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La lettera d'amore di Ermanno Olmi a una Chiesa smarrita

In un libro uscito postumo una esortazione del grande regista a tornare alle origini e agli insegnamenti del suo fondatore per guidare un’umanità dolente che ha bisogno di rinnovarsi


09/07/2018

di Giambattista Pepi


“Cara Chiesa ci parli di Dio ma sai bene che nessun dio è mai venuto in soccorso dell’umanità. Nella lotta tra bene e male, l’uomo è sempre stato solo.… Ho deciso di scriverti non tanto per fede, ma perché tu hai più di duemila anni di storia e forse puoi aiutarci a capire i nostri comportamenti. Abbiamo smarrito la vita maestra della pacifica convivenza”. Poi: “Chiesa dell’ufficialità sei una madre distratta, più sollecita nei fasti dei cerimoniali che nell’annunciare la prima di tutte le santità: quella di coloro che credono in te anche soffrendo per le ingiustizie subite”. E ancora: “Cara Chiesa di tutti i cristiani in buona fede, sono consapevole che non sei riducibile a un edificio, né alla magnificenza delle tue cattedrali e neppure alle opere sublimi della pittura che nei secoli ci hanno mostrato tutti i volti del Cristo, ma che sei - devi essere! - il cuore di tutti gli uomini”. 
Sono, questi, alcuni frammenti - scelti tra i tanti che ci hanno emozionato - della lunga epistola intrisa di umanità e di amore scritta di getto, negli anni della vecchiaia, da Ermanno Olmi, uno tra i più grandi registi del cinema italiano e internazionale, pubblicata nel volume La mia lettera alla Chiesa (Piemme, pagg. 108, euro 12,90), a due mesi dalla morte. 
Una lettera struggente, avvolta nel manto della malinconia di un uomo sulla strada del tramonto ma che non risparmia critiche alla Chiesa della mondanità, dello sfarzo, della materialità. Una Chiesa che ha dimenticato la dimensione della spiritualità e della testimonianza dell’amore di Dio e dell’amore verso il prossimo. 
“Cara Chiesa - si domanda affranto Olmi - perché non sento più prevalere in te quel fervore a testimoniare l’amore per il prossimo che tuttavia vibra ancora nei Vangeli? Dare il pane all’affamato, da bere all’assetato, accogliere il misero. E più d’ogni altra virtù, saper perdonare le offese ricevute”. E, quasi in uno stato di estasi il nostro la incalza, la giudica, le rinfaccia le tante colpe del passato e del presente. “In tutte le altre religioni, chi ha commesso una colpa viene condannato in nome di Dio ma secondo la giustizia degli uomini. Anche tu, Chiesa del castigo, hai sparso per secoli il terrore nei tuoi fedeli, e hai giudicato più per punire che per perdonare. Nel tuo passato - e lo hai riconosciuto - ci sono colpe anche più gravi del tradimento di Giuda”. 
È un testamento spirituale, quello di Olmi, in cui riafferma con forza che la religiosità è frutto del sentimento più ancora che della dottrina, perché “i sentimenti sono misteriosi, e hanno dentro più verità di qualsiasi ragionamento”. 
Sono pagine forti, intense, che attingono alle emozioni più profonde, e il suo autore non si nasconde che forse potranno disturbare qualcuno nelle gerarchie e tra i devoti benpensanti, ma scritte nella sincera convinzione che l’Occidente e l’Italia - sempre più piccola e incapace di grandi slanci - abbiamo profondamente bisogno di un “supplemento d’anima”. 
La fede, la religiosità, la Chiesa, l’umanità sono le tematiche che egli aveva già affrontato nel suo lungometraggio Il villaggio di cartone del 2011 (dove l’autore racconta di una chiesa dismessa, senza più simboli religiosi, completamente spoglia e di un vecchio parroco che viene messo a riposo) ma che qui tornano in una dimensione che le parole rendono più profonda, più spirituale, più intensa e coinvolgente.  
Nel rivolgersi alla Chiesa, Olmi chiama in causa anche molte altre “chiese” che, con la loro supponenza, si sono allontanate dalla realtà: le “chiese” dei potenti malati di narcisismo, delle lobbies, degli pseudo-intellettuali e di tutti coloro che vorrebbero condannarci a un perpetuo consumismo per sostenere sistemi ed economie che stanno distruggendo i doni di madre Terra. 
Il profetico regista dell’Italia contadina (di cui egli è uno dei figli e ricordiamo in proposito il film L’albero degli zoccoli, uno dei suoi capolavori, Palma d’oro nel 1978) - che ha testimoniato una profonda vicinanza di approccio alla vita e al mondo con papa Francesco - chiude il suo sogno di un’umanità profondamente rinnovata con un’immagine filmica e potente: dalla facciata della basilica di San Pietro appare un uomo, che dice: “Sono tornato… come vi avevo promesso… Non dubitiate, abbiate fede. Ricordate quel tempo? Si avvicinava la Pasqua e nel tempio la gente vendeva buoi, pecore e colombe… e i cambiavalute seduti al banco… facevano mercato. Ancora una volta li scaccerò. Non fate della casa del Padre una bottega. Distruggete questo tempio e, come allora, in tre giorni risorgerà dentro di voi”.   

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