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La disoccupazione Made in Italy in... buona salute

In tutte le fasce d’età i livelli occupazionali risultano ancora inferiori rispetto a quelli pre-crisi. L'unico segnale incoraggiante? Il rialzo del 5% delle donne


05/11/2018

di Damiano Pignalosa


“Andiamo a Berlino Beppe”. Una delle frasi che nessuno potrà mai dimenticare, detta in occasione della vittoria dell’Italia sulla Germania nei mondiali di calcio nel 2006. Ecco, il direttore di Sky Sport, Fabio Caressa, non poteva mai immaginare che dopo tanti anni sarebbe diventato un mantra anche per inostri ragazzi che, riscontrando tantissime difficoltà nel trovare un’occupazione nel Belpaese, emigrano in nazioni come Germania, Gran Bretagna, Cina o Stati Uniti per trovare uno straccio di lavoro che gli permetta di prendere in mano la propria vita.
Come se non bastasse, in questi anni i contratti a termine sono raddoppiati e i giovani inattivi cresciuti di dieci punti percentuali. Prima della crisi, infatti, il tasso di occupazione maschile superava il 70%. Nel punto più basso, tra la primavera del 2013 e l’inizio del 2015, è sceso intorno al 65%. La risalita degli ultimi anni lo ha portato poco sotto il 68%, ancora due punti in meno rispetto ai livelli pre-crisi. L’occupazione femminile, invece, sta vivendo un significativo incremento. Intanto, ha subito meno la crisi: negli anni in cui gli uomini perdevano 5 punti percentuali, il tasso di occupazione delle donne oscillava tra il 46 ed il 47%. Non solo: dalla fine del 2014 ha iniziato a crescere, arrivando a sfiorare il 50%. Per quanto riguarda gli inattivi invece, erano il 63,57% dei giovani tra i 15 ed i 24 anni nel mese di gennaio del 2004, sono saliti al 74,65% nel settembre del 2018. Sostanzialmente costanti i disoccupati, passati dall’8,41 all’8%. 
La crisi ha insomma spostato un giovane su dieci dal mercato del lavoro all’inattività. Si tratta di ragazzi e ragazze che scelgono di proseguire gli studi o che invece rinunciano a cercare un lavoro e diventano Neet, ovvero persone che non studiano, non lavorano, non si formano. Un fenomeno che negli ultimi anni ha conosciuto una forte crescita in Italia, nel 2017 erano il 29,5% dei giovani tra i 20 e i 34 anni.
A questa ampia fetta di inattivi bisogna aggiungere chi decide invece di spostarsi all’estero per trovare maggiore fortuna vista la difficoltà di riuscire ad inserirsi nel mercato del lavoro italiano e soprattutto dopo aver valutati quei miseri salari sbandierati come contratti pro occupazione. Spendiamo circa 69 miliardi di euro per istruire i nostri giovani che, dopo essersi guardati attorno, decidono di portare tutto il loro sapere all’estero caricando i loro sogni e le loro speranze in una valigia. Nel 2016 abbiamo "perso" circa 10mila cervelli, il doppio di quanto registrato nel 2012. In percentuale il -4,5 per mille dei laureati di età compresa tra i 25 e i 39 anni, in cui il potenziale innovativo risulta essere particolarmente elevato.
Questa escalation di tristezza si conclude con le persone “diversamente occupate”. Si perché buona parte dei ragazzi che restano, in realtà fanno tutto il contrario di quello per cui hanno studiato. Biotecnologi che diventano professori alle superiori, Avvocati che diventano impiegati, esperti di lingue che fanno i babysitter, laureati in comunicazione e marketing che lavorano alle poste e via così. Questi ragazzi non fanno parte dei numeri sviscerati in precedenza, ma quello che non si dice è che il loro animo è lo stesso di chi non trova occupazione. Sono da considerare tra i più coraggiosi perché, per sopravvivere alle avversità e ai bisogni economici, decidono di mettere da parte i propri sogni e le proprie aspettative inginocchiandosi a qualsiasi impiego, a questo si unisce l’accettazione passiva di una paga bassa proprio perché si pensa di non essere “esperti” del settore appena intrapreso.
Un quadro impressionista che potrebbe tranquillamente essere esposto al Louvre a Parigi. Per invertire la rotta un primo passo deve essere quello dell’alleggerimento del cuneo fiscale nei confronti delle imprese, con l’aggiunta di manovre ad hoc effettuate per l’assunzione di nuova forza lavoro soprattutto giovanile. Il ricambio generazionale è tra le poche cose che possono mantener vivo e competitivo un Paese, se decidiamo deliberatamente di non fare nulla per debellare questo cancro saremo i primi a rimpiangerlo nel breve e lungo periodo. Sveglia Italia, il vero tiranno ormai è il tempo che passa…

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