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La deriva del populismo e la crisi della rappresentanza politica dove ci sta portando?

Secondo lo storico Massimo L. Salvadori, la crisi violenta e simultanea dei partiti ha favorito l’ascesa al potere, in Italia e altrove, dei movimenti populistici e sovranistici


25/02/2019

di Giambattista Pepi


Donald Trump, Jair Bolsonaro, Recep Tayyip Erdogan, Victor Orban, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. È sempre più lungo l’elenco degli uomini politici nazionalistici, populistici e sovranistici che stanno emergendo nel mondo: dagli Stati Uniti all’America Latina, passando per l’Europa. Sono i protagonisti popolari ma anche controversi dei nostri giorni che, con le loro politiche, rischiano di sovvertire gli ordinamenti democratici, le forme della rappresentanza politica, il libero mercato, le relazioni commerciali e non solo tra le Nazioni e gli Stati. 
Il loro successo? È dovuto a una sapiente miscela di retorica nazionalistica unita a una veemente aggressione ai postulati dello Stato liberale, al sistema dei partiti politici, ai princìpi del libero scambio, alla globalizzazione dell’economia. Facendo leva sulle paure, le insicurezze, il bisogno che le contraddizioni del capitalismo e del globalismo hanno certamente determinato su strati sempre più ampi della popolazione sia dei Paesi in via di sviluppo sia di quelli emergenti. Creando peraltro un “nemico” contro il quale poter dare sfogo alla propria collera, al proprio risentimento, al proprio odio. 
Questi leader politici, saliti al potere, godono del consenso che è stato loro espresso liberamente e democraticamente, ma i loro atteggiamenti, comportamenti, linguaggi, iniziative e programmi somigliano sinistramente a quelli dei leader politici emersi tra la fine della Grande Guerra e lo scoppio della Seconda: Benito Mussolini, Adolf Hitler, Francisco Franco. I quali, in nome e con il consenso del popolo che si era invaghito di loro, salvo poi pentirsene e maledirli, le istituzioni liberaldemocratiche e imposero forme di Stato e di Governo autoritarie e dittatoriali che portarono alla guerra, ai genocidi, alle persecuzioni: un’aberrazione d una lunga teoria di orrori, che è bene non dimenticare, poiché essi costituiscono un monito per noi e per chi verrà dopo di noi. 
Nel libro Le ingannevoli sirene (Donzelli, pagg. 130, euro 13,00) lo storico Massimo L. Salvadori (professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato storia delle dottrine politiche) delinea un efficace quadro d’insieme del percorso che ha portato, lungo il secondo Novecento e in questo primo scorcio del nuovo millennio, alla crisi sempre più violenta della democrazia dei partiti ed al diffondersi, alle più diverse latitudini della politica mondiale, di una risposta modulata sulle corde dell’antipolitica. 
Sono proprio i partiti politici, tradizionale pilastro delle democrazie elettive, a essere entrati violentemente e simultaneamente in crisi negli ultimi decenni. 
È questa crisi - di rappresentanza, di spirito militante, di prospettiva politica - ad aver aperto la strada ai populismi. Tutta una serie di errori ed inefficienze che non erano inevitabili e che meritano un’adeguata riflessione critica: in particolare quelli della sinistra, il cui affanno, le cui divisioni interne, la “quasi inerzia” rappresentano un motivo di forte preoccupazione e di allarme. Senza un ripristino, nell’idea e nella pratica, della funzione dei partiti, senza una vita nuova che sappia rianimarli, questa crisi della rappresentanza - ammonisce Salvadori - è destinata a perpetuarsi. 
È evidente che Salvadori prende spunto proprio da quanto è accaduto nelle elezioni del marzo scorso che hanno di fatto consegnato il Paese nelle mani di Di Maio e Salvini. L’Italia sta sperimentando sulla propria pelle la crisi della rappresentanza politica e la fine dei grandi partiti organizzati di massa, sostituiti dagli “invertebrati partiti liquidi” e da un modello di democrazia virtuale che si sostituisce a quello reale delle istituzioni rappresentative. 
“Nella storia dello Stato unitario - scrive nella premessa l’autore - mai si era assistito all’avvento alla direzione della cosa pubblica di uomini di governo e di una maggioranza formata da parlamentari di così basso profilo, reclutati per la gran parte letteralmente all’ingrosso, privi di esperienza e di cultura politica. A fare da corona, si sono affiancate alcune personalità di maggiore qualificazione, che non hanno esitato a mettersi al servizio dei nuovi leader, i Salvini e i Di Maio e a farsi sostenitori e portavoce delle loro avventurose linee politiche”. 
Nel libro, che “non è un saggio storico” (pur nutrendosi di analisi storica senza la quale non sarebbe possibile cercare di capire come e perché si è giunti alla situazione presente), l’autore persegue - per sua stessa ammissione - “un intento politico”. Mira infatti a “offrire possibilmente un contributo alla ricostituzione della sinistra, che in Europa ed in Italia, soffre, dove più e dove meno, di un arretramento allarmante”. 
Particolarmente duro, e, dal nostro punto di vista, perfettamente condivisibile, si rivela il giudizio sul Partito democratico, come partito della sinistra riformista. “Nel nostro Paese - scrive Salvadori - il Partito democratico alimenta sconforto e delusione. Appare come un lottatore suonato, è diviso dalle correnti, incapace di riannodare le fila, di darsi e di accettare una leadership condivisa ed autorevole e lascia persino temere che vada nuovamente incontro ad ulteriori lacerazioni”. 
Salvadori esprime dunque l’urgenza di riflettere su un’idea di quello che dovrebbe essere un partito della sinistra in Italia. Egli è convinto che solo il rilancio di una formazione partitica capace di recuperare le tradizioni, i valori e gli ideali della sinistra riformista e liberale possa efficacemente rispondere al pervertimento dei movimenti nazionalistici, sovranisti e populisti che oggi stanno riempiendo con la loro presenza il vuoto lasciato dal declino del sistema dei partiti.

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