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La pasta, il vero tricolore degli italiani

Alberto De Bernardi racconta la storia sociale di un cibo antico e identitario, ambasciatore dello stile di vita del nostro Paese nel mondo


02/03/2020

di Tancredi Re


“Il nostro più che un popolo è una collezione. Ma quando scocca l’ora del pranzo, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della Penisola si riconoscono italiani… Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un uguale potere unificante. L’unità d’Italia, sognata dai padri del Risorgimento, oggi si chiama pastasciutta”. Così Cesare Marchi (compianto scrittore, giornalista e personaggio televisivo: il suo nome resta legato al grande e inaspettato successo della sua opera più nota intitolata Impariamo l’italiano) parla della pasta nel suo Quando siamo a tavola. Già, la pasta. 
La consideriamo, oltre che un alimento, un elemento di unione condiviso in tutto il Paese. È parte integrante della vita, della cultura popolare (semplice ma tradizionale) di tutti gli italiani: non solo della cucina, ma della stessa essenza, da sempre. 
Gli ambienti, i fenomeni e le atmosfere che girano e si creano intorno a un piatto di pasta, entreranno nell’immaginario collettivo dell’italiano medio in tutta Europa e nel mondo intero, prima nella letteratura e nella musica durante il Medioevo, poi nell’Opera e nel Teatro durante il Rinascimento e, infine, nel Cinema, offrendo lo spunto per molti capolavori di fama internazionale, che fanno parte dell’italianità. 
Essendo lunga e con molte sfaccettature, la storia della pasta merita di essere raccontata. Così ci ha pensato Alberto De Bernardi dando alle stampe il libro Il Paese dei maccheroni. Storia sociale della pasta (Donzelli, pagg. 264, euro 32,00). Una storia che, spiega l’autore nell’introduzione, “coincide innanzitutto con la sua dimensione manifatturiera, che con le fabbriche e l’evoluzione tecnologica è parte integrante del processo di industrializzazione dell’Italia: è un prodotto di mercato, che si muove fin dalle origini, soprattutto per la sua lunga conservazione, nelle dinamiche degli scambi internazionali, in una dimensione cronologica che va dal mercantilismo alla globalizzazione. E’ dunque in quest’ottica, storia d’impresa, storia di lavoratori e di capitani d’industria, storia di consumi e di commercio”. 
Il guaio è, osserva ancora lo scrittore (professore di storia contemporanea all’Università di Bologna, ha pubblicato molti libri tra i quali ricordiamo Da mondiale a globale. Storia del XX secolo edito da Mondadori, Storia dell’Italia unita edito da Garzanti e Fascismo e antifascismo edito da Donzelli e recensito su queste colonne) che, appena ci si addentra in questo ambito di studi, ci si accorge che la pasta non riesce ad essere circoscritta ad un fenomeno della storia economica, perché la sua ricostruzione storiografica rimanda immediatamente ad un universo di significati e di simboli che riguardano aspetti della cultura e della mentalità collettiva tanto più rilevanti da scandagliare quanto più la ricerca è chiamata a ricostruire le ragioni del suo successo prima nell’alimentazione italiana e poi in quella mondiale. 
“Se un popolo di mangiatori di minestre, di pane, polente e verdure diventa in un secolo un popolo di «mangia maccheroni», questo fenomeno, unico nel suo genere a livello mondiale, non dipese dalla forza espansiva dell’industria della pasta, che anzi rimase fino a pochi decenni fa una miriade di piccole e medie imprese familiari, dotate più di inventiva che di capitali; dipese piuttosto dalla sua capacità di concentrare l’unicità di un prodotto altamente nutriente, facilmente acquisibile e lungamente conservabile, con la straordinaria varietà dei condimenti, nei quali si poteva condensare quasi per intero la cucina italiana” scrive De Bernardi. 
“Sopra la pasta ci sta la cucina ricca, con i suoi ragù, i suoi timballi, le sue carni e i suoi pesci prelibati, ma anche la cucina povera, con i suoi legumi, le sue verdure, le sue salsicce e i suoi grassi animali poveri: dallo zafferano al guanciale, dalle aragoste ai fagioli, magistralmente intrecciati in una miriade di preparazioni sia codificate nella cucina scritta dei ricettari, sia costantemente aperte alla fantasia di ogni cuoco”. 
Leggendo questo libro - e, credetemi, ne vale davvero la pena, perché parla di una cosa che ci piace e, in un Paese che si divide su tutto, ci trova almeno su questo concordi - non potremo non riconoscere che quell’antico antidoto alla fame (scoperto dai napoletani nella lunga crisi alimentare succeduta alla peste del 1656 e mangiato per strada con le mani: come fece l’indimenticabile Totò nella scena del film Miseria e nobiltà tratto dall’omonima commedia di Eduardo Scarpetta) diventa il perno di un’identità cittadina, celebrata dal folklore e dalla letteratura. Per poi, nel Novecento, assumere un rilievo nazionale per la sua capacità di entrare da protagonista nelle cucine regionali, di cui si compone la cucina italiana, e, successivamente, lungo le rotte dei migranti, farsi cibo planetario: un cibo identitario, però aperto al mondo, che nasce dallo scambio colombiano, senza il quale non ci sarebbero gli spaghetti al pomodoro, che invita a mangiare italiano ma, nel contempo, attrae e accetta i condimenti e i sughi dei popoli e delle terre con cui entra in contatto; un cibo, dunque, che parla al mondo, ma che porta anche il mondo in Italia.

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