Share |

La lunga marcia verso le europee

All’interno del Vecchio Continente aleggia la paura di un ribaltone politico che porterebbe al potere populisti e nazionalisti


14/01/2019

di Damiano Pignalosa


Il countdown è cominciato. Le prossime elezioni del Parlamento europeo si terranno in tutti gli Stati membri dell'Unione fra il 23 e il 26 maggio 2019, con calendario variabile a seconda dei Paesi. In Italia si voterà domenica 26 maggio. Probabilmente sarà la tornata elettorale comunitaria più attesa dall’avvio dell’Ue e della moneta unica, infatti, rispetto al giro precedente, le rilevazioni attuali prevedono un declino di entrambi i maggiori gruppi politici esistenti:  il centro-destra del partito popolare europeo e il centro-sinistra dei socialisti, compensata da una crescita delle famiglie politiche più piccole tra cui nazionalisti, populisti ed euroscettici.
Siamo abituati a pensare che tutti i problemi di questa Europa siano prevalentemente visibili solo nel nostro Paese e che i cittadini degli altri membri dell’Unione se la passino “bene” spinti da forze politiche forti e stabili. Nulla di più sbagliato. La verità è che se ci fermiamo un attimo e iniziamo a ad unire i puntini, il disegno che ne verrà fuori non è tra i più brillanti. In Francia i gilet gialli stanno mettendo a ferro e fuoco la capitale, cercando di ribaltare le decisioni di un governo che fa parte della vecchia guardia e mettendo in discussione il presidente Macron, il quale non sa più quali soluzioni adottare se non far schizzare il suo rapporto deficit-Pil alle stelle rispetto alla media europea pur di accontentare le richieste dei manifestanti. In Germania la Merkel ormai ha tirato i remi in barca e nonostante sia il Pese che più ha beneficiato dell’euro e dell’Unione europea, prendendo quasi da subito lo scettro del comando, al suo interno inizia a veder crescere dei piccoli focolai nazionalisti e di ultra destra che stanno prendendo sempre più consensi soprattutto nell’area nord-est della nazione. Questi tipi di schieramenti estremisti, stanno avanzando con più vigore soprattutto nei Paesi dell’Est-Europa con l’obiettivo di decentralizzare il potere messo in piedi dall’asse franco-tedesco rimandando al mittente tutte quelle politiche di austerity che ormai stanno letteralmente strozzando buona parte dei cittadini europei.
A cercare di capire le cause del cambiamento, troviamo proprio il nostro paese come responsabile per una parte significativa. Già prime delle elezioni politiche di pochi mesi fa la Lega era data in ascesa, e a un successo elettorale che l’ha portata al governo ha fatto seguito un ulteriore aumento del consenso che risulta quasi raddoppiato rispetto a pochi mesi fa. Chi ha invece già pagato, in qualche misura, è il Movimento 5 Stelle, in leggera flessione dopo il voto e ora poco sotto il 30%. Numeri che comunque, se confermati al voto di maggio prossimo, gli consentirebbero di inviare al parlamento europeo un gruppo tutt’altro che piccolo.
Oltre le propagante e gli urli elettorali, quello che si aspettano i cittadini è una presa di posizione da parte delle forze politiche che vada a contrastare quei dettami finanziari che non possono assolutamente essere efficaci in tutti i Paesi dell’Unione. Ogni nazione ha un proprio Pil, un proprio debito e un proprio modo di far impresa e creare ricchezza. È inconcepibile pensare che un unico metodo attuativo vada bene per tutti senza guardare alla peculiarità e alle differenze che ci sono naturalmente tra i Paesi membri. Tutte le decisioni che sono state prese fino a questo momento, hanno portato solo povertà, delocalizzazione e un blocco dei consumi interni dato dalla mancanza di posti di lavoro e da un congelamento delle soglie salariali rispetto al costo della vita sempre in aumento.
Nonostante i numeri ci dicano che comunque vadano le elezioni politiche europee, non ci dovrebbero essere dei grossi ribaltoni, i focolai degli scontenti avranno a prescindere molta più voce in capitolo, cercando di portare, si spera, la voce di tutte quelle persone che a furia di stringere la cinghia si ritrovano senza un futuro e senza speranze. Un segnale che non dovrà essere ignorato come altre volte, cercando di trovare la chiave giusta che porti il vecchio continente a diventare nuovamente il motore dell’economia mondiale con vantaggi e soddisfazione per tutti…

(riproduzione riservata)