellate di cemento armato e scavi invasivi che hanno devastato la naturale conformazione della cima.

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