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La fuga dei nazisti dopo la caduta del Terzo Reich

Studiando gli archivi della Stasi e quelli della Germania federale, il giornalista francese Jean-Paul Picaper è riuscito a seguire le tracce dei criminali di guerra tedeschi e a ricostruirne la disfatta, la scomparsa e la morte


10/02/2020

di Giambattista Pepi


L’8 maggio 1945 termina la Seconda guerra mondiale. Le armi tacciono. L’Europa è un cumulo di rovine. Gli eserciti Alleati hanno occupato la Germania. Berlino, la capitale del Terzo Reich è orribilmente devastata. Da lì a poco le Potenze vincitrici l’avrebbero divisa in due, come il resto del Paese: la parte Occidentale controllata da americani, inglesi e francesi, sarebbe andata a costituire la Germania Ovest, legata agli Stati Uniti e all’Occidente, mentre quella orientale avrebbe dato origine alla Repubblica Democratica tedesca (Ddr) sottoposta all’influenza dell’Unione Sovietica. Quella divisione, marcata dal Muro di Berlino, avrebbe rappresentato il simbolo drammatico della Guerra fredda durata 44 anni. 
A Norimberga la città simbolo del nazismo (dieci anni prima infatti in questa città si era coltivato il culto barbaro della violenza e del razzismo) nel 1945 si svolse lo storico Processo ai dirigenti nazisti coinvolti nella guerra e nella Shoah. Finiti alla sbarra, alcuni furono condannati a morte, altri all’ergastolo, qualcun altro si tolse la vita suicidandosi. Ma come mai a pagare il fio di una tragedia immensa alla fine siano stati solo 81 funzionari e dirigenti tedeschi?  E tutti gli altri che fine fecero? 
Lo rivela Jean-Paul Picaper nel libro Nazisti in fuga (Newton Compton, pagg. 416, euro 19,90): un saggio documentatissimo uscito dalla penna del giornalista e corrispondente per Le Figaro in Germania. 
Durante gli incontri della Conferenza di Teheran (1943) e nelle successive di Jalta e Potsdam (1945), le tre principali potenze del tempo di guerra Stati Uniti d’America, Unione Sovietica, e Regno Unito (in seguito sarebbe stata inclusa anche la Francia) si erano accordati sul metodo per punire i responsabili dei crimini di guerra commessi durante la Seconda guerra mondiale. 
A comparire alla sbarra a Norimberga furono nove grandi dignitari del Partito nazista, quattro capi militari, tre diplomatici e cinque alti funzionari. 
Von Ribbentrop, Keitel, Kaltenbrunner, Rosenberg, Franck, Frick, Streicker, Sauckel, Jodl, Seyb-Inquart saranno riconosciuti colpevoli e condannati a morte dal Tribunale militare internazionale. Tutti vennero impiccati il 16 ottobre 1946, eccetto Hermann Göring (maresciallo del Reich, numero due del regime e capo della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca) che si suicidò il giorno prima dell’esecuzione con una dose di cianuro di potassio. Il boia fu il sergente statunitense John C. Woods. I cadaveri dei gerarchi vennero poi cremati nei forni del lager di Dachaue le loro ceneri gettate nel fiume Wenzbach. 
Altri gerarchi e alti ufficiali - come Rudolf Hess, Karl Donitz, Konstantin von Neuratz, Baldur von Schirach, Albert Speer - furono invece condannati all’ergastolo o alla reclusione. Solo tre di loro vennero assolti (Franz von Papen, Hjalmar Schacht, Hans Fritzsche) e uno non fu processato (l’industriale Gustav Krupp). Alcuni, come Wernher von Braun o Reinhard Gehlen, invece, si misero a disposizione degli Alleati. 
Tuttavia non c’erano proprio tutti. C’erano degli assenti. Dei grandi assenti: Adolf Hitler, Joseph Goebbels, Heinrich Himmler. Piuttosto che finire sul patibolo, preferirono darsi la morte suicidandosi con un colpo di pistola o con il cianuro. 
Sotto mentite spoglie e avvalendosi di insospettabili complicità, molti altri criminali nazisti nel frattempo si erano dati alla macchia. Tra questi Adolf Eichmann e Josef Mengele si rifugiarono nell’America Latina: Eichmann sarebbe stato scoperto e giustiziato dalla Corte israeliana negli anni Sessanta, mentre Mengele sarebbe morto il 7 febbraio 1979. Tra i fuggitivi anche Heinrich Muller, il capo della Gestapo. 
Nazisti in fuga (Cesnazis qui ontéchappé à la corde è il titolo originale dell’opera tradotta dal francese da Sofia Buccaro e Cecilia Pirovano) è il risultato di una lunga inchiesta, supportata da testimonianze e rivelazioni, che getta anche ombre sinistre sulle istituzioni che hanno offerto protezione ai criminali nazisti. 
Studiando gli archivi della Stasi e quelli della Germania federale, l’autore è riuscito a seguire le tracce dei criminali di guerra e a ricostruirne la disfatta, la scomparsa e la morte. 
“Quando combattevo a Berlino Ovest per contrastare l’infiltrazione neocomunista, sono entrato in contatto con alcuni ex nazisti che celavano il proprio passato e altri che avevano acclamato e si erano avvicinati a Hitler e poi se n’erano pentiti” scrive Picaper nell’introduzione del volume ricordando le testimonianze raccolte tra gli ex soldati della Wehrmacht, ex prigionieri di guerra in Francia e Russia. “Non rievocavano né avventure eroiche né gloriosi combattimenti, ma solo sofferenze indicibili, commilitoni morti”. 
Sono trascorsi 75 anni dalla fine del Secondo conflitto mondiale e dalla caduta di Hitler e del suo impero del terrore. E’ tutto nei libri di storia, nelle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di concentramento e di sterminio nazisti e nelle condanne inflitte al Processo di Norimberga nei confronti dei “protagonisti” di quell’infernale “macchina della guerra” che fu il Terzo Reich. Eppure, nonostante l’abominio di una devastazione senza precedenti nella storia del genere umano “oltre il Reno e altrove nostalgici e agitatori politici cercano di ricostruire il mito nazionale e osannare il sacrificio dei giovani in uniforme grigioverde” rileva l’autore con sdegno. “I famigerati Feldgrau, così venivano chiamati, si erano limitati a eseguire gli ordini di fanatici, pena la morte. Alla fine la disperazione li aveva spinti a difendere i loro compagni dai vendicatori sovietici. Ma non erano eroi: 5,6 milioni di essi fecero una tragica fine, senza contare i 3,1 milioni di civili tedeschi uccisi per colpa di Hitler”. 
Un passato che, si è detto giustamente in occasione della recente Giornata della Memoria, deve essere ricordato, senza eccessi e con sobrietà, come monito perché mai più si commettano gesta così esecrande come quelle di cui si resero responsabili i criminali nazisti durante la Seconda guerra mondiale. 
Oggi per fortuna le nuove generazioni tedesche hanno creato una democrazia esemplare da tutelare ad ogni costo. “Lo studio del Terzo Reich e della Repubblica Democratica Tedesca (l’ex Germania orientale comunista - ndr) dimostra che la Germania odierna non è solamente un miracolo economico, ma anche un miracolo politico” dice l’autore. Che conclude il suo intervento con una esortazione: “La Germania ne ha passate tante. E dobbiamo amarla come una sorella”.

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