Share |

La poetica di Baldo Meo in cerca di una concreta dimensione umana

Il poeta, in Conservazione della specie, si cala - innovandosi - in una vera e propria prospettiva vitale


18/09/2017

di Luca Minola


Baldo Meo vive l’energia della poesia con rara discrezione. E in Conservazione della specie (pag. 69, euro 11,00), appena uscito per l’editore Stampa, traccia esattamente una nuova prova poetica, una nuova strada all’interno della produzione ormai decennale di questo autore. Valorizzato dall’introduzione di Maurizio Cucchi e dalla postfazione di Roberto Deidier, entrambi importanti personalità sia come poeti che come critici, Conservazione della specie si cala in una vera e propria retrospettiva vitale. Un gioiello di delicatezza si potrebbe dire.
Diverso dal precedente Epifanio e altre meditazioni, libro visionario e metafisico, Meo in questo caso ricerca una concreta dimensione umana, una cedevole armonia che dilaga, che è sempre altro dalla nostra visione individualista e celebrale, che può trasformarsi, esprimersi in altrettante profondità di senso: “Non posso non considerare/ quello che rivela stamattina/ un po’ di sole che batte/ sul legno del pavimento./Avrei voluto esistere/ come un tronco, un torrente, una spiga-/ qualcosa di vivo, ma non pensante”. Chi scrive ha varie ragioni, ha dentro di sé il contenuto della mortalità, della fine, di una salvezza meditata.
Conservare non significa né nascondere né difendere in modo agguerrito qualcosa; conservare per Meo è conoscere e vivere una quiete speciale, un presente decisivo: “…a volte penso di poter dire/ tranquillamente di essere seduto/ accanto al silenzio”. La specie in sé vive della sua naturalezza, della sua continua riproduzione regolare senza senso, in questo si determina la forza, nell’irrazionale, nella costante presenza che si adopera, che vive.
Questa fragilità spontanea che appare in questi componimenti si proietta in qualcosa di essenziale e motivato che non si confonde mai, che resta come un’immagine chiara sulla pagina. Si stabilisce una materia descrittiva, sapiente, una salvezza omeopatica che lo stesso Meo avverte come superamento decisivo della morte stessa, che può essere solo il vivere: “Niente purifica come il rimanere”. La sensibilità dell’impercettibile prende il sopravvento, il desiderio si scontra con la bellezza inattaccabile, senza maschere di quello che è ridotto e piccolo: “Preferisci ciò che è minuto-/ la donna, il fiore, la casa./ Sul guanciale dove riposi-/ la bellezza dell’insetto”.
Queste lontananze, questi distacchi fanno di ogni cosa un mistero, una fantasia taciuta. La stessa morte, anche se nel dolore viene percepita come una distanza che si può toccare e percepire, un’altra dimensione dell’esistere. La purezza viene rilasciata in ogni luogo, la certezza di Baldo Meo è saperla riflettere senza misteri o speciali chiavi di lettura. Conservazione della specie semplifica i contenuti e rilascia quello che può anche essere il riposo dall’amore quotidiano, dagli affanni prolungati della follia umana che si determina. Resta in ultimo la vita con la sola, vera e alta accettazione di noi: “Non sono segni misteriosi, non pale di altare,/ non ali incandescenti di angeli pieni di gloria./ L’auto si avvicina al cancello/ e io sono un parziale rifugio del silenzio”.

(riproduzione riservata)