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La nuova frontiera del socialismo è l'economia globalizzata rivisitata dal liberalismo?

Jean-Claude Michéa sostiene che il “nostro comune nemico” non è il vecchio mondo impastato di guerra, nazionalismo e religione, ma il nuovo ordine della libertà del profitto che la retorica dei media ci costringe ad amare


18/06/2018

di Giambattista Pepi


“Corri compagno, il vecchio mondo è dietro di te”. È una delle parole d’ordine del Maggio ’68, il movimento di rivolta che sconvolse la Francia tra maggio e giugno 1968.  Uno slogan, non l’unico, ma sicuramente tra i più popolari e simbolici, che riassume l’essenza stessa della sinistra riformista: l’idea, cioè, che la lotta consista nel lasciarsi sempre alle spalle il vecchio mondo in quanto tale e correre incontro al nuovo. E’ tuttavia questa la prospettiva propria del socialismo? Abbracciare il mondo nuovo in quanto tale? Il mondo che, ad esempio, la sinistra liberale odierna ha già palesemente fatto suo, quello del riscaldamento globale, di Goldman Sachs e della Silicon Valley? 
Jean-Claude Michéa prova a rispondere a queste domande nel volume Il nostro comune nemico (Neri Pozza, pagg. 248, euro 18,00), che raccoglie articoli e interviste che risalgono a periodi differenti. A cominciare da quella pubblicata da “Le comptoir”, giovane sito socialista attento ai temi della decrescita e realizzata tra gennaio e febbraio 2016. 
Docente e filosofo francese, autore di numerose opere tra le quali I misteri della sinistra (Neri Pozza, 2015), L’insegnamento dell’ignoranza (Metauro, 2005), L’impero del male minore (Libri Scheiwiller, 2008) e Il vicolo cieco dell’economia di sorpassare a sinistra il capitalismo (Eléuthera, 2012), Michéa prende lo spunto dal pensiero filosofico di Karl Marx, l’autore del Capitale che ha svelato i meccanismi della società moderna per attrezzare i lavoratori a lottare per i propri diritti e le proprie rivendicazioni, non per abbracciare il mondo nuovo, ma per combatterlo, in quanto mondo ostile che annuncia un’alienazione e una schiavitù senza pari. 
Oltre a Marx, tra i numi tutelari dell’autore figurano, tra gli altri, anche George Orwell della common decency, Marcell Mauss con la sua teoria del dono e Guy Debord con la sua critica della società dello spettacolo e della “dissoluzione di tutti i legami sociali”. Grandi intellettuali che sostengono “l’urgenza di tornare al tesoro perduto della critica socialista originaria, perché (…) oggi, al tempo della globalizzazione e del liberalismo trionfante, ciò che minaccia di distruggere la natura e l’umanità stessa (…) è innanzitutto il continuo e dissennato perseguimento del tornaconto capitalistico”. 
Infatti, l’autore evidenzia come “da tempo i grandi partiti del blocco liberale (…) non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse – e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali – nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa ridipinta di verde o coi colori dello sviluppo sostenibile, della transizione energetica e della rivoluzione digitale”. 
Davanti a questa nuova situazione, nella quale gli appartenenti alla classe operaia appaiono sempre meno sensibili alle virtù dell’”alternanza unica”, l’ala sinistra e l’ala destra del “castello liberale” si ritrovano, dunque, costrette a riflettere insieme sui vari modi possibili di “governare altrimenti”. Una delle soluzioni, a medio termine, sarebbe indubbiamente quella di realizzare un “compromesso storico” di tipo nuovo che prenda la forma di una “grande coalizione” alla tedesca o di un “fronte repubblicano” alla francese. 
Il “nostro comune nemico” per Michéa non è affatto il “vecchio mondo” nel quale George Orwell (Tra sdegno e passione. Una scelta di saggi, articoli, lettere. A cura di Sonia Orwell e Jan Angus, Milano, Rizzoli, 1977) sosteneva con ironia che l’uomo della sinistra “progressista” potrà includere tanto “la guerra, il nazionalismo, la religione e la monarchia, quanto “i contadini, i professori di greco, i poeti e i cavalli”, ma il nuovo ordine della libertà del profitto, quella libertà che si impone quotidianamente attraverso il discorso retorico dei media e che, come scriveva Debord, si è ormai “costretti ad amare”.

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