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La misteriosa morte di un "pissicologo" americano mentre… piovono mandorle a Scicli

Firmata da Roberta Corradin la “prima volta” della commissaria Gelata. A seguire un tuffo nella storia con Andrea Frediani e una spy story di Lauren Wilkinson


07/10/2019

di Mauro Castelli


Si chiama Roberta Corradin, un cognome non certo isolano (è infatti nata in “una giornata di neve” a Susa, Comune della città metropolitana di Torino, il 4 dicembre 1964) anche se in Sicilia - adesso - ci vive e ci lavora: gestisce infatti a Donnalucata, insieme al marito Antonio Cicero, un ristorante dal nome pomposo: Il Consiglio di Sicilia
Un locale che si propone come “fonte di ispirazione” per il romanzo arrivato da poco sugli scaffali per i tipi della Piemme e intitolato Piovono mandorle (pagg. 476, euro 18,50); romanzo ambientato nella parte sudorientale dell’Isola: “Un angolo di terra bellissimo, dove non manca nulla: arte e cultura, storia e paesaggi, natura e vino, cibo e cucina. Una terra sospesa fra la montagna e il mare, che continua a stordirmi - tiene a precisare l’autrice - con quotidiane overdosi di bellezza”. 
Già, Roberta. Che da ragazzina suonava il pianoforte (“In casa fantasticavano su una mia carriera musicale”) e che crescendo avrebbe bisticciato con l’università senza cavarne un ragno dal buco. In effetti, dopo aver frequentato il liceo Massimo d’Azeglio di Torino, si sarebbe persa per strada - frequentando prima Lettere moderne e poi Lettere classiche - fra ben tre diverse tesi (anzi, quattro, perché, “di ritorno da un viaggio a Marrakesh, decisi che forse parlare delle divertentissime pagine gastronomiche di Orazio sarebbe stata una buona idea”). Ma a scombinare le cose era arrivata, quando non aveva nemmeno 25 anni, l’assunzione da parte di… Lupo Alberto, “la cui redazione da Milano si era da poco trasferita a Roma”. 
Un ingresso nel mondo dei fumetti che l’avrebbe vista in seguito lavorare anche per Cattivik, Sturmtruppen, Blue e Linus. Sin quando, nel 1992, “mi resi conto che preferivo darmi da fare come freelance. Mi guardai intorno e in sei mesi ricevetti altrettanti contratti di collaborazione. Con il risultato di mettermi a scrivere - ironizza - di pseudopsicologia da bar e da parrucchiere per svariate testate femminili”. Ma anche proponendosi come traduttrice dal francese e dall’inglese: ad esempio è sua la versione italiana de Il diavolo veste Prada di Lauren Weisberger. 
A seguire, e siamo nel 1995, Roberta avrebbe pubblicato il suo primo libro, Ho fatto un pan pepato… ricette di cucina emotiva, un libello di 83 pagine, piacevole e divertente, “ignorato dai critici ma gradito dai gastronomi”, i quali l’avrebbero chiamata a scrivere di cucina per le loro riviste. Il tutto inframmezzato da un “decennio di nomadismo tra New York, Parigi, Roma e la Sicilia. Dove il destino sembrava averla chiamata. 
“Successe infatti che, mentre stavo scrivendo un libro con un’amica americana, mi recassi a Donnalucata per recensire il ristorante di Antonio. Devo dire che si mangiava benissimo. Ma lui si dimostrò di una antipatia unica. In una scala da uno a dieci? Direi 150. Ma siccome il cibo era molto buono, tornai nel suo locale e una sera mi invitò a fare un giro in moto. Fu così che, vuoi per la incredibile bellezza di Scicli e dei suoi dintorni, vuoi per il resto, finii per capitolare…”. 
E questo angolo di paradiso ha dato lo spunto per una storia particolare, condita di un delitto e sorretta da personaggi che lasciano il segno. Sui quali l’autrice annota: “Ho provato a immedesimarmi in loro, sia nei buoni che nei cattivi. E mi sono ritrovata a far di conto con una grande esperienza umana, oltre che narrativa. Perché ognuno di loro mi ha regalato qualcosa e viceversa. Così la commissaria Maria Gelata condivide la mia passione per l’antica Grecia (ma per il resto siamo distanti anni luce), Katherine usa la cucina per esprimersi, Xenia ed Elena mi hanno rubato molto, mentre Don Rino U’ Cosabeddaru è il mio amato corifèo (la prima guida dell’antico coro greco, per intenderci)”. 
Roberta Corradin, si diceva, una donna che ama cucinare e “pigramente” guardare il mare, che ha un rapporto stretto con il suo cane Chiem (“Sino a poco tempo fa ne avevo tre, ma due sono purtroppo mancati”) e che si propone depositaria di un carattere rivoluzionario (“Mio marito, un uomo coraggioso che stimo molto, mia chiama Undici settembre”). 
Lei che sin da bambina sognava di scrivere libri e, testarda com’è, ci sarebbe riuscita. Zigzagando peraltro fra i generi: così, dopo aver pubblicato il citato Ho fatto un pan pepato…, nel 1999 avrebbe dato alle stampe l’ironico Un attimo, sono nuda, nel 2008 Le cuoche che volevo diventare seguito nel 2014 da La repubblica del maiale
Che altro? Un debole dichiarato per Antonio Rossello, a suo dire uno scrittore siciliano ingiustamente dimenticato (“Sto cercando di rendermi conto perché sia successo”), oltre che per i classici, che “amo leggere e rileggere”. Ma anche una protagonista del… food writer, con testi scritti per le pagine del Giornale, di D - La Repubblica delle Donne, di Gulliver, Dove, I viaggi del Sole 24 Ore, Food Arts e Saveur. Sempre a fronte di un modo di raccontare che si ben si sposa con l’azzeccato complimento di un suo amico: “Scrivi con la grazia della coreografa tedesca Pina Bausch, servendoti anche del gancio micidiale di Mike Tyson”. 
Insomma, tornando al dunque, una donna dai tanti ruoli, Roberta Corradin, che, a un certo punto, si sarebbero dissolti nel nulla. O meglio, in qualcosa di più concreto. “Successe che alla vigilia dei miei primi cinquant’anni decidessi di lasciare le collaborazioni giornalistiche per tornare a scrivere libri. Con il pensiero rivolto al mio secondo sogno: quello di aprire un ristorante a Samoa.  Ma la vita, in questo senso, mi avrebbe anticipata, facendomi trovare un ristorante già avviato”. E qui torniamo al marito Antonio, che aveva sposato alla chetichella nel 2011. Lui che tre anni prima aveva trasformato la vecchia casa della nonna, appunto a Donnalucata (una frazione marinara a un tiro di schioppo dal Comune di Scicli, in provincia di Ragusa), in un ristorante battezzato, come accennato, Il Consiglio di Sicilia
“Un nome altisonante - tiene a precisare - che inizialmente non mi piaceva. Oggi invece è il nostro amatissimo luogo del cuore, frequentato da una clientela che in molti casi ci è anche diventata amica”. Un locale peraltro supportato da “un progetto di fattoria che si rifà alle coltivazioni di quattro generazioni fa, supportate però da qualche consapevolezza in più”. 
Insomma, se ci facciamo caso, “la vita può riservare molte sorprese, come quelle che tengono banco in un giallo”. L’allusione a Piovono mandorle appare evidente. Un giallo che segna il suo debutto nella narrativa di settore su suggerimento della Piemme, che nel 2015 le aveva dato carta bianca. A fronte di un titolo certamente particolare che è riuscito, a fatica, a far deglutire all’editore. Un titolo che poeticamente si rifà al rumore delle mandorle che in agosto cadono dall’albero e che “danno l’impressione di una risata…”. 
Un titolo per certi versi rischioso in termini di comprensione e richiamo, così come rischioso era mettere in scena, sia pure con il beneficio della fantasia, alcuni clienti. “Attori di provenienze diverse, in bilico fra il vecchio e il nuovo, la tradizione e l’innovazione. Non a caso Scicli, da un po’ di anni a questa parte, è diventata meta di artisti provenienti da tutto il mondo, che hanno scelto questa località non per starci in vacanza, ma spesso per viverci”. 
Purtroppo a Scicli, teatro di note serie tv e film internazionali, succedono anche delitti veri. E a occuparsene, tra il maschilismo dilagante e la fatica di districarsi tra le troupe che assediano la città, è la commissaria Maria Gelata, donna di grande intuito, una vita privata fallimentare, un segreto ben celato nel suo curriculum e una passione sconfinata per la mitologia greca, in grado - come sostiene - di farle risolvere qualunque crimine. 
Già, Maria. Un personaggio la cui passione per la storia nasce dagli studi classici dell’autrice. Con una puntualizzazione. “Ciò che mi ha sempre affascinata, del mito greco, è la plasmabilità e la versatilità di una cultura che ha generato una staffetta tra gli autori classici e quelli a noi più vicini nel tempo. Perché il mito ellenico riesce a rendere accettabili, parlandoci degli dèi, gli abissi più insondati di noi stessi”. 
Ma veniamo al dunque: il caso sul quale Maria si trova a indagare è decisamente complicato e dall’indubbio ritorno mediatico, che giova molto a… certi amici. Il morto (ma non sarà il solo) è infatti Salvo Diodato, un noto pissicologo newyorkese tornato in Sicilia (Tutte le strade del mondo ritornano a Scicli), deceduto in circostanze poco chiare. 
A piangerlo, o a provare sollievo (Buono fecero, quello campava facendosi i fatti degli altri), sono le sue pazienti: una pubblicitaria americana teorica degli amori infelici, una docente di lingua inglese che colleziona farabutti, una cuoca immolata sull’altare della figlia adolescente, una manager coach divisa tra Hong Kong e Marzarellì. E, naturalmente, diversi sciclitani, tra cui Guglielmo, chef del ristorante più in voga del momento, Ignazio, meccanico con salotto, e Nino, pescatore innamorato. 
A conti fatti sarà un’indagine dai continui colpi di scena, fra ree confesse e falsi indizi, che porterà la commissaria Gelata - una servitrice dello Stato, eppure critica nei suoi confronti - a rendersi conto che certe volte la verità è meglio che resti sepolta. Per sempre. 


Proseguiamo con un... un tuffo nella storia, a fronte di una nuova “avventura alla Indiana Jones” firmata da Andrea Frediani (autore da un milione di copie vendute) e imbastita sulla figura del gesuita Athanasius Kircher, inventore, grande erudito nonché esperto di geroglifici. Una storia - quella che tiene appunto banco ne L’enigma del gesuita (Newton Compton, pagg. 342, euro 9,90) - che si dipana nel 1634 fra Roma, la Francia, l’Austria e Istanbul. 
Ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, delle qualità narrative e divulgative di questa penna che, sempre per tipi della Newton, ha pubblicato 21 fra romanzi e thriller storici (come Jerusalem, Un eroe per l’impero romano, la trilogia Dietator, Il trionfo di Cesare vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011, Nascita di un impero, Missione impossibile, Il custode dei 99 manoscritti, La spia dei Borgia…), 13 saggi (molti dei quali incentrati sui momenti e i contesti più significativi che caratterizzarono l’impero romano) e un fumetto. 
Lavori che hanno trovato adeguato riscontro nella recente iniziativa editoriale promossa dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport dedicata alle epiche battaglie che avevano insanguinato l’antichità classica e alle imprese dei grandi condottieri, da Leonida a Giulio Cesare, rivissute appunto attraverso gli appassionanti racconti di Frediani. Una penna peraltro tradotta in sette lingue. La qualcosa non sorprende visto che, quando scrive, sa di cosa parla. Una conferma? Il suo ruolo di consulente scientifico per la rivista Focus Wars e le collaborazioni intrattenute con diverse altre riviste specializzate. 
Per la cronaca Andrea Frediani è nato nella Capitale nel 1963, città dove è cresciuto, ha studiato (laureandosi in Lettere e in Storia medievale) e dove tuttora vive e lavora. Lui che era stato contagiato, quando aveva soltanto otto anni, dalla lettura de La storia di Roma di Indro Montanelli. Per questo aveva deciso che il suo scopo, nella vita, sarebbe stato quello di divulgare a sua volta la storia. Fermo restando un debutto precoce legato a un libretto sui pirati mutuato dall’Enciclopedia Disney e battuto a macchina dalla madre. “D’altronde, come afferma Stephen King, il processo di emulazione precede quello di creazione…”. In ogni caso la sua vera creatività l’avrebbe dimostrata esordendo nel 1997 con Gli assedi di Roma, un lavoro premiato con l’Orient Express miglior opera prima. 
Che altro? Una grande passione per la musica, e per la batteria in particolare, che l’avrebbe portato, a partire dai 14 anni, a far parte di numerosi gruppi rock e jazz. Ferma restando la sua attuale militanza nell’Andrea Frediani Quartet, dove suona cover pop e standard jazz. 
Detto questo spazio alla sinossi de L’enigma del gesuita, un romanzo che si rifà a un misterioso manoscritto contenente la chiave per decifrare i geroglifici. Ma chi riuscirà ad accedere alla sapienza di questo antico popolo? 
Come accennato, a tenere la scena è la città di Roma nell’anno di grazia 1634, quando il pontefice Urbano VIII riceve una strana lettera: l’autore sostiene infatti di volergli rivelare la chiave per decifrare i geroglifici e poter così accedere, forse, al sapere originario che Adamo aveva tramandato ai suoi discendenti. Uno scottante segreto che sarebbe custodito nella trascrizione di un’antica stele perduta. 
Per evitare che cada nelle mani sbagliate, l’uomo ha smembrato il manoscritto e ne ha celato le varie parti dietro una serie di enigmi. Il papa si rivolge così al suo uomo più geniale, l’irascibile gesuita Athanasius Kircher, inventore, illusionista e studioso, cui affida il difficile compito di arrivare a capo del mistero. Ma anche il cardinale Richelieu è sulle tracce dell’antica conoscenza perduta, mentre la setta che nei secoli ha protetto il segreto fa di tutto per impedirne la divulgazione. 
Messo alle strette dal Papa, Padre Kircher (uomo poco incline alla tolleranza, più scienziato che uomo di Dio, da sempre divorato dal desiderio di scoprire e capire), accompagnato da Antonio - un giovane quanto improvvisato assistente - si trova costretto a partire per seguire le tracce che potrebbero aiutarlo a svelare l’enigma. Rischiando peraltro la vita, perché a cercare di tenere nascosto quel “tesoro” c’è chi è disposto persino a uccidere. 
Così eccolo lasciare Roma per un lungo viaggio che lo vedrà dapprima in Egitto, poi a Parigi, Vienna e Costantinopoli. E quando rientrerà nella Città Eterna - alle prese (chissà perché e per conto di chi agisce l’assassino) con un serial killer che uccide “certe” donne sfregiandone il petto - troverà gli agenti papali alle prese con una sfida senza esclusione di colpi con i francesi. In un ambito di scelte tutt’altro che facili. Tanto più che il tempo a disposizione sta scadendo… 


La terza e ultima proposta è legata alla penna dell’esordiente americana Lauren Wilkinson, una specie di John le Carré in gonnella, il mago inglese dello spionaggio e delle spy story (in questo aiutato dal fatto di essere stato un agente del Secret Intelligence Service). Per contro la nostra Lauren, che non ha mai avuto le mani per così dire in pasta, si è dimostrata capace, con garbo e originalità, di dare nuovo vigore al genere (a sostenerlo è stato The Magazine), dimostrando peraltro come una “spia americana” funzioni sempre, sia come spy thriller che come romanzo letterario volto ad affrontare con intelligenza questioni politiche. E soprattutto funzioni come piacevolissima lettura (Npr). 
A titolo in informazione, Lauren Wilkinson è nata a New York il 19 luglio 1984, si è laureata in Letteratura alla Columbia University, ateneo dove si sarebbe accasata come insegnante, oltre a tenere banco presso il Fashion Instituite of Technology, un college pubblico di Manhattan. Lei autrice dalla mano calda, dimostrata a più riprese in collaborazioni giornalistiche per testate letterarie di peso, come Granta, The Believer e The Millions, ed esplosa con la pubblicazione di Una spia americana (Frassinelli, pagg. 292, euro 18,00, traduzione di Silvia Fornasiero), romanzo (“L’ho riscritto almeno una mezza dozzina di volte”, tiene a precisare) arrivato a febbraio sugli scaffali a stelle e strisce (per i tipi della Penguin Random House), a luglio nel Regno Unito (con Dialogue Books) e ora anche su quelli italiani. Incassando subito critiche positive, tanto da essere inserito dall’Huffington Post nella lista dei “61 libri da leggere”, oltre a trovare fra i suoi supporter l’ex presidente americano Barack Obama. 
Risultato? Un lavoro di un certo peso (“A ispirarmelo è stato mio nonno William E. Perry, un tempo vicecommissario ai servizi per la cittadinanza”) e che si è avvalso di un robusto lavoro di ricerca che l’ha portata a spostarsi in Martinica e in Burkina Faso (“Un anno prima che vendessi i diritti, vivendo in un ostello”). Per non parlare della capacità di tratteggiare, all’insegna della tensione, personaggi empatici, come nel caso della sua protagonista, Marie Mitchel, una giovane donna di colore in servizio all’Fbi che ama ragionare con la propria testa. 
Detto questo spazio alla sinossi. È il 1986, il muro di Berlino non è ancora caduto e la Guerra fredda non è ancora finita. Blocco occidentale e blocco sovietico combattono sul terreno delle guerre locali, accrescono gli arsenali nucleari, ma soprattutto si spiano. E la Cia recluta le menti migliori. Come la citata Marie Mitchell, una brava agente che però inizialmente incontriamo alle prese con un monotono lavoro d’ufficio. Così, quando le offrono di unirsi a un gruppo che dovrà darsi da fare in Africa, non ci pensa un istante ad accettare. 
La missione è quella di far cadere il carismatico presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara, il Che Guevara africano, troppo rivoluzionario e comunista per piacere agli americani. Marie partecipa, anche se in realtà ammira Sankara e quello che fa per il suo Paese. E accetta anche se ha appena perso la sorella, che amava tanto da seguirne le orme professionali. In buona sostanza vuole dimostrare quanto valga, benché sia stata reclutata, e questo lo sa, più per il suo aspetto fisico (è una gran bella ragazza) che per il suo talento. E poi, prima di tutto, vuole essere una brava americana. 
E nel suo ruolo privilegiato Marie avrà modo di osservare Sankara da vicino, sino a entrare nella sua sfera più intima, sino a guadagnarsi la sua fiducia, forse addirittura il suo amore. E allora dovrà decidere verso chi essere leale. In buona sostanza dovrà scegliere se superare o meno un’altra sottile, profondissima linea d’ombra…

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