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La "normalità" degli ebrei vista oltre la Shoah

Per Sergio Luzzatto è sbagliato sovrapporre la storia dell’antisemitismo a quella dei giudei, perché essi non sono un’eccezione, ma, nel bene come nel male, un popolo come tutti gli altri


07/10/2019

di Giambattista Pepi


“La storia è la scienza degli uomini nel tempo”. Così lo storico e militare francese Marc Bloch (nato da una famiglia ebraica di origine alsaziana, figlio secondogenito dello storico Gustave Bloch e di Sarah Ebstein) definiva la storia nella sua opera Apologia della storia o Mestiere di storico (pubblicata postuma nel 1949 dall’amico e compagno di studi Lucien Febvre, mentre quella definitiva sarebbe stata curata nel 1993 dal figlio, Etienne Bloch), divenuto uno dei maggiori classici della riflessione di metodologia storica del Novecento. 
La storia, dunque, è una disciplina scientifica che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, cioè di documenti, testimonianze e racconti che possano trasmettere il sapere. Più precisamente è la ricerca sui fatti del passato e il tentativo della loro narrazione continua e sistematica. 
Se questa definizione è corretta e condivisibile - come crediamo che sia, ma non ne siamo certi non essendo storici - siamo in presenza di un racconto di eventi umani succedutisi nel tempo, ovvero - intesa nell’accezione più ampia del termine - una narrazione reale del passato umano. 
La storia è rappresentata come un susseguirsi di eventi, che hanno, come protagonisti, soggetti umani autonomi dotati di soggettività storica che li possa aiutare nella produzione di eventi. Ma è sempre così? Spesso, ma non sempre. Non lo è stato e non lo è, ad esempio, quando si parla degli ebrei. Dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi la storia dell’Olocausto  (parola che indica, a partire dalla seconda metà del XX secolo, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute “indesiderabili” o “inferiori” per motivi politici o razziali, che comprendeva gli ebrei, certamente, ma non solo loro, essendo stati perseguitati anche i rom, i sinti, gli omosessuali ed altre minoranze etniche e religiose), o della Shoah (catastrofe o distruzione in ebraico), parola più corretta e appropriata, si è sovrapposta alla storia di questo popolo e della sua civiltà antichissima, finendo per operare una sorta di mistificazione. 
Si tesse un fitto ordito delle discriminazioni, delle persecuzioni e delle distruzioni che il popolo Eletto ha subito nei duemila anni della sua diaspora (cioè della sua dispersione di massa avvenuta durante il Regno di Babilonia e sotto l’Impero romano), dimenticando tutto il resto. 
Sergio Luzzatto nel libro Un popolo come gli altri (Donzelli, pagg. 310, euro 19,50) sostiene la tesi che la narrazione dell’Olocausto non possa rappresentare se non un episodio, un momento, certamente tragicissimo nella storia di questo popolo, ma ci offre un’immagine distorta di esso. 
“Rappresentato così - pensa l’autore che insegna storia moderna all’Università di Torino ed ha pubblicato molti libri tra i quali Il corpo del duce (1998), Padre Pio (2007), Bonbon Robespierre (2009), I bambini di Moshe (2018) e Partigia (2013) - il popolo ebraico corrisponde fin troppo (in una forma rovesciata) allo stereotipo antisemita: il Popolo eletto come sublimazione edificante del Popolo maledetto. 
Dalla Roma di Tito all’Europa dei pogrom, dal ghetto di Venezia alle leggi razziali, dalla Soluzione finale al complotto contro Israele, il popolo ebraico diventa un metafisico tutt’uno di ashkenaziti (i discendenti di cultura yiddish, ovvero i giudei tedeschi che si stanziarono nel Medio Evo nella valle del Reno e, più in generale,con questo termine ci si riferisce agli ebrei che vivevano nell’Europa centrale ed orientale - ndr) e sefarditi (gli ebrei che abitavano la penisola iberica - ndr), uomini e donne, poveri e ricchi, rabbini e laici, marrani e coloni, contadini e commercianti, banchieri e intellettuali, miracolosamente tenuto insieme dagli altrui vizi, e dalle proprie virtù. 
Come dire, che la storia recente, attraverso l’apologia della Shoah ha forse il demerito di avere mitizzato il popolo ebraico, facendone un popolo unico, monolitico, redento, che sta solo e sempre dalla parte giusta. Ma così non è. E sarebbe sbagliato e antistorico affermare il contrario. 
Luzzato, invece, ci propone un’idea diversa degli ebrei nella storia. Più che riconoscerli sempre e comunque buoni, sempre e comunque innocenti, sempre e comunque vittime, si appassiona della varietà di vicende storiche e della molteplicità di profili umani che hanno reso (e che rendono) il Popolo eletto, un popolo come gli altri. 
Nel libro di Luzzatto non si incontrano eroi eponimi, figure mitiche (Abramo, Davide, Salomone), ma personaggi normali, vivi e vitali, ma complessi e controversi, come possono essere le persone appartenenti a qualsiasi altro popolo della Terra. E, quindi, nel suo libro ci imbattiamo in rabbini taumaturghi del medioevo, in soldati israeliani nei Territori occupati, in cappellai del ghetto e in straccivendoli della Rivoluzione. 
Questo volume ci aiuta a conoscere gli ebrei andando oltre la storia dell’antisemitismo e della Shoah, nella loro essenza umana, con le debolezze, i vizi e le virtù, i sogni, le aspirazioni, che non li rendono diversi, ma - nel male, come nel bene - esattamente come tutti gli altri essere umani. 

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