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La quarta rivoluzione industriale sfida le imprese made in Italy

Sistemi informatici di nuova generazione. Robot cooperanti. Sistemi logistici che si scambiano informazioni e strutture sempre più snelle. Le aziende 4.0 sono una realtà. Obiettivo: velocizzare produzione e commercializzazione per inseguire i cambiamenti del mercato. La Cina lo ha capito e ci sta lavorando, così come la Germania. L'Italia invece arranca. Nonostante i buoni propositi di Renzi


23/11/2015

di Nadia Anzani


Velocità. Questa la parola d'ordine che le imprese nazionali devono fare propria nei prossimi anni se vogliono stare al passo con i competitor e non perdere la sfida lanciata dalla quarta rivoluzione industriale, quella basata sull’Internet delle cose e dei servizi (IoT).
Le fabbriche 4.0, ovvero quelle dotate di sistemi informatici in grado di interagire in modo continuo fra loro e con l'ambiente in cui operano, saranno quelle in grado di prototipare, sviluppare e realizzare un prodotto in poco tempo. Obiettivo: bruciare la concorrenza. Ad affinare gli articoli ci si pensa in un secondo momento sulla base dei feedback che si ricevono dal mercato. Perché nel prossimo futuro il ciclo di vita della merce sarà ancora più breve rispetto a quanto non lo sia già.
Per fare questo è necessario abbandonare le vecchie logiche produttive, abbracciare una nuova cultura, riorganizzare la propria linea di produzione, dotarsi di macchine intelligenti, robot cooperanti, apparati logistici in grado di scambiarsi autonomamente informazioni che permettano di raggiungere il target finale. Quindi investire in tecnologia, innovazione e formazione. Pena l'uscita dal mercato. 
Lo ha sottolineato anche Matteo Renzi il 21 novembre dalla Reggia di Venaria, alle porte di Torino, durante il primo Digital Day nazionale. «Il digitale è la più grande occasione che ha l'Italia per essere se stessa», ha detto il premier, che poi ha aggiunto: «Nei prossimi due anni dobbiamo riprenderci il futuro».

Cina, entro il 2030 la produzione annuale aumenterà di 1,8 trilioni di dollari
Del resto basta guardare a quello che sta succedendo al di fuori dai nostri confini nazionali per capire che c'è poco tempo da perdere se non si vuole buttare al vento un'importante chance di crescita economica.
Basti dire che la Cina, con il suo piano di investimenti “Made in China 2025”, grazie alle risorse destinate alle sue industrie 4.0 prevede di aumentare il valore della produzione industriale annuale di 1,8 trilioni di dollari entro il 2030. E uno dei settori che trarrà maggior beneficio da questo programma di investimenti sarà quello manifatturiero, proprio il fiore all'occhiello delle nostre PMI, lo zoccolo duro dell'economia made in Italy.

In Germania stanziamenti di 200 milioni di euro per l'industria 4.0
Ma questo non è il solo campanello d'allarme a cui i nostri imprenditori dovrebbero dare ascolto.
In Europa, uno dei Paesi più attivi sul fronte dell'agile manufacturing è la Germania, primo Paese UE nel manifatturiero seguito da Italia e Francia. La nazione guidata da Angela Merkel, fin dal 2011 ha dato il via a un piano mirato che vede la collaborazione tra il Ministero dell'Istruzione e della Ricerca e quelli di Industria, Economia, Lavoro, Interni e Sanità. Il tutto lubrificato da sostanziosi stanziamenti economici a sostegno del programma di sviluppo per affrontare la quarta rivoluzione industriale: i primi fondi stanziati ammontavano a 200 milioni di euro, aumentati poi nel corso degli anni; dal 2015 per esempio, solo per Istruzione e Ricerca sono stati erogati 200 milioni di euro.
Un'azione corale e strutturata che in Italia ancora manca. E se da un lato è vero che le nostre PMI hanno già strutture flessibili che le rendono abili nell'adattarsi velocemente ai repentini cambiamenti di mercato, dall'altro la mancanza di una regia di governo con investimenti mirati e azioni di sostegno allo sviluppo di questo modello industriale le espone comunque a un grosso rischio. «Il punto è che la fabbrica 4.0 abbassa le barriere di ingresso al prodotto sartoriale e flessibile che da sempre rappresenta il tratto distintivo delle nostre PMI», avverte Davide Di Domenico, partner di Boston Consulting Group e responsabile per Grecia e Turchia della practice industrial goods. «Questo significa che le realtà industriali che hanno nella solidità del processo e nella standardizzazione spinta il loro fattore competitivo potranno flessibilizzare il loro approccio ritardando per esempio il congelamento della configurazione di prodotto. Con prototipazioni rapide in fase di disegno e per prove funzionali, con sistemi di simulazione dei processi produttivi per ottimizzare o evitare investimenti, con robot che interagiscono con l’operatore, con la riprogrammazione della produzione gestita da software in cloud che analizzano i dati generati da una moltitudine di sensori. La produzione diventa agile, abbracciando la stessa rivoluzione che ha trasformato il mondo del software negli ultimi 10 anni». Quindi, in breve tempo la platea dei potenziali competitor si allargherà in modo esponenziale a livello globale. Seguendo la stessa logica persino una start up potrà dare del filo da torcere a una PMI con anni di esperienza alle spalle e un parco clienti consolidato.

Italia ancora lontana dalla quarta rivoluzione industriale
Alla luce di questo quadro, per l'Italia lo sviluppo dell'industria 4.0 non è un'opzione ma una necessità. Eppure su questo fronte il Paese arranca. A frenare la quarta rivoluzione industriale c'è una cultura digitale ancora arretrata e politiche governative che, finora, hanno destinato ben poche risorse al progetto dell'agile manufacturing. Del resto, la base su cui dovrebbe poggiare le sue fondamenta la fabbrica del futuro è la banda larga, che ancora è lontana dall'essere presente su tutto il territorio nazionale. Secondo i conti fatti nelle stanze dei Palazzi romani, per fare in modo che l'Italia porti il valore aggiunto del manifatturiero dal 16% di oggi al 20% entro il 2030, servirebbero investimenti per 8 miliardi l'anno, il che significa 120 miliardi in 15 anni. Un impegno importante nell’ambito del bilancio statale, ma necessario se si vuole evitare che l’industria italiana soccomba.
Concetto quest'ultimo che devono comprendere in primis quegli imprenditori ancora poco convinti che tecnologia e digitale rappresentino un'opportunità di sviluppo e non un freno per le loro aziende.
Nell'attesa che le azioni chiave del Governo, presentate il 21 novembre durante il Digital Day,  per aiutare il Paese a cogliere i benefici delle nuove tecnologie, diventino una realtà (si va dagli investimenti in ricerca e sviluppo a strumenti fiscali ad hoc per chi investe in strumentazioni digitali di ultima generazione), qualche timido passo per trasformare le aziende in smart factories gli imprenditori potrebbero iniziare a farlo: «Quattro sono gli step da compiere - consiglia Di Domenico -. Effettuare un'analisi approfondita centrata sul cliente per verificare gli elementi di insoddisfazione, sia che si tratti di una azienda b2b o b2c. Comprendere i limiti “storici” indotti dal sistema produttivo consolidato e capire come le nuove tecnologie possono aiutare a eliminare le criticità. Affrontare un nodo alla volta, partendo dal più dolente per il cliente o da quello più facile da sciogliere, assicurando di generare risultati in grado di sostenere il cambiamento. Infine, scalare l'innovazione in modo da mantenerla stabile e sostenibile».

Più personale specializzato, meno operai
E a chi resta convinto che la rivoluzione industriale 4.0 porterà a un drastico taglio di posti di lavoro Di Domenico risponde: «Assolutamente no. Ci sarà un calo di operai addetti alle fasi di lavorazione del prodotto che però verrà assorbito dall'industria meccanica a cui sarà delegata parte della realizzazione dei robot e degli impianti di automazione e in generale crescerà la domanda di competenze digitali e calerà quella di abilità manuali». Come del resto dimostra anche una ricerca di Boston Consulting Group in base alla quale in Germania, Paese in cui le fabbriche smart sono già in via di sviluppo, da qui al 2025 ci saranno 350 mila occupati in più. In particolare, il ricorso a robot di ultima generazione e di linee completamente automatizzate impatterà sui posti di lavoro nei reparti produttivi e di assemblaggio del settore manifatturiero, che diminuiranno di circa 610.000 unità, ma la perdita sarà bilanciata dalla forte richiesta di personale specializzato in Information Technology e Data Service, che introdurrà nel mercato del lavoro 960 mila persone.

Stop al super capo, largo ai team di lavoro
A cambiare sarà anche l'organizzazione interna delle imprese: «Diminuiranno i manager (intesi come persone che gestiscono dei collaboratori che fanno e per conto dei quali prendono le decisioni rilevanti) e aumenteranno i team di lavoro autodeterminati con obiettivi che spaziano dall’inizio alla fine della catena del valore di un prodotto», precisa Di Domenico. «Ci saranno più persone che pensano, creano e che si assumono responsabilità di decisioni importanti. Le vecchie organizzazioni basate su pochi capi, poche persone pensanti e un mare di esecutori non sono compatibili con i nuovi tempi di ideazione, definizione e produzione dettati da un mercato in continua evoluzione». Tutto deve essere agile e snello. «È una rivoluzione di velocità, non di costi», conclude Di Domenico. «Non saranno le persone in meno a fare la differenza, ma il volume di business che l'azienda sarà in grado di realizzare in più».

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