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La società? Ferita dalla crisi, ma non ci manca la forza e il coraggio per ricominciare

Secondo il sociologo Enrico Finzi sono stati gli anziani, le donne e le regioni del Nord a pagare il prezzo più alto alla pandemia. La minor diffusione del virus e il “paracadute” delle relazioni sociali hanno salvato il Mezzogiorno. E le tecnologie? Utili durante il lockdown, ma non potranno mai sostituirsi all’incontro di presenza


21/12/2020

di Giambattista Pepi


Enrico Finzi

La crisi? Ha colpito le fasce più anziane della popolazione, le donne più penalizzate degli uomini e il Nord più del Sud, dove la tradizionale rete sociale forte e profonda ha fornito un “paracadute” ai singoli e alle famiglie. E le tecnologie? Sono state utili, ma nemmeno le più evolute, potranno mai sostituire il piacere di incontrarsi, stringersi le mani, abbracciarsi. Quando la pandemia sarà finita, bisognerà quindi riappropriarci della dimensione intima della vita di relazione. Così come occorrerà rivalutare il contributo della terza età e nello stesso tempo aiutare le giovani coppie che vogliono procreare figli con incentivi, sostegni e servizi alle coppie, ma soprattutto servirà che chi governa dia certezze e fiducia ai cittadini. A parlarci di queste tematiche è Enrico Finzi, sociologo e giornalista, che si è dedicato per oltre trent’anni alle indagini sociali e di marketing.

La crisi da Covid-19 ha pesato sulla salute di milioni di persone ed è stata un disastro per l’economia. C’è un aspetto che forse non è stato adeguatamente indagato. Come ha impattato sulla società, ovvero nel modo di lavorare, nelle interrelazioni sociali e, in particolare, nei rapporti interpersonali e familiari? 
Un italiano su tre ha sofferto e soffre di profonda solitudine coatta. Quasi un italiano su cinque ha la sensazione di avere perduto il suo futuro, mentre 3 italiani su 4 soffrono di una profonda incertezza. Inoltre un italiano su 4, il 27 per cento per l’esattezza, vive situazioni conflittuali nuove, legate in parte alla convivenza coatta e, in parte, al senso di abbandono. Questo ha finito per sdrucire il tessuto sociale dei nuclei familiari. Ci sono, però, anche fenomeni positivi: quattro italiani su dieci hanno aumentato le loro attività di solidarietà. Un quinto degli italiani si è trovato bene durante il lockdown: ha avuto più tempo per sé, ha messo a posto la casa, ha dedicato tempo ad altre attività che aveva trascurato. Certamente la società si è slabbrata. Ha subìto delle ferite che non si rimargineranno tanto facilmente. Naturalmente ad essere stati colpiti di più sono state le persone anziane, le donne, e ha visto aumentare la fatica di vivere al Nord dove l’impatto sanitario del Covid-19 in termini di vittime è stato più forte che altrove. Quindi il 2020 è stato un anno davvero terribile.

La crisi ha aumentato il divario Nord-Sud come conferma lo Svimez? Ha accentuato le diseguaglianze e le povertà tra le due macro aree del Paese? Cosa dicono in proposito le evidenze empiriche e i suoi “numeri? 
I “numeri” dicono che il Mezzogiorno si sta inabissando e da tempo: semmai la crisi Covid-19 è stata un’ulteriore causa di danno per un’economia già in affanno e in ritardo. Però a vedere bene gli effetti diretti della crisi sanitaria, possiamo dire che il Sud è stato per così dire risparmiato. Nel senso che ha avuto un minor numero di morti da Covid-19 in assoluto e in rapporto con la popolazione residente rispetto alle regioni settentrionali, le più colpite in assoluto: Lombardia, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna. Al Sud la società ha reagito meglio perché ha tradizioni di relazione tra le persone più forti e più calde rispetto a quanto non avviene al Nord. E questo fenomeno ha fatto da “paracadute”.

Nel descrivere gli effetti nel tempo della crisi sanitaria, è stato evidenziato che alcuni comportamenti sono mutati per forza maggiore; altri, invece, hanno subìto un’accelerazione: una quota sempre maggiore di lavoro si farà in modalità smart working: conferenze, riunioni, lezioni, formazione, ma anche conversazioni tra parenti potranno aver luogo tramite le piattaforme tecnologiche che vanno per la maggiore. Molti acquisti di beni e servizi saranno effettuati tramite e-commerce e con le applicazioni nei nostri device mobili. Sarà un bene o un male? 
Entrambi. Nel senso che la modernizzazione tecnologica degli italiani è dovuta innanzitutto all’utilizzo di Internet. Ci sono, però, anche aspetti negativi: il primo è che l’incontro virtuale non ha la stessa qualità e intensità dell’incontrarsi di presenza: mancano gli abbracci, le strette di mano, il contatto fisico. E questo è importantissimo in un Paese poi di cultura mediterranea come il nostro. Un secondo elemento negativo è il lavoro agile. Intendiamoci: può essere una grande opportunità, ma spesso è talmente pressante che finisce per renderti schiavo. Il terzo elemento, infine, è che vedere un volto tagliato a metà su una piattaforma digitale non è la stessa cosa di vederlo in carne ed ossa, e poi manca il linguaggio del corpo, che è il modo con cui le persone trasmettono le loro emozioni. E c’è davvero da questo punto di vista l’urgenza, una volta che sarà stato superato completamente e responsabilmente il problema sanitario, di tornare a vivere di presenza, anche con i contatti fisici. Questo non è possibile su Internet.

Nel Recovery Plan nazionale, che il Governo sta predisponendo, per poter utilizzare i fondi del programma Next Generation Ue sono state individuate una serie di priorità, tra le quali la sanità, la pubblica istruzione e l’inclusione sociale. Sono priorità che serviranno a farci crescere dal punto di vista socio-economico? 
Assolutamente sì se i soldi saranno spesi bene e oculatamente, non in una logica clientelare, guardando a una prospettiva di molti anni. Alle “voci” da lei ricordate manca un forte supporto alle donne che potrebbero avere finalmente delle opportunità per diminuire la loro fragilità sociale. Le donne, come ho già ricordato, sono state più penalizzate degli uomini, nel corso di questi drammatici mesi. Ad esse si deve pensare se si vuole aumentare la produttività che è stata negli ultimi due decenni sempre decrescente nel nostro Paese. E’ una risorsa preziosa che dobbiamo saper valorizzare.

L’emergenza Covid-19, con le sue gravi conseguenze socio-economiche, ha colpito in modo particolare la popolazione anziana, ormai la maggioranza del Paese, che è uno tra i più vecchi al mondo. Il Governo dovrebbe promuovere una politica demografica, deve incentivare le coppie a fare più figli e quindi a ringiovanire l’Italia? 
Abbiamo bisogno di tre cose. La prima è dare sostegno economico e già in parte siamo su una strada buona sebbene con grave ritardo, alle coppie che vogliono avere dei figli: questo significa finanziamenti, asili nido, contributi specie per le fasce più deboli. Secondo punto: occorre che chiunque stia governando e governerà il nostro Paese dia, nei limiti del possibile, sicurezze di lungo periodo: molte giovani coppie non fanno figli perché vedono il loro futuro e quello del loro Paese drammaticamente incerto. Per potere pianificare un figlio, che è un investimento di lunghissimo periodo, ci vuole un minimo di certezze e quindi una conduzione ferma, semplice e coerente della cosa pubblica. 
La terza cosa, e sembra un paradosso, è: valorizzare gli anziani. Perché gli anziani non sono un “vuoto a perdere”, non sono tutti colpiti da Alzheimer e fisicamente decadenti, ma il ruolo svolto all’interno delle famiglie per aiutare innanzitutto le figlie e le nuore, è uno degli strumenti più importanti soprattutto nella prospettiva di favorire la natalità.

Cosa ci aspetta nel 2021? 
Sarà certamente migliore del 2020. Questo è facile da prevedere. Abbiamo la speranza di un’efficacia di massa dei vaccini o almeno di alcuni di essi, che possano consentire una ripresa progressiva delle attività economiche. Una grande prudenza e responsabilità collettiva sono indispensabili proprio per garantire questo obiettivo, e poi c’è una caratteristica del nostro popolo che ha attraversato mille difficoltà: una grande resilienza, come oggi usa dirsi, ovvero la capacità di resistere agli urti, alle ferite e alle minacce. Non sottovaluterei la tendenza del nostro popolo a riprendere fiducia quando fino a un momento prima si pensava che niente sarebbe potuto migliorare.

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