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La ricreazione è finita: il Governo si dia una regolata oppure… passi la mano

Il quadro macroeconomico internazionale si sta deteriorando e la nostra economia ne sta pagando lo scotto. Esecutivo e Parlamento devono quindi rendersi conto che ritardi, lungaggini e remore nella realizzazione di opere e infrastrutture renderanno sempre meno competitive le nostre imprese


29/07/2019

di Giambattista Pepi


Se prima potevamo nutrire dei dubbi, adesso sono stati definitivamente fugati. Prima delle elezioni del Parlamento europeo, avevamo temuto che il “duello” rusticano fra gli azionisti del Governo Conte, cioè tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, fosse messo in scena a usum delfini. Finite le elezioni, con la vittoria larga della Lega e la perdita secca del Movimento 5 Stelle (che aveva per qualche giorno fatto vacillare il piedistallo su cui pone le terga il giovane sciuscià napoletano) la vis polemica cessò. E sotto la scure dell’apertura di una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo della Commissione europea, con la “mediazione” del Governo Conte, tra i due leader politici della maggioranza tornarono a scorrere latte e miele. 
Sventato il pericolo di una bocciatura dei conti italiani e l’apertura di un “processo” che avrebbe portato l’Italia a essere sottoposta a una procedura che ne avrebbe potuto condizionare per anni la politica di bilancio, la maggioranza aveva nuovamente serrato le file. 
Nemmeno il tempo, dunque, di archiviare un “caso” scottante, che è riesplosa la polemica a distanza tra Salvini e il M5S. La posta in gioco sono le cose da fare: il programma è nutrito e va dalla legge sull’Autonomia regionale di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, alle grandi opere (Tav Torino-Lione, Gronda, Variante di Valico e così via) e al taglio delle tasse da inserire nella manovra finanziaria per il 2020, cui tiene moltissimo la Lega; dal salario minimo garantito alla sforbiciata dei parlamentari, che i M5S ritengono irrinunciabile. 
In mezzo, come in un tritacarne, ci siamo noi. Tutti. Che, al netto delle polemiche che potremmo dire sono il sale della politica, vedono - preoccupandosene - che l’economia più che crescere sotto questo Governo si assottiglia sempre di più. 
Non a caso, secondo le previsioni degli organismi internazionali più prestigiosi (Fondo Monetario Internazionale, Ocse e Commissione Europea) e di alcuni istituti statistici e econometrici italiani ed europei (Istat, Eurostat, Banca d’Italia, Ref) nel 2019 il nostro Pil non crescerà più dello 0,1%, forse dello 0,2. Ma parliamo di bazzecole. Gli altri Paesi sono lontani: Stati Uniti (+2,3%), Giappone (+1%), Cina (+6,3%), Regno Unito (+1,2%), Area euro (+1,3%), Spagna (+2,1%), Francia (+ 1,35), Germania (+0,8%). L’anno prossimo, nella migliore delle ipotesi, non supereremo lo 0,8%-0,9% e, ancora una volta, gli altri Stati ci sopravanzeranno: Usa (+1,9%), Cina (+6,1%), Regno Unito (+1,4%), Area euro (+1,5%), Spagna (+1,9%), Germania (+1,4%), Francia (+1,4%). 
E la situazione non migliora se si guarda alla pressione fiscale. In barba ai roboanti annunci fatti da Salvini, che vuole ridurre le aliquote in modo che famiglie e imprese abbiano più soldi in tasca da destinare ai consumi e agli investimenti (ma alcuni studi sostengono, dati alla mano, che il risparmio in termini di minori imposte si avrebbe solo a partire da redditi imponibili superiori a 45-55mila euro), la pressione fiscale è aumentata in maniera indecente: oggi supera il 45% e gli italiani (è un paradosso) secondo calcoli del Sole 24 Ore lavorano per i primi sette mesi di ogni anno esclusivamente per lo Stato e gli Enti locali pagando loro tasse, imposte e addizionali varie. E soltanto a partire da agosto cominciano a produrre reddito per sé e i propri familiari e collaboratori. 
Il quadro macroeconomico nel quale si inserisce la nostra economia, poi, non lascia presagire niente di buono: l’economia internazionale è vista in frenata e le stime sul Pil sono state riviste al ribasso. 
La frenata dei mesi scorsi riflette un insieme di concause. Fra queste certamente un ruolo di rilievo spetta all’incertezza relativa al quadro politico internazionale e, per conseguenza, agli scenari delle politiche economiche. 
L’incertezza politica si manifesta su diversi versanti. Il caso del Regno Unito, in relazione al percorso di uscita dall’Unione europea che, oramai a tre anni di distanza dal referendum sulla Brexit, stenta a concretizzarsi. E poco importa del cambio di guardia a Downing Street tra l’ex premier Theresa May e il subentrante Boris Johnson, il quale si è detto pronto a una uscita senza accordo. Regno Unito a parte, c’è dell’altro: l’economia turca è in difficoltà; l’embargo alle esportazioni di petrolio dell’Iran pesa così come pesano e le tensioni nello Stretto di Hormuz e il frastagliato panorama politico europeo. 
Sono, questi, soltanto alcuni degli elementi di tensione legati direttamente al mutamento del quadro politico internazionale che, unitamente alle prospettive meno rosee per l’economia statunitense e il minore vigore della dinamica economica cinese, stanno portando a un aumento dell’incertezza, con effetti negativi sugli investimenti a livello internazionale. 
Fra i diversi punti che hanno caratterizzato il cambiamento del quadro politico, le cosiddette “guerre tariffarie” hanno avuto maggiori effetti sugli andamenti del contesto economico internazionale. Che inevitabilmente si sono riflessi sulla nostra industria manifatturiera e sulle nostre esportazioni.
Nel corso del 2018 gli Usa hanno adottato una serie di misure di aumento delle tariffe sulle importazioni dalla Cina, riguardanti un insieme di prodotti per un valore di circa 250 miliardi di dollari. L’ammontare attuale dell’import americano dalla Cina è pari a circa il doppio: ovvero 540 miliardi, su un totale delle importazioni a stelle e strisce dal resto del mondo di 2.500. Gli Stati Uniti hanno quindi aumentato le tariffe su una quota significativa delle proprie importazioni: il 10%. Le autorità cinesi hanno reagito, introducendo anch’esse dei dazi su un insieme di prodotti importati dagli States per un controvalore pari a circa 60 miliardi. 
Nel corso della prima parte del 2019 si è quindi aperta una trattativa fra i due Paesi per cercare di raggiungere un accordo. L’auspicata ricomposizione della diatriba non si è però verificata e sono state aumentate ulteriormente alcune tariffe che insistono sugli stessi prodotti già interessati dalle misure adottate lo scorso anno. 
Queste tensioni sono anche figlie del mutamento della strategia di sviluppo da parte della Cina. Rispetto alle tendenze prevalenti sino agli anni Duemila, quando le aziende cinesi presidiavano soprattutto i segmenti più labour intensive delle catene produttive, da alcuni anni Pechino
si sta spostando sui settori caratterizzati da un maggiore contenuto di tecnologia. Questo sta portando quindi con frequenza sempre maggiore a una concorrenza diretta fra produttori occidentali e imprese cinesi, accusate di appropriarsi della tecnologia dei concorrenti. Inoltre si guarda con qualche apprensione anche ai sempre più frequenti casi di acquisizione di imprese occidentali da parte di imprese del Sol levante. 
Va anche ricordato che sino a pochi anni fa le società occidentali non attribuivano un ruolo importante nelle rispettive strategie di crescita alla penetrazione del mercato cinese. Difatti, gli investimenti diretti dei Paesi occidentali verso la Cina erano legati soprattutto all’obiettivo di delocalizzare parti dei processi produttivi al fine di conseguire vantaggi dal lato dei costi. Di fatto questo fenomeno si sta attenuando perché la crescita dei salari locali sta riducendo il vantaggio delle delocalizzazioni; d’altra parte, proprio il tentativo, sposato anche dalle autorità di Pechino, di portare il sistema verso un modello di sviluppo basato maggiormente sui consumi, giustifica l’interesse delle aziende occidentali a sviluppare la loro presenza sul mercato cinese. 
Le politiche di aumento delle tariffe, se dovessero allargarsi a un numero crescente di paesi e prodotti, potrebbero tradursi in un minore grado di apertura delle economie agli scambi con l’estero, portando quindi a una frenata prolungata del commercio mondiale. 
Le più colpite dalle misure sinora introdotte dovrebbero essere proprio le esportazioni di Cina e Usa, mentre in linea di principio ci si sarebbe potuto attendere un effetto positivo sui Paesi europei, legato al fatto che le nostre esportazioni migliorano la posizione competitiva nei confronti del paese il cui prodotto è stato sottoposto a tariffa. La frenata del commercio verificatasi dalla fine del 2018 è stata comunque decisamente più marcata di quanto in apparenza giustificato delle misure protezionistiche sinora adottate. 
Questo perché in questa fase l’effetto prevalente delle misure tariffarie è stato quello di aumentare l’incertezza spingendo le imprese a livello internazionale a rallentare gli investimenti. 
La brusca frenata del commercio mondiale è coerente con la frenata degli investimenti, che sono fra le componenti della domanda caratterizzate da una più elevata elasticità degli scambi commerciali internazionali. E di questa situazione stanno soffrendo proprio le industrie manifatturiere tedesche e italiane in maniera evidente. 
Se questo è, per grandi linee, il quadro economico internazionale, la nostra economia non può permettersi altre battute d’arresto. 
La classe dirigente e, in particolare, quella politica che deve adottare le relative misure (di bilancio, economiche, industriali) deve essere consapevole che il tempo non è una variabile ininfluente nei processi di allocazione del capitale di rischio e del capitale di investimento. Pertanto, i ritardi nell’approvazione di leggi, le lungaggini nell’approvazione di progetti di investimenti, le remore nelle ristrutturazioni delle imprese, i tira e molla nelle decisioni che riguardano la realizzazione delle grandi infrastrutture si traducono in lacci e laccioli che ostacolano la crescita economica e lo sviluppo del Paese. Si rivelano esiziali per la competitività del Paese inteso come sistema organico di know how, competenze, risorse, capitali, relazioni. Quindi il Paese anziché progredire, regredisce. Invece di andare avanti, arretra. E allora possiamo consigliare al Governo, e ai rappresentanti del popolo eletti in Parlamento, che mettano al primo posto l’interesse e i diritti degli italiani e della nostra Nazione e all’ultimo posto le camarille e le polemiche fini a se stesse. È insomma arrivata l’ora di far vedere gli attributi, di fare sul serio per cambiare il nostro Paese e restituirgli quel posto che gli spetta nel consesso internazionale.

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