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La malagiustizia e i fratelli Corsaro indagano in un paese del Palermitano dove si parla ancora albanese

A tenere la scena - come ci racconta l’autore - è anche il tema dell’amore come unico antidoto al dolore connaturato al vivere. Inoltre, ne La tana del serial killer, si potrà osservare, in controluce, qualche riflesso della realtà siciliana, sempre trasfigurato nella dimensione immaginaria del romanzo


31/08/2020

di SALVO TOSCANO


Cominciamo dallo sfatare un luogo comune, ossia quello per cui il mestiere del giornalista e quello dello scrittore di narrativa siano imparentati. Non è proprio così. Ma mi si obietta che lo strumento è lo stesso, la scrittura. Non è esattamente così che funziona. Anche il conducente dell'autobus e Lewis Hamilton impugnano il volante a lavoro, ma non fanno lo stesso mestiere, così come il macellaio e il lanciatore di coltelli. Il giornalista scrive, ma scrive la verità. O almeno dovrebbe. È legato, anzi ammanettato alla verità. Lo scrittore di narrativa invece viaggia nel campo aperto della fantasia, e per chi come me vive quotidianamente di cronaca questo è un rifugio prezioso, uno spazio per prendere fiato ed evadere altrove. 
Ciò nonostante è vero che quando un giornalista scrive un romanzo resta comunque un giornalista. E difficilmente può allontanarsi troppo dalla realtà che osserva, seppur concedendosi il lusso di intrecciarla con la sua immaginazione nel plasmare la sua creazione. Anche nel mio nuovo romanzo - La tana del serial killer (Newton Compton, pagg. 288, euro 9,90), ovvero la nuova indagine dei miei fratelli Corsaro, in controluce si potrà osservare qualche riflesso della realtà siciliana, sempre trasfigurato nella dimensione immaginaria del romanzo. 
In questo libro torna uno dei temi ricorrenti delle mie storie, quello della malagiustizia. Ma non solo. C’è anche il tema dell’amore unico antidoto al dolore connaturato al vivere, che è un po’ il leitmotiv di tutte le avventure dei fratelli Corsaro. La storia si apre a Contessa Entellina, uno dei paesi del Palermitano in cui si parla l’antico albanese. Da un macabro ritrovamento in una grotta prende le mosse la nuova indagine di Roberto e Fabrizio Corsaro, l’avvocato e il giornalista protagonisti di sette miei romanzi (i primi tre, ormai introvabili, sono stati ripubblicati da Newton Compton insieme a questo, per la gioia dei lettori più fedeli che li aspettavano da un pezzo).  
I due fratelli questa volta andranno a sbattere su un mistero sepolto dal tempo che riaffiora all'improvviso attraverso una scia di delitti (uno, l’uccisione di un uomo insieme al suo cane, è stato farina del sacco di mio figlio all’epoca novenne). Sullo sfondo c’è sempre la Sicilia, il contrasto tre le sue città e i suoi borghi, gli spettri di mafia e malaffare, l'affascinante splendore dei suoi luoghi, tra storia e natura. Quella Sicilia che, diceva Leonardo Sciascia, non si riesce ad amare senza una punta di risentimento. Un concetto che mi è familiare da sempre e che ho avuto costantemente nitido nella stesura di questo romanzo, dalla prima all'ultima pagina. Buona lettura.

La sinossi: La scena del crimine è inquietante: una testa di donna è stata chiusa in un sacchetto di plastica e abbandonata in una grotta, a Contessa Entellina, un paesino montano in provincia di Palermo. Il cronista di nera Fabrizio Corsaro non può assolutamente rischiare di farsi soffiare la notizia dalla concorrenza e si precipita sul posto. Tutto il paese sembra terrorizzato anche perché secondo alcune antiche leggende un mostro affamato di fanciulle vivrebbe proprio rintanato all'interno di quella caverna. Mentre le autorità sono al lavoro per identificare la vittima, Fabrizio è deciso a scoprire di più sul macabro delitto. Vorrebbe coinvolgere nelle indagini suo fratello Roberto, un avvocato penalista in piena crisi familiare, ma non sarà per niente facile. Almeno fino al ritrovamento del secondo cadavere...

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