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La sapienza dei folli può risollevare il mondo

Lo psichiatra Vittorino Andreoli indaga il fenomeno degli innamorati pazzi di Cristo: persone fuori dalla norma che, nella loro stolta saggezza, hanno molto da insegnare


17/06/2019

di Giambattista Pepi


“La parola della croce è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti”. In questo brano della famosa Prima lettera ai Corinzi Paolo di Tarso fa la diagnosi sui “folli di Dio”, e, quindi, sulla “follia di Dio”. Applicando il sillogismo, ovvero la fondamentale argomentazione logica della filosofia aristotelica, se chi segue Dio è folle, significa che Dio che chiede di essere seguito dai folli, ed Egli stesso è folle. Ma com’è possibile? Forse occorre intendere che cosa significa essere folli per i primi seguaci di Cristo. Fu la Chiesa infatti fin dagli albori della sua fondazione a definirli “folli in Cristo”. 
Per l’epoca in cui vissero (dal II al V-VI secolo dopo Cristo) erano ritenuti personaggi bizzarri, autolesionisti, pazzi per ricondurre gli uomini alla “follia della croce”. Per amore del Signore e ammaestrati dai suoi insegnamenti, i cristiani volevano imitare Cristo, comportarsi come lui, portare la sua parola nel mondo non con un linguaggio sapiente, ma con l’efficacia dell’esempio, con lo smascheramento dei difetti umani, con l’ironia verso atteggiamenti, pensieri e azioni che si pretendevano sensati o devoti, ma che in realtà lasciavano grande spazio alla doppiezza. 
A differenza della teologia greca con gli dei che dominano gli uomini in modo distaccato e capriccioso e anche dell’ebraismo che aveva esaltato il legame tra Jahvé e il popolo eletto, Gesù Cristo compie una rivoluzione perché stabilisce attraverso di Lui un rapporto personale che ogni uomo può avere con Dio: un legame che attribuisce a chiunque la dignità più alta possibile, quella del cielo. 
Gli stiliti dei primi secoli del Cristianesimo, che vivevano su alte colonne agli eremiti (Antonio ne fu il fondatore e Pacomio che gli darà una struttura e fondò il primo cenobio nel 320 dopo Cristo a Tabennisi nella Tebaide). Quindi gli asceti (Giovanni Crisostomo, Teodoreto di Cirro, San Basilio, San Gregorio di Nissa, San Gregorio di Nazianzo, Ilarione e Santa Paola). Poi gli anacoreti del deserto (fenomeno che si colloca tra il V e il IV secolo dopo Cristo in Egitto, Cappadocia, Terra Santa, Tebaide. Tra i più noti si annovera Girolamo) tormentati dall’ossessione per il peccato e il demonio. Infine i mistici, i giullari e i pellegrini questuanti del Medioevo. 
Lo psichiatra Vittorino Andreoli nel libro Benedetta follia. Dai padri del deserto ai mistici di oggi (Piemme, pagg. 335, euro 18,50) indaga attraverso un excursus storico-letterario di grande fascino fondato sulle fonti più accreditate, il fenomeno della “strana follia” degli “innamorati pazzi” di Cristo e del suo messaggio di salvezza. Fenomeno che viene cronologicamente preceduto dal martirio dei cristiani. 
Il martire è colui che imita la passione e la morte di Gesù per mezzo della crocifissione e così ne rappresenta la continuità della presenza. Esemplare il martirio di San Pionio e dei suoi tre compagni, ma anche quello di Cipriano, raccontati con rara efficacia e grande pathos dall’autore secondo lo schema collaudato dai cronisti del tempo: prima l’interrogatorio da parte del proconsole romano, poi il tentativo di far rinnegare il proprio Dio e di sacrificare agli dei romani, infine, la cronaca del martirio. 
Martiri e folli di Dio sono persone fuori della norma che, secondo Andreoli, nella loro stolta saggezza, hanno molto da insegnare agli uomini e alle donne del nostro tempo. 
“La diagnosi della follia è una sorta di topos della civiltà occidentale” spiega l’autore (psichiatra di fama internazionale, scrittore ed editorialista e autore di best seller tradotti in molte lingue), di cui il cristianesimo è parte e a cui contribuisce usandola come una modalità per escludere l’altro e per attestare la propria sapienza (o normalità)”. 
È la Chiesa di Cristo stessa a usare questa modalità nel combattere l’eversione rappresentata dagli eretici. Essendo non seguaci di Dio, li considera “folli” e pronuncia nei loro confronti l’anatema, e li condanna a morte attraverso il Tribunale dell’Inquisizione. 
Al contrario di quanto avveniva con gli indemoniati dei Vangeli, che sono la metafora della follia, e che Gesù guarisce, alcuni secoli più tardi, la Chiesa che sorge nel nome del Figlio di Dio, li manda al rogo. E cos’è il “peccato” se non il sintomo (o i sintomi) che confluisce nel comporre il quadro della follia e definisce il peccatore come l’indemoniato? 
Gesù stesso, durante la sua vita, rende continua testimonianza alla follia perché tutta la sua missione e il suo messaggio di amore è un inno all’innamoramento folle di Dio per l’uomo che non deve perdersi. Egli infatti accetta di farsi uomo, patisce e muore sulla croce per risorgere dai morti nella gloria e offrire al genere umano il dono della salvezza e della vita eterna.  
In questo tempo di confusione e di smarrimento del senso dell’uomo e del mondo, abbiamo allora fortemente bisogno di riscoprire l’amore folle di Gesù e attingere alla saggezza dei folli di Dio per riscoprire noi stessi, guarire le nostre piaghe e riprendere il cammino, nella verità e nell’amore, verso il Creatore.

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