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La salvezza dell'Unione Europea è Vyšehrad, non Bruxelles

Ecco perchè il centrodestra italiano dovrà allearsi con i Paesi dell’Est per far ripartire il Vecchio Continente. Partendo dalle identità nazionali


12/03/2018

di Renato Cristin*


Una delle parole d’ordine usate con maggiore frequenza dagli eurogovernanti è «più Europa». La si sente in ogni occasione, nelle sale dei convegni e nei raduni politici, nei giornaloni e negli studi televisivi, usata con la sacralità di un comandamento o con l’arroganza di una minaccia, a seconda delle circostanze. «Più Europa» è la medicina per ogni malanno, la soluzione per ogni problema: la disoccupazione aumenta? Più Europa la farà diminuire; l’immigrazione viene rifiutata dai popoli? Più Europa gliela farà accettare; il centralismo burocratico allontana i cittadini dalle istituzioni europee? Più Europa li farà avvicinare. 
Con questa formula, si spacciano scopi ideologici e strumentali per ideali della civiltà europea. Ai piazzisti dell’europeismo oggi non crede quasi più nessuno, ma il danno che hanno prodotto è superiore a quello già pesantissimo che riguarda la vita concreta di tutti noi. Gli europei non solo hanno perduto ogni fiducia nelle istituzioni, ma non credono più nemmeno all’idea di Europa. Su questi governanti ricade una colpa gravissima, perché stanno distruggendo un bene immateriale che si era forgiato e radicato nel corso dei secoli, e che ora rischia di scomparire a causa di un micidiale impasto fra opportunismo politico e sciatteria spirituale. Hanno disgregato la certezza degli europei nella loro identità e demolito la fiducia che, nonostante tutti i conflitti, essi avevano nella loro patria continentale
Più Europa, dunque? Se per Europa si intende la struttura burocratico-tecnicistica, certamente no. Ma se con questa parola abusata e tuttavia sempre nobile intendiamo quella bimillenaria storia dello spirito che, frazionandosi in molti popoli, ha generato l’identità generale del continente e quella particolare delle sue nazioni, allora sì, ce n’è bisogno. Rovesciata di segno e trasformata di senso, questa espressione serve dunque per affermare il contrario di ciò che essa ora designa: per recuperare cioè il valore identitario dell’europeità, dell’esistenza storica e concreta dei nostri popoli. Così, con tutt’altra accezione, «più Europa» indica un obiettivo che tutti gli europei, in quanto portatori di un’identità nazionale e appunto continentale, condividono: rinvigorire fonti originarie e obliate, riconquistare l’orgoglio della nostra storia, riaffermarne i valori e ricalibrare la prassi per difenderli. E poiché Bruxelles ci allontana da questa meta, dobbiamo passare da altrove, per esempio da Vyšehrad. 
E così ha fatto, con coraggio politico e lungimiranza strategica, Giorgia Meloni, che ha incontrato il premier ungherese Viktor Orbán proprio per ragionare di Europa a partire da questo nuovo punto di vista, per difendere e non per dividere l’Europa, per rafforzarla e non per indebolirla. Questa è la visione del centrodestra italiano: una posizione non retoricamente europeista, non conformista, ma autenticamente filo-europea. Il segnale che Giorgia Meloni ha lanciato è chiaro: l’Unione Europea va difesa ma va ripensata, per evitare il rischio che una sigla formale sussuma una realtà storica e vitale, per far sì che la ricchezza spirituale dell’Europa non si riduca a una formula amministrativa. E ciò potrebbe incontrare l’accordo anche del presidente Antonio Tajani. 
Oggi, Vyšehrad è un simbolo dell’opposizione a questa UE in difesa dell’Europa (come ho sostenuto altrove: contro quell’europeismo di facciata che è diventato la degenerazione burocratico-retorica dell’Europa, e a favore dell’Europa reale e storica), e perciò, al di là della localizzazione geografica, esso va assunto come stendardo di una diversa concezione dell’Europa: gli euroburocrati dicono «più Europa» e intendono «più Bruxelles» e meno coscienze nazionali; mentre i difensori dell’Europa lo dicono intendendo più identità, delle singole nazioni e del continente nel suo insieme. Quindi, «più Vyšehrad e meno Bruxelles»: non la disintegrazione dell’Europa, ma, al contrario, la sua ricostituzione su basi più nobili e più solide, la sua concreta rigenerazione
Poiché le ragioni del gruppo di Vyšehrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) non sono convenienze politiche bensì convinzioni storiche, che come tali non restringono il gruppo a un quadrante geografico ma gli consentono di estendersi a tutti i Paesi che le condividono, e poiché con esso si sta affermando una critica radicale ma al tempo stesso costruttiva al centralismo, anche l’Italia potrebbe aderirvi, sia perché le posizioni della maggioranza del centrodestra (non solo Fratelli d’Italia e Lega, ma anche una parte consistente degli elettori di Forza Italia) sono in sintonia con esso, sia per smetterla di mendicare un posticino al tavolo di Germania e Francia come hanno fatto i governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, e ritrovare invece un’identità e un orgoglio nazionale da troppo tempo smarriti nelle nebbie della retorica europeistica. Nessuno strappo quindi; anzi, la ricucitura autentica del legame fra i cittadini italiani e l’Europa. 
Ma nell’ottica di una riaffermazione identitaria (sempre nel quadro strutturale dell’Unione Europea), l’Italia deve andare più in là: siamo il Paese della latinità e abbiamo il compito di rinnovare e rafforzare il ruolo culturale e politico che quest’ultima ha avuto e dovrebbe continuare ad avere per un futuro equilibrato dell’Europa. In questo senso, con il concorso della Spagna e, in misura minore (dato il suo carattere geografico molto più ampio) della Francia, della Grecia, che va recuperata dal limbo (o per meglio dire: dall’inferno) nel quale è stata gettata dall’UE, e di una parte dei Balcani, il  recupero della latinità nel presente storico significa il rilancio, nello scacchiere europeo attuale, del ruolo dell’Italia, la quale così si affermerebbe come baricentro di un complesso (e, certo, anche complicato) polo meridionale europeo. Solo se recupera e valorizza fino in fondo la propria identità, l’Italia può esprimere il suo potenziale di europeità, e contribuire quindi a Vyšehrad portando in dote la sua peculiarità nazionale, accrescendone considerevolmente la caratura e l’influenza politica, per creare così davvero «più Europa».

*La Verità

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