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La spesa assistenziale? Una voragine da 105 miliardi. Così il welfare rischia il collasso

Secondo il 7° Rapporto redatto dal Centro studi Itinerari previdenziali, per pensioni, assistenza e sanità lo Stato spende ogni anno 462,1 miliardi, con un’incidenza del 30 per cento sul Pil, uno dei valori più alti nell’Unione europea. Come rimediare? Istituendo un casellario centrale e contrastando sia l'evasione fiscale che quella contributiva


12/02/2020

di Giambattista Pepi


Alberto Brambilla

La spesa pensionistica è sotto controllo: nel 2018 ha raggiunto i 225,5 miliardi (220,8 nel 2017), mentre le attività assistenziali a carico della fiscalità generale sono una voragine che costa 105,6 miliardi di euro con un tasso di crescita annuo dal 2008 del 4,3%. E mentre l’occupazione aumenta, i pensionati diminuiscono. Il rapporto attivi-pensionati si ferma infatti a 1,4505, a un soffio dall’obiettivo dell’1,5: in altre parole, per ogni pensionato c’è un lavoratore e mezzo. La spesa per prestazioni sociali (pensioni, assistenza e sanità) intercetta il 54,14% della spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito, con un’incidenza sul Pil prossima al 30%, uno dei valori più alti nell’Europa a 27. 
Di fatto il generoso welfare tricolore tocca i 462,1 miliardi e in pratica assorbe tutti i contributi sociali e di scopo nonché il gettito di Irpef, Ires, Irap e quasi tutta l’Isos. Va da sé che restano risorse residue da destinare a crescita e sviluppo del Paese. Cosa serve allora? Un accorto monitoraggio della spesa assistenziale, anche attraverso l’istituzione di un casellario centrale e il contrasto all’evasione fiscale e contributiva. 
Sono queste, ridotte all’osso, le principali evidenze del Settimo Rapporto sul bilancio del sistema previdenziale redatto dal Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali diretto dal professor Alberto Brambilla. 
Se, dunque, la spesa pensionistica non preoccupa, è ancora una volta quella per l’assistenza, come abbiamo ricordato, a confermarsi il tallone d’Achille del nostro sistema di protezione sociale. Nel 2018, l’insieme delle sole prestazioni assistenziali (per invalidi civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali e pensioni di guerra) interamente a carico della fiscalità generale ha riguardato 4.121.039 persone, 38.163 in più rispetto al 2018, per un costo complessivo di 22,3 miliardi, in costante aumento nel corso degli ultimi 8 anni. E benché le altre prestazioni assistenziali (integrazioni al minimo, maggiorazioni sociali e importo aggiuntivo) si riducano, con la sola eccezione della quattordicesima mensilità, i beneficiari di prestazioni totalmente o parzialmente assistite sono 7.889.693, vale a dire il 49,3% dei pensionati totali. 
“Fa oggettivamente riflettere che un Paese appartenente al G7 come l’Italia abbia quasi il 50% di pensionati totalmente o parzialmente assistiti (soggetti che in 66 anni di vita non sono riusciti a versare neppure 15-17 anni di contributi regolari) - ha commentato Alberto Brambilla - perché questa situazione non sembra corrispondere alle effettive condizioni economiche italiane, tanto più che, a differenza delle pensioni finanziate da imposte e contributi, queste prestazioni gravano per 33,4 miliardi sulla fiscalità generale e non sono neppure soggette ad imposizione fiscale. 
Il nocciolo del problema è che, mentre le prestazioni previdenziali sono state ridotte a mezzo di stringenti riforme che hanno comunque colto l’obiettivo di stabilizzare la spesa, quelle assistenziali continuano ad aumentare sia per le continue “promesse” politiche sia per l’inefficienza della macchina organizzativa, priva di un’anagrafe centralizzata e di un adeguato sistema di controlli”.


Fonte: Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali

Sono tre in particolare i temi che danno l’idea dell’incidenza del welfare sulla vita economica del Paese: quello sul Pil, che supera il 26%; quello sul totale delle entrate contributive e fiscali, arrivato al 56,62%, e quello sulla spesa totale, che si attesta al 54,14%. In buona sostanza, al welfare è destinato un quarto di quanto si produce o più della metà sia di quanto si incassa. 
Dati che, secondo Brambilla, vale la pena rimarcare per almeno due ordini di ragioni: “Innanzitutto perché, trascinata soprattutto dalla spesa per assistenza, la spesa sociale continua a crescere ad un ritmo che tuttavia sarà difficilmente sostenibile negli anni a venire. E, in secondo luogo, perché si tratta comunque di un valore che ci consente di sfatare uno dei tanti luoghi comuni sull’Italia, quello secondo cui il nostro Paese spenderebbe poco per il welfare”. 
Altro punto critico da rimarcare è quello del finanziamento di questo sistema di welfare, tanto generoso quanto vulnerabile: per la spesa per previdenza, sanità e assistenza nel 2018 sono stati necessari 462,114 miliardi, vale a dire che si è dovuto attingere a tutti i contributi sociali e di scopo quando previsti, a tutta l’Irpef (finanziata peraltro in parte dagli stessi pensionati), tutta l’Ires, tutta l’Irap e quasi tutta l’Isos. “Quindi, per finanziare il resto della spesa pubblica (istruzione, giustizia, infrastrutture, eccetera), non rimangono che le residue imposte indirette, le altre entrate e, soprattutto, non resta che fare nuovo debito”. 
Pur ribadendo quindi la necessità di una separazione tra previdenza e assistenza e rivelando proprio in quest’ultima le maggiori criticità, lo stesso Rapporto - nel delineare le prospettive future del sistema previdenziale - rileva qualche possibile ombra, dovuta in particolar modo alle modifiche introdotte dal decreto legge 4/2019 (tra cui anche il pensionamento anticipato con Quota 100). 
“Malgrado un incremento del tasso di occupazione complessivo, sicuramente Quota 100 porterà a un incremento delle pensioni in pagamento e quindi all’interruzione di un trend di miglioramento del rapporto attivi-pensionati che durava orma da diversi anni. Se, come auspicabile - ha aggiunto Brambilla - non ci saranno però altre agevolazioni o forme di anticipo la riduzione delle pensioni dovrebbe proseguire anche nel prossimo decennio, grazie ai due stabilizzatori automatici della spesa (adeguamento alla speranza di vita dell’età pensionabile e dei coefficienti di trasformazione) e alla progressiva cancellazione delle prestazioni di lungo corso che, con decorrenza superiore ai 38 anni, erano addirittura 653mila al 31 dicembre 2018”. 
Secondo il Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali questo, tuttavia, non significa che non sia ancora necessario mettere mano al sistema il quale, anzi, avrebbe bisogno di una revisione strutturale e più coraggiosa, dopo anni di salvaguardie e provvedimenti a tempo che hanno tutelato ora questa, ora quella categoria di lavoratori, senza garantire stabilità ed equità. Muovendo dunque dal presupposto che Quota 100 è stata una risposta incompleta e costosa a un problema reale, Brambilla individua dunque tre principali criticità sulle quali intervenire con altrettanti strumenti di semplificazione del sistema: anzitutto la totale equiparazione delle regole e delle tutele (integrazione al minimo) per i giovani contributivi che hanno iniziato a lavorare dall’1° gennaio 1996 e l’istituzione di un “fondo pensione” per i contributivi, alimentato da subito con 500 milioni l’anno proprio per finanziare le tutele che oggi i cosiddetti contributivi puri non hanno a disposizione, a partire dal 2036. Secondo: il blocco dell’adeguamento alla speranza di vita del requisito di anzianità contributiva richiesto per la pensione anticipata, con ulteriori sconti per precoci e lavoratrici madri. Terzo, l’utilizzo dei fondi esubero per lavoratori con problemi e la reintroduzione delle forme di flessibilità già previste dalla riforma Dini-Treu, consentendo quindi il pensionamento con 64 anni di età e 37-38 di contributi. 
“Un buon compromesso - secondo Brambilla - tra l’esigenza di flessibilizzare il nostro sistema pensionistico e di garantirne al contempo la sostenibilità di lungo termine”. 

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