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La "febbre" da elezioni? Un toccasana per i mal di pancia fra la Lega e i Cinque Stelle

Varato il decretone su reddito di cittadinanza e quota 100, restano in ballo altre tematiche calde, a partire dalle infrastrutture. Intanto l’economia sbanda, con il rischio di dover trovare dai 4 ai 7 miliardi per far fronte agli impegni presi. Fortuna vuole che Mario Draghi rassicuri: la recessione non ci sarà… 


21/01/2019

di Giambattista Pepi


L’Europa celebra i vent’anni dell’euro, riconosce (tardivamente) di essersi sbagliata sui tempi e i modi per affrontare la crisi del debito sovrano, rischia di entrare in recessione a pochi mesi dalle elezioni europee. A sua volta l’Italia è in stagnazione, mentre la maggioranza di Governo, dopo aver varato il decreto legge che dà il via libera a reddito di cittadinanza e quota 100, è sempre più divisa su una serie di temi (dall’ambiente alle grandi opere). In altre parole è sfida aperta tra Di Maio e Salvini per le prossime elezioni. 
Vent’anni dalla nascita dell’euro, si diceva. Un’occasione per riflettere sul ruolo che hanno avuto le istituzioni europee nella crisi del debito. Magari riprendendo il monito del presidente della Bce, Mario Draghi, il quale ha ribadito quanto siano importanti le riforme strutturali negli Stati membri e, in particolare, in quelli con deficit e debito elevati (Grecia e Italia in primis). Per contro il presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Jucker, ha detto parole di verità sulla grave crisi del debito sovrano esplosa in Europa negli anni 2011 e 2012 e che ha investito quei Paesi, come Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna e Italia, con i conti pubblici in disordine. “Le riforme strutturali - ha detto - restano essenziali ma, durante la crisi del debito nell’Ue, l’austerità fu avventata e non perché volevamo sanzionare chi lavora e chi è disoccupato”. 
Un’ammissione di responsabilità che gli fa onore (dal sapore chiaramente elettorale), ma che ha fatto indignare e arrabbiare le imprese e le famiglie greche che hanno dovuto pagare alla crisi un dazio eccessivo, del quale avrebbero potuto fare a meno se la Commissione europea, ispirata dalla Germania, fosse stata più clemente con Atene.  
“Non siamo stati sufficientemente solidali con i greci - ha aggiunto accorato Juncker. “Mi è sempre dispiaciuta la mancanza di solidarietà che è apparsa al momento di quella che è chiamata crisi greca. Ma mi rallegro nel constatare che la Grecia, il Portogallo e altri Paesi hanno ritrovato se non un posto al sole, almeno un posto tra le antiche democrazie europee”. Ed infine non ha mancato di soffermarsi sul ruolo nefasto del Fondo Monetario Internazionale, membro assieme a Commissione e Bce della famigerata Troika. Che varò un programma di lacrime e sangue per evitare il default della Grecia che il Primo ministro Tsipras dovette accettare a scatola chiusa. “Mi rammarico di aver dato troppa importanza all’influenza del Fondo Monetario Internazionale” riconosce adesso Juncker: una cosa del genere non sarebbe mai potuta avvenire in circostanze simili negli Stati Uniti d’America. 
E se la storia (che ancora dovrà essere scritta) dell’ultimo decennio ha avuto una fine lieta è dovuto all’impegno di un grande italiano: Mario Draghi. 
Il presidente della Bce, che si è guadagnato sul campo il rispetto di tutti, quando fu il momento di farlo, difese strenuamente l’euro dal rischio del suo collasso, salvaguardò Paesi in bilico come l’Italia e altri in difficoltà dal default con il programma massiccio di acquisto di asset e portò a zero i tassi di interesse, aiutando le banche a sostenere l’economia attraverso il credito a costi minimi e non appesantendo i loro conti economici zavorrati dai crediti deteriorati (i non performing loans, lascito amaro degli anni della crisi economica e finanziaria). Senza questi ed altri interventi di politica monetaria espansiva oggi racconteremmo un’altra storia. Giustamente, Draghi dice che “l’euro è sopravvissuto alla crisi e ora è più forte”.  
Proprio l’esperienza degli ultimi anni porta diritto alla conclusione che l’Unione Europea è giunto ad un bivio: o cambia o si disintegra. E questo, si badi bene, indipendentemente dall’uscita dall’Ue del Regno Unito. 
Il cambiamento, però, è possibile solo passando attraverso la riforma dei Trattati. Occorre per fare alcuni esempi completare l’Unione Bancaria con l’adozione dello schema unico dei depositi, proseguire con la condivisione del rischio sovrano, riformare il bilancio UE. In altre parole occorre più coesione, integrazione e cooperazione tra gli Stati membri, che, se vogliono che le Istituzioni europee siano più autorevoli ed efficaci nella loro azione, devono essere disposti a rinunciare ad un po’ della loro sovranità. 
Di questo e di altro dovrà necessariamente occuparsi il Parlamento europeo che sarà eletto a suffragio universale diretto entro la fine di maggio prossimo, nonché Consiglio e Commissione europei. Ma intanto bisogna tenere lontane le streghe della nuova crisi che minaccia da vicino l’economia europea. Che è alle prese con il crollo della produzione industriale: a novembre rispetto ad ottobre nella zona dell’euro è scesa dell’1,7%, mentre nell’UE a 28 è calata dell’1,3%. A ottobre era aumentata dello 0,1% in entrambe le aree. Su base annuale è crollata del 3,3% nell’area euro e del 2,2% nell’Ue a 28. Il calo più ampio si è registrato in Irlanda (-7,5%), Portogallo (-2,5%), Germania e Lituania (-1,9%). In Italia il calo è stato più contenuto (-1,6%), ma chiaramente va tenuto in considerazione. È calata anche l’inflazione scesa a dicembre all’1,6%, contro l’1,9% di dicembre. 
Sono segnali di indebolimento passeggeri o siamo di fronte ai prodromi di una recessione? “L’eurozona non sta andando verso la recessione, sta sperimentando un rallentamento della crescita che durerà più di quanto atteso” assicura Draghi al Parlamento europeo. Draghi non ha fornito indicazioni, né nuove stime di crescita e, in ogni caso, ha confermato che la Banca centrale ha gli strumenti a disposizione per contrastare un’eventuale recessione. Che però, ritiene appunto un evento solo ipotetico. “Ma teniamo a mente - ha aggiunto - che la politica monetaria attuale è molto accomodante: i tassi di interesse sono negativi e lo resteranno per un periodo di tempo lungo e anche se abbiamo deciso di terminare gli acquisti di asset, l’attuale stock resterà ai livelli odierni per un lungo periodo di tempo, si tratta di bond che alla scadenza riacquisteremo”. 
Se l’economia europea non va bene, l’Italia non se la passa meglio. Anzi. È diminuita, come già detto, la produzione industriale, il Pil del terzo trimestre 2018 è stato pari a zero e il quarto non promette di fare meglio. Quanto all’occupazione, l’Ocse segnala che l’unica flessione dell’eurozona è stata registrata dall’Italia, dove è calata di 0,2 punti percentuali al 58,6% nel terzo trimestre, dopo l’incremento di 0,6 punti del precedente. È il tasso più basso dell’Ocse, dopo quello della Grecia (55,2%, +0,4%) e della Turchia (52,2%, +0,3%). La Penisola resta inoltre a fondo classifica tra i Paesi industrializzati anche per l’occupazione delle donne e dei giovani. Un quadro chiaroscuro. 
La Banca d’Italia, nel suo Bollettino economico, ha confermato l’indebolimento dell’economia nazionale e rivisto al ribasso le stime della crescita del Pil nel 2019 (+0,6%) e segnalato il peggioramento dell’indebitamento (al 2%) dopo la manovra finanziaria del triennio 2019 -21 varata dal Governo gialloverde. E sempre la Banca centrale proprio nei giorni scorsi ha certificato che il debito pubblico (ricordiamo che è uno dei primi quattro al mondo) è peggiorato ulteriormente a novembre salendo a 2.345,3 miliardi, un record storico, 10,2 miliardi in più rispetto ad ottobre. 
Lo stesso ministro del Tesoro, Giovanni Tria, ha confermato che l’Italia è in stagnazione, il che significa che non cresce più: si è fermata. 
Non aveva quindi torto la Commissione Europea nell’insistere con il Governo italiano perché rivedesse la manovra finanziaria del triennio 2019-21 fatta per lo più in deficit, raddrizzando il tiro, sostenendo giustamente che un Paese esposto verso i mercati che ne rifinanziano periodicamente il debito, soffre di più in presenza di choc economici avversi. Ricordiamo in proposito che ammonta a oltre 302 miliardi di euro il totale del debito pubblico da rinnovare entro il 2019 e arrivano a quota 1.043 miliardi le "scadenze" di titoli di Stato della legislatura (2019-23) si tratta di 107 miliardi di Bot, di 159 miliardi di Btp, di 12 miliardi di Cct e di 23 miliardi di Ctz. 
E per il 2019 tutti i principali organismi economici e finanziari internazionali, europei e nazionali (Fmi, Ocse, Commissione europea, Eurostat, Istat, agenzie di rating) prevedono per l’Italia un Prodotto interno lordo inferiore all’1%. Il che significa che sarà difficile, in queste condizioni macro, poter garantire risorse adeguate non tanto per quest’anno, ma piuttosto per i prossimi due (2020 e 2021) alle due misure-bandiera della maggioranza politica (quota 100 per le pensioni e reddito di cittadinanza). E già adesso si stima che la crisi sia costata tra i 4 ed i 7 miliardi di euro. 
Ma il Governo tira dritto e difende strenuamente le scelte di politica economica e sociale sostenendo che quando saranno a regime le due misure sosterranno la crescita del Paese. 
Intanto il decreto legge approvato dal Governo interesserà nel triennio complessivamente 6 milioni di persone: 5 quelli che potrebbero beneficiare dell’assegno del reddito di cittadinanza e un milione quelli che dovrebbero andare in pensione in anticipo sommando gli anni di contribuzione con quelli dell’età (quota 100 appunto). 
Nel Governo le due forze politiche non dissimulano più i contrasti su una serie di dossier arroventati: ambiente, grandi opere, migranti. Sembrano divisi su tutto (o quasi) i due azionisti della maggioranza, al secolo Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Che sono contenti di governare assieme almeno fino alle elezioni europee. Poi basterà vedere i numeri e decidere se ognuno andrà per la propria strada. 
Con le elezioni europee e amministrative alle porte (dovrebbero svolgersi tra il 23 e il 26 maggio 2019, ma in Italia la data non è stata ancora scelta) è già cominciata la campagna elettorale. In sordina. Ognuno a modo suo. 
C’è Salvini che si traveste con le divise delle forze dell’ordine e va in giro a dimostrare che governare non vuol dire solo dire sì, ma anche dire no.  E i fatti (i consensi) gli danno ragione. E c’è anche chi come Luigi Di Maio e Alessandro di Battista (chiamato in campo per fronteggiare, con le sue posizioni oltranziste, il sacro furore di Salvini visto che Di Maio sembra proprio un abatino, per usare un neologismo tra i tanti coniati dal quel gran geniaccio che era il mitico Gianni Brera) con il minivan si recano a Strasburgo minacciando di cambiare l’Ue, che così com’è non va bene. Ma il rischio è che potrebbero finire con il cerino acceso in mano, mentre assistono al trionfo di Salvini, che intanto traccheggia con quel che resta del Pd. Che Dio salvi l’Europa e l’Italia…

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