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La stagione riformatrice di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni

L’economista Marco Leonardi analizza a posteriori il Jobs Act e le modifiche della Fornero di cui fu l’artefice. Due leggi importanti, ma che non si seppero spiegare ai cittadini. E adesso il nuovo Governo, sbagliando…


12/11/2018

di Giambattista Pepi


Tre anni e mezzo vissuti a Palazzo Chigi, con i Governi guidati da Matteo Renzi prima (dal settembre 2014 fino a tutto il 2016) e da Paolo Gentiloni poi (dagli ultimi giorni del 2017 alla fine di maggio 2018) come consigliere economico della Presidenza del Consiglio. È questa l’esperienza che Marco Leonardi racconta ne Le riforme dimezzate (Università Bocconi Editore, pagg. 144, euro 15,50). Un’esperienza che lui definisce “straordinaria” e che racconta a partire dai temi di cui si è occupato principalmente: lavoro e pensioni. 
L’autore (professore ordinario di Economia politica all’Università Statale di Milano) offre il suo punto di vista sui processi che hanno portato all’elaborazione delle leggi, riflettendo sul perché si sono fatte alcune scelte e non altre, e, soprattutto, sul perché le grandi riforme strutturali che si sono fatte in quegli anni, tenendo il timone sempre fermo sulla rotta della stabilità e della crescita, non siano infine riuscite a cambiare la percezione degli elettori. Il tutto non mancando di discutere delle cause dei mancati successi dei “suoi” governi, soprattutto sul fronte della crescita, dei giovani, del Sud e dell’immigrazione. Filo conduttore della narrazione è l’evoluzione dei rapporti tra il governo e i sindacati negli anni che hanno segnato la stagione delle riforme. Economia Italiana.it lo ha intervistato.

Perché ha intitolato il libro le riforme dimezzate? 
Dimezzate perché questo governo le sta progressivamente smontando, ma senza sostituirle con un disegno veramente alternativo. Col decreto Dignità hanno smontato un pezzo di Jobs Act ma manca una visione diversa del mercato del lavoro, anzi hanno il nuovo governo ha ottenuto un boomerang per cui in realtà ci saranno meno occupati. Sulle pensioni e sul reddito di cittadinanza non hanno fatto ancora niente e in realtà è possibile che tutto si risolva in misure temporanee perché insostenibili nei costi e quindi puramente elettorali. Quindi riforme dimezzate ma non sostituite.

Ma allora si va avanti o si torna indietro? 
La riforma del mercato del lavoro puntava ad un superamento del dualismo tra insider (con un posto di lavoro intoccabile a tempo indeterminato) e outsider (i giovani con i contratti a termine) e un’affermazione del contratto a tempo indeterminato accompagnato da politiche attive che potessero permettere la riqualificazione dei lavoratori se si trovano a passare da un posto di lavoro ad un altro. La nostra riforma conteneva certo una contraddizione: il decreto Poletti che liberalizzava il contratto a tempo determinato ed il contratto a tutele crescenti che, contemporaneamente, voleva affermare il contratto a tempo indeterminato. Ma bisogna puntare a correggere le contraddizioni, non a cancellare un disegno complessivo con il solo risultato di tornare indietro ad un mondo che non c’è più. Da certe scelte non si può tornare indietro: l’abolizione dell’articolo 18 ormai non è più messa in dubbio da nessuno come la necessità di sostituire le politiche passive con un mix di politiche passive e attive. Bisogna trovare il coraggio per portare a termine, migliorandole, le linee di riforma già impostate. Invece il governo di oggi vuole tornare indietro su cose su cui spesso è impossibile tornare indietro: promettere un reddito a tutti ed una cassa integrazione a tutti è una promessa vana quanto pericolosa.

E sul sistema previdenziale? 
Il sistema previdenziale è un altro esempio di una riforma che noi abbiamo affrontato cercando di smontare la riforma Fornero ad iniziare dai più deboli: i disoccupati, gli invalidi, i lavoratori gravosi e chi assiste parenti disabili che oggi possono andare in pensione fino a quattro anni prima degli altri. Questo tipo di riforma al margine è stato reso necessario dall’esigenza di mantenere i conti pubblici in ordine ma comunque ha prodotto l’effetto che una persona su cinque può uscire oggi dal lavoro senza i requisiti Fornero. Ora si preferisce illudere gli italiani che sia possibile andare tutti in pensione a 62 anni con 38 anni di contributi.

Il volume propone tre resoconti intrecciati, ma ben riconoscibili, di questa esperienza nei palazzi del potere: un resoconto fattuale, uno personale-professionale e uno politico. Di questi tre punti di vista quali sono le evidenze legislative, politiche e personali? 
Io ho avuto un ruolo tecnico, ma a tratti anche molto politico, tant’è vero che sono intervenuto diverse volte anche sui giornali. Perché chi mette mano tecnicamente alla riforma del lavoro o delle pensioni o del reddito di inclusione ovviamente non può non avere anche un riflesso politico rilevante. Ovviamente non sono io che prendevo le decisioni ultime ma chi disegna o collabora a disegnare l’impianto complessivo delle riforme ha comunque alla fine un’influenza notevole su tutto il processo.

Perché lei teme che la permanenza dell’Italia nell’Unione è a rischio nel lungo periodo? 
E’ a rischio se l’Italia continua ad avere -come da vent’anni a questa parte - un tasso di crescita sostanzialmente inferiore agli altri Stati membri dell’UE. Da questo punto di vista il governo sembra volutamente voler accelerare un processo di separazione dall’Europa professando una chiara avversione alle regole ed alle istituzioni europee, nonché ai mercati finanziari. E’ il modo migliore per non voler risolvere i problemi ma per precipitare la situazione verso un punto di non ritorno. Una spiegazione alternativa è che questo governo è completamente incapace e pur volendo rimanere nell’area euro inavvertitamente sta danneggiando l’Italia oltre il punto di non ritorno. In entrambi i casi il risultato sarebbe devastante per un’economia già fiaccata da vent’anni di stagnazione dei salari.

Nell’ultima parte del volume lei avanza una proposta: un robusto piano di spesa pubblica destinato a finanziare la riforma di amministrazione, scuola, università in modo da aumentare il potenziale di crescita futura; un piano che potrebbe anche essere parzialmente finanziato con più debito pubblico. Non mi sembra molto distante da ciò che il governo di Lega e M5S vogliono fare. Quale sarebbe allora la differenza? 
La differenza è sostanziale. Io propongo una manovra fatta eventualmente in deficit, ma con il concorso fondamentale delle istituzioni europee a cui si chiede esplicitamente un controllo sulla spesa (che deve essere esclusivamente destinata a riforme strutturali e investimenti) e un contributo politico (un bilancio della sola area euro) per far sì che l’Italia possa rimettersi sul sentiero di crescita parallelo a quello dei suoi vicini di casa. Quel che propone questo governo è esattamente il contrario: al di là del fatto che vogliono spendere più soldi (come del resto ogni governo vorrebbe). li vogliono spendere in reddito di cittadinanza e pensioni che certamente non sono spesa produttiva e non aumentano il Pil potenziale e inoltre lo vogliono fare contro l’Europa. Una ricetta sicura per il disastro: non aumenteranno il Pil potenziale e contemporaneamente saranno isolati e, forse, un giorno esclusi anche dall’Europa.

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