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La magia della primavera trionfa, carica di promesse, nei dipinti di Botticelli, Arcimboldi, Monet, van Gogh e Magritte

Sotto la lente di una esperta il fiorire di una stagione che dissolve i sospiri gelati dell’inverno per lasciare spazio - con passo leggero e respiro di miele - alla rinascita della natura


14/03/2019

di Donatella Gallione Molinari


Sandro Botticelli: La Primavera – 1480-84, tempera su tavola cm.203x 314 - galleria degli Uffizi di Firenze

Profumata, con passo leggero e il respiro di miele la Primavera ci viene incontro. Con dita impazienti squarcia le nubi e il mondo è inondato di luce. Un benefico tepore feconda la terra, cancella le asprezze dell’inverno e dissolve i suoi sospiri gelati. Nei tempi antichi, quando la vita degli uomini era strettamente legata ai cicli della Natura e la tecnica, non ancora evoluta, non poteva mitigare, come oggi, l’inclemenza e le durezze dell’inverno, i popoli festeggiavano l’arrivo della Primavera con danze, canti e riti propiziatori legati alla fecondità, all’amore alla prosperità, alla giovinezza e alla rinascita. 
Con l’arrivo della bella stagione la vita, dopo essere stata bloccata dal gelo dell’inverno, si risvegliava rinnovata e carica di promesse, facendo sperare raccolti abbondanti e un’esistenza migliore. La morte della Natura era sconfitta da questa dea gioiosa e, come per incanto, la vita trionfava nuovamente. 
Anche gli artisti - musicisti, poeti e pittori - sono sempre stati affascinati dalla magia e dall’incontenibile esuberanza della Primavera e l’hanno immortalata con melodie, liriche e dipinti dai tempi più antichi fino ai giorni nostri. 
Io mi soffermerò sull’arte figurativa, analizzando alcune opere realizzate da pittori che hanno rappresentato la Primavera in modi totalmente diversi l’uno dall’altro, a seconda della propria sensibilità, dei desideri del committente, del periodo storico o dell’ambiente culturale in cui vivevano. 
Una delle opere più note è sicuramente “la Primavera” di Sandro Botticelli (Firenze 1445-1510) una narrazione colta ed allegorica riferita ai miti pagani della classicità; un dipinto dal significato complesso, una sorta di linguaggio cifrato comprensibile solo nell’ambiente ristretto degli intellettuali e umanisti dell’epoca, che gravitavano attorno all’Accademia Neoplatonica fondata da Marsilio Ficino, su incarico di Cosimo de’ Medici, nel 1462. 
Moltissime sono state le interpretazioni che gli storici dell’arte hanno dato, nel corso degli anni, a questo quadro: filosofiche, storiche, politiche e letterarie, a volte contradditorie, per cui ancora oggi il suo vero significato rimane misterioso ed è forse per questo motivo che il dipinto continua ad affascinare e a richiamare visitatori da tutto il mondo. Non volendo addentrarmi in questo ginepraio interpretativo effettuerò semplicemente un’analisi descrittiva di quest’opera, comunque incantevole.

La scena si svolge in un aranceto, gli alberi sono pieni di fiori e di frutti e fra i tronchi si intravedono sprazzi di cielo azzurro. Ma, quello rappresentato, potrebbe anche essere il giardino delle Esperidi dove nascono i pomi d’oro dell’immortalità. 
Le otto figure (più Cupido) vestite elegantemente, dalle forme idealizzate e sinuose non proiettano ombra, sono disposte senza profondità prospettica e camminano come fossero sollevate da terra, richiamando alla mente un mondo immaginario ed irreale. Si muovono in un prato, su cui sono sbocciate innumerevoli specie di fiori (sembra che Botticelli ne abbia rappresentate ben 190, più molte altre di erbe, arbusti e vegetali in genere). 
Al centro, in posizione elevata, ma leggermente arretrata rispetto alle altre, c’è una figura femminile posta sotto una volta arborea simile ad un’abside, probabilmente Venere fulcro di tutta la scena, simbolo dell’Amore e della forza vitale. 
In volo, sopra di lei, Cupido, bendato, è pronto a scoccare una delle sue frecce. 
All’estrema destra compare Zefiro dal colore bluastro e dalle guance gonfie d’aria, è il vento dell’ovest che accompagna l’arrivo della Primavera e che insegue la ninfa Clori dalla cui bocca escono fiori perché, dopo la sua unione con Zefiro, si trasformerà in Flora (la Primavera). Con l’abito bianco cosparso di fiori, ghirlande sulla testa e attorno al collo, la Primavera, che pare guardarci, sparge sul prato i fiori che tiene in grembo, mentre i suoi passi sembrano dirigersi verso di noi. 
Proseguendo verso sinistra si vedono le tre Grazie che simboleggiano i tre aspetti dell’amore: la bellezza, la castità e il piacere; danzano in cerchio coperte di veli trasparenti e legate da un complesso intreccio di mani, mentre Cupido sembra pronto a scagliare la sua freccia su una di loro. 
L’ultima figura è Mercurio che sta allontanando, col suo caduceo, le nubi scure che minacciano la Primavera e la perfezione del giardino. 
Quest’opera rappresenta un momento storico-culturale molto importante: il Rinascimento che sarà il perno dell’arte italiana, ma anche di tutta l’arte occidentale. Il termine implica l’idea del risveglio dello spirito, la rinascita della classicità, del pensiero filosofico e delle arti, insieme alla valorizzazione delle capacità umane e un nuovo modo di concepire il mondo e se stessi.  L’uomo si sente centro dell’universo, ricerca l’armonia tra anima e corpo, la felicità e il piacere che, a differenza dei secoli precedenti, sono ritenuti legittimi.  
Una raffigurazione completamente diversa della Primavera è quella che ci dà un pittore lombardo Giuseppe Arcimboldio Arcimboldo (Milano 1527- 1593) vissuto nei periodi inquieti della Riforma, della Controriforma, e della nascita del Manierismo in arte. Chiamato alla corte di Praga, diventa il pittore prediletto dell'imperatore Massimiliano e poi di Rodolfo II per cui realizza originalissime figure umane assemblando fiori, frutti, animali, ortaggi e oggetti vari, producendo una pittura totalmente illusionistica e fantastica, considerata dai critici del Novecento un’anticipazione di alcuni aspetti del Surrealismo.


Giuseppe Arcimboldi: La Primavera - 1573 - olio su tavola cm. 76 x 64 - Louvre - Parigi.

È una figura femminile di profilo composta totalmente di fiori e di foglie. La pelle del viso è fatta di petali, boccioli e corolle di rose e di altri fiori più piccoli, gli occhi sono bacche di belladonna (simbolo dell’infanzia vigorosa e vitale), le labbra due boccioli di rosa, i capelli sono una rigogliosa corona di fiori di ogni tipo, la fitta gorgiera è di fiori bianchi: margherite, gelsomini, zagare ed altri, mentre l’abito è di foglie di tantissime specie (cavolo, prezzemolo, alloro, fragoline di bosco ecc.). Appoggiato al seno c’è un iris (simbolo di rinascita e di speranza); tra i capelli si distingue un giglio (simbolo di sovranità e purezza) e come orecchino, ha un’aquilegia (simbolo di sapienza e intelligenza). 
Oltre alla Primavera Arcimboldi raffigura, con la stessa tecnica, anche l’Estate, l’Autunno e l’Inverno dietro cui si nascondono, probabilmente, precise allegorie politiche: ossia le stagioni vorrebbero rappresentare la continuità del potere del monarca nel tempo e la sua capacità di governare in qualche modo anche la Natura. Ma le quattro stagioni simboleggiano anche le diverse età dell’uomo. 
Tra i pittori impressionisti nessuno meglio di Claude Monet (Parigi 1840 - Giverny 1926) riesce a rendere la fresca luminosità di una giornata di Primavera con un’immediatezza che sembra quella di uno sguardo.


Claude Monet: Primavera – 1886, olio su tela, cm. 65 x 81 - museo Fitzwilliam di Cambridge.

Grazie alle pennellate a piccoli tratti, all’uso dei colori puri (non mescolati sulla tavolozza, ma usati così come escono dal tubetto) e dei complementari che, se accostati, si intensificano vicendevolmente, l’atmosfera si fa palpitante. 
In questa tela pare di avvertire il delicato soffio dell’aria che circola e muove le fronde, creando baluginii e riflessi azzurro/violetti che riverberano sulle due figurine in primo piano, sui tronchi degli alberi in fiore, nel cielo e sul prato. 
Nessuno meglio di questo pittore riesce ad ottenere colori così pieni di splendore e una luce così sfavillante in cui le forme si dissolvono, perdendo consistenza, e dove anche l’ombra più profonda non è più nera ma si veste di colore. 
Uno dei dipinti più commoventi, che con pochissimi elementi e tratti sintetici, evoca in modo mirabile la Primavera, è “Il ramo di mandorlo in fiore” di Vincent van Gogh (GrootZundert, Paesi Bassi, 1853 - Auvers-sur- Oise 1890).


Vincent van Gogh: Ramo di mandorlo in fiore, 1890 - olio su tela, cm. 73,5x92 - museo van Gogh di Amsterdam

L’artista, in questo periodo, è ricoverato in un ospedale psichiatrico nel sud della Francia per gravi crisi depressive, dove però ha la possibilità di dipingere. Nel fresco ramo fiorito, dipinto come regalo per la nascita del figlio dell’adorato fratello Theo, che verrà chiamato Vincent come lui, pare di coglierla tenerezza e l’innocenza dello sguardo dell’infanzia, quando nel cielo non ci sono ancora nubi minacciose, ma solo un azzurro limpidissimo rallegrato dai fiori bianchi del mandorlo che per primi annunciano l’arrivo della Primavera. 
In quest’opera che ricorda molto le stampe giapponesi, decorative e calligrafiche, non c’è nessun dramma, nessuna di quelle terribili angosce che porteranno, di lì a poco, l’artista a togliersi la vita. 
Perduto in questo azzurro van Gogh sembra dimenticare tutte le sue ansie e gustare finalmente un po’ di serenità che sarà, purtroppo, effimera come i fiori del suo magnifico mandorlo che un solo colpo di vento può spazzare via. 
È un dipinto che intenerisce e riesce a toccarci il cuore perché, questo vero e proprio inno alla vita, contrasta con l’esistenza di van Gogh che fu sempre faticosa, amara e piena di dolore. 
Per finire vorrei soffermarmi sulla strana Primavera di René Magritte (Lessines 1898 - Bruxelles 1967), uno dei principali esponenti del Surrealismo. Nelle sue opere l’artista rappresenta oggetti quotidiani con estremo realismo, creando però improvvisa sorpresa ed inquietudine con accostamenti inaspettati che disorientano. 
Magritte ci fa scoprire il fascino delle cose banali, l’assurdità del mondo e della vita in cui tutto, per lui, è mistero e il limite tra realtà e finzione è sempre molto labile. 
Al centro di un cielo chiarissimo attraversato da nuvole rosa, c’è la sagoma piatta di una colomba dalle ali spiegate. Il suo corpo non è ricoperto di morbide piume, ma è costituito di rami e foglie uguali a quelle del boschetto sottostante.


René Magritte: Primavera, 1965 - olio su tela, cm. 46x55 - Courtesy Sotheby's

In primo piano, descritti con grande precisione, ci sono un basso muretto di pietra su cui è appoggiato un nido di rametti secchi intrecciati che contiene tre uova.  L’uovo è simbolo della vita in formazione, della fertilità che ben si addicono alla rinascita della natura e quindi alla Primavera. 
Il muretto sembra voler separare ciò che il pittore ha dipinto pensando alla Primavera, dagli osservatori al di qua del muro. 
La scena è rischiarata da una luce pallida ed irreale che non si capisce da dove arrivi, tutto è silenzioso, quasi sospeso. E’un paesaggio che l’artista non ha visto nella realtà, ma nell’immaginario, elaborato dalla sua mente. 
In queste magnifiche Primavere che ci narrano storie di miti lontani, o vengono rappresentate in modo insolito e fantasioso, o con l’immediatezza di un’istantanea fotografica, o piene di mistero e quindi così diverse tra loro, si può cogliere però uno stesso messaggio. Così come i fiori, le piante e tutta la Natura, anche noi ogni anno possiamo assorbire, da questa stagione radiosa e piena di grazia, la sua esuberante vitalità, la sua gioiosa freschezza in modo che anche la nostra vita si rinnovi e possiamo così riprendere il nostro cammino con sguardo più limpido e animo fiducioso. 
Detto questo, una buona Primavera a tutti!

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