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La lotta delle immagini e la moltiplicazione dei sensi nei versi di Milo De Angelis

Per i tipi della Mondadori la “ricostruzione” dell’intero percorso narrativo del poeta


03/04/2018

di Luca Minola


Per descrivere questo viaggio bisogna ricordare non solo le bellissime pagine, atroci e ultime delle poesie di Milo De Angelis, ma anche i momenti morti, pieni di separazioni e distacchi che le hanno create, che hanno reso possibili questi versi, incatenati e puntuali fra loro. Per questo la pubblicazione del volume, appunto di Milo De Angelis, Tutte le poesie 1969-2015 (Mondadori, pagg. 464, euro 22,00), introdotto e curato da Stefano Verdino, rappresenta un punto fermo, una sosta preventiva. 
Non è semplicemente un lavoro di aggiornamento dell’Oscar uscito nel 2008, ma una sua energica ricostruzione, con l’aggiunta di Quell’andarsene nel buio dei cortili, Incontri e agguati e di uno scritto di De Angelis connesso alle sue poesie giovanili, pubblicate qui per la prima volta in volume. Testi antecedenti e contemporanei alle poesie che andranno a compiere quel libro-spugna che è Somiglianze, aderendo in tutto al richiamo e alla compenetrazione di immagini del primo De Angelis: “In questa calma di piena luce/che si allarga/così compatta che cederle quietamente/è forse necessario,/come indugiare senza significato/a fissare il catrame bollente/o intontirsi di giallo/con l’occhio immobile al sole sulle rotaie”. 
La lettura di questi versi ci riporta alle intense poesie del suo primo libro, da I suoni giunti a “T.S.”, da L’isola sarà guardata nella sua bellezza a Le terre. In effetti il legame è fortissimo. L’andatura del verso esprime sicuramente la consonanza con Somiglianze che si misura attraverso la pelle di una giovinezza estrema, assurda, giustificata nel credo unico e inavvicinabile della parola. Le poesie gelano e traducono ogni movimento, ogni dramma che per la prima volta può essere tradotto: “Un modo di violare la grazia/di questi abiti, tra le danze e il vino/e i volti fini:/non c’ è. La nebbia entra dalla finestra/morbida, avvolge/ogni crudeltà, vellutandola. È un inverno già caldo/in cui ciò che manca annuncia il ritorno/e là dentro l’agonia degli animali compone un ordine/musicale./Anche i buchi di morfina/nascondono il sangue”. 
Chiunque ami la poesia, in particolare quella contemporanea deve, se non l’ha già fatto, leggere e conoscere le poesie di De Angelis. Misurarsi con un autore del genere implica azionare una tremenda lotta di immagini, di moltiplicazioni di senso. Per questo non sono sempre d’accordo nel descrivere la seconda parte della poetica di De Angelis composta dal trittico Millimetri, Terra del viso e Distante un padre, come semplicemente oscura e impenetrabile. Sono tre libri importanti, sostenuti dal disordine, da un’impenetrabile guerra di ombre. 
Quello che appare in queste tre opere è la distanza dell’autore stesso, una distanza vissuta, penetrata nell’indicibile, nella purezza della parola, come La testa cade a piombo in Millimetri: “La testa cade a piombo/ e si slaccia/ nel pomeriggio strappato/ al pensiero/ ogni maniglia si aprì, fece silenzio./ Noi fermiamo lì una guerra/ con navi serene e gelide”. Nonostante la totale dipendenza alle “varianti” del testo stesso, si propaga attraverso queste pagine un’ansia penetrante, totale. Quello che noi siamo, scorre in ordini precisi, marziali, che pretendono risposte e volontà. La nostra ubbidienza è questa, è la nostra vita, è la poesia in una tensione primaria che non si scioglie, che non parla. Questo silenzio è intraducibile, non pretende nessuna chiamata, nessuna azione riparatrice, esiste e basta: “In noi giungerà l’universo,/ quel silenzio frontale dove eravamo/ già stati”. 
Queste pagine sembrano terra scritta che non perde nessun alfabeto, anzi lo ricrea, stabilizza un nuovo patto, che si materializza nel procedere delle immagini, come in questa bellissima poesia tratta da Terra del viso, che deve essere riportata interamente: “La coperta, la sua forza, mentre crescevamo./ O gli occhi che furono ciechi,/ oggi tuoi, ieri l’inseparabile. Le fiale,/ il riso in bianco diventano l’unico/ mondo senza simbolo.Materia che/ fu soltanto materia, nulla che/ fu soltanto materia. Vegliare, non vegliare, poesia,/ cobalto, padre, nulla, pioppi”. 
Un’altra fase della poesia di De Angelis si confronta con l’attesa, il silenzio convinto che sprigionerà un libro come Biografia sommaria che arriverà dieci anni dopoDistante un padre, libro che aveva realmente toccato un picco di imprevedibilità, di penetrazione dell’urto, di saggia adesione: “Chiedono non l’acqua ma la sete” (Leggendo sino all’improvviso). 
Biografia sommaria è una rinascita, un libro maturo e compatto, che tesse un profondo ritorno al senso compiuto, alle coordinate (Cartina muta). Bisognerebbe sondare, senza distacco, il silenzio che ha portato a poesie come Nostra signora degli insonni, Un nome della fine, Forse voi, Donatella, La buona notte, ecc, sicuramente un De Angelis cambiato: un ordine maggiore nella propria vita, un matrimonio, la nascita di un figlio. Cambiamenti che porteranno ad una nuova stagione poetica, raccolta nella stessa Biografia sommaria, in Tema dell’addio e in Quell’andarsene nel buio dei cortili. Sono raccolte più intime, sono poesie per noi, per tutti noi che non facciamo altro che attendere, sostare, restare muti nell’incertezza: “Ogni cosa era lì,/deserta e piena, per noi che attendiamo”. La morte che penetra le pagine, le righe visibili della carta sono l’ossatura stessa di Tema dell’addio, libro potentissimo e tiratissimo, probabilmente uno dei libri cardine dei primi anni duemila della poesia italiana. 
In una sintesi accesa e vigile De Angelis elenca il male che colpisce la persona amata, il dolore, la morte, la fine che tocca tutti: “E’ follia di tutti l’estate, traffico/ di cantieri nella città lasciata. Ognuno/ è lo stadio terminale, ognuno è l’estate…” In questo Quell’andarsene nel buio dei cortili, rimane quasi svuotato, energicamente meno potente del precedente ma vitale, sostenuto dalla “fortuna” della parola. Libro che deve riallacciare i nodi, che deve superare la morte veritiera di Tema dell’addio. La vita è di nuovo bisognosa di essere vissuta, di avere un nuovo respiro, De Angelis stesso è sopravvissuto, è andato oltre: “A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi/ e non si muore”. In questo c’è una spoliazione delle proprie parole, in questo la perseveranza di De Angelis è decisiva, monumentale direi: “…questo è il fiume dove ti attendo…/ ricordati di me…sono stata la prima…/sono acqua, acqua che beve se stessa…”. 
L’assedio costante che sprigionano queste poesie, si regge su costruzioni di contenuti, su messaggi utili e distorti, in questo Incontri e agguati, ultimo tassello, ultima fase di questo lungo percorso, si riempie di chiaroscuri, di effetti nostalgici: “…e vedo il chiarore infantile di un sentiero e noi siamo/ il frutto di un contrasto magistrale/ che prepara giorno dopo giorno la lettera d’amore”. Novità ultima e inquietante, il poemetto finale Alta sorveglianza, dove il carcere, luogo dove De Angelis lavora come insegnante, si sviluppa in una confessione stregata, dove una puntuale deriva dell’ordine diffonde il racconto di un assassinio, dove amore e morte sono la stessa cosa, la stessa pena per sempre, la stessa eternità del momento. Ora si può, adesso è il momento, questo è l’attimo della poesia, della nostra piena coscienza. Ogni pagina di questo volume, è una pagina di storia, di una vita donata alla parola, ostile o buona, giusta o sbagliata, è questa, nient’altro.

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