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La "linea infinita" che percorre in maniera silenziosa le storie di una vita

Ci sono voluti addirittura dodici anni a Giancarlo Pontiggia per dare voce a Il moto delle cose, un’opera impregnata appunto di silenzi e di pause incessanti


27/11/2017

di Luca Minola


Siamo tornati al suono, alla parola del tempo. L’ombra si è distesa in una serenità mediatrice che ripercorre la trama sofisticata - stiamo parlando de Il moto delle cose (pagg. 160, euro 18,00) di Giancarlo Pontiggia, appena pubblicato nella collana Lo Specchio della Mondadori - che si raccoglie in tale prospettiva. Questo libro, composto da lunghe attese, da sostanze che rimodellano e confondono, è percorso da stratificazioni cosmiche e organiche, in alcuni casi fredde e metodiche che comprimono fino al midollo la struttura. 
Ci sono voluti addirittura dodici anni per concludere e pubblicare l’opera, tempistiche totalmente anomale per il nostro tempo, legate sicuramente allo stile stesso dell’autore, mosso da pause incessanti e pubblicazioni cadenzate nel tempo: “Pochi versi, ma veri./Valgano per te, come per me./Che siano limpidi-per guardare il cielo/alto-/e severi, se così è il tuo animo”. 
Uno degli elementi chiave della poesia di Pontiggia è sicuramente il silenzio, inteso come stratificazione della parola, del verso centellinato e forgiato. Il tempo, altro principio cardine dell’autore, opera come sempre nella difficile intelaiatura del verso, nell’impossibilità della durata di ogni vita intervallata da esistenza e morte, piena della propria caducità. 
Il moto delle cose è segnato da movimenti, terremoti interni profondi e decisivi e incide nelle forme del reale con un continuo, incessante martellamento. L’inquietudine del verso profila solo la superficie di tremende acquisizioni, di quella linea infinita che percorre in maniera silenziosa le storie di una vita. 
L’architettura di queste poesie parte da una preparazione all’avvenimento, all’accaduto che non tace, che sceglie una voce per parlare, per realizzarsi in forma scritta: “Stridono, le cose,/nella botola-scura-della materia,/oscillano/a un fiato di mondo”. Il moto delle cose vive in una condizione di totale fermento, di audizione al mondo, dove la partecipazione al moto costante evidenzia e consuma ogni cosa. 
La passione per la frammentazione del discorso celebra un dialogo totale e ruvido con il lettore e una materia remota che ripropone i ritmi di un’attesa profonda e sapiente, volta all’inclusione di ogni particolare, di ogni grazia: “Com’è strano, dopo tante/ore, giorni e giorni che scorsero/sul confine di un lungo mistero, ritrovarsi/al principio di tutto, delle cose che furono/e sono”. 
E’ vero la classicità per Pontiggia è sempre stata fondamentale non solo per fattori legati al proprio lavoro ma anche come sfera cognitiva e di influenza. Citerei in questo caso la vicinanza alla Natura delle cose di Lucrezio per l’assenza di turbamento e la totale dedizione a ogni particella di vita, e alle Metamorfosi di Ovidio per il continuo dilagare di mutamenti improvvisi nelle profondità dei testi, creando vere e proprie trasformazioni di necessità. Altro discorso per gli attraversamenti moderni e contemporanei: sicuramente l’imprescindibile Ungaretti del Sentimento del tempo, per lo studio infinito sulle azioni, sugli intervalli interni ed esterni dei versi, il Bertolucci di Fuochi di novembre per la dolcezza azionata che si disfa e ricompone in Pontiggia e in ultimo per l’amore sfrenato e dipendente alla luce mediterranea il Bonnefoy di Ieri deserto regnante
Questo elenco di nomi e opere serve solo a collocare Pontiggia in quegli autori che risolvono i loro lavori in un fuoco collettivo, disarmonico e inquietante dove i messaggi vengono destinati ai pochi che sapranno capire, che sapranno aprire libri d’essenze e formulare una giusta e primaria adesione al vivere: “Si accendono/le stanze della mente/come l’alabastro al fuoco di una candela./Piove da due notti./Briciole, barbagli”.

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