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La strana scomparsa di un "portavalori" e Rocco Schiavone si mette a indagare

Torna in scena il ruvido personaggio uscito dalla penna di Antonio Manzini. Apprezzamenti anche per Alessio Piras e per l’esordiente Emma Flint


04/03/2019

di Mauro Castelli


Una scrittura che cattura e intriga, che sa farsi leggere che è un piacere, quella di Antonio Manzini. Capace di trattare tematiche di un certo peso all’insegna della leggerezza e del sorriso. Di lui ne abbiamo già parlato in diverse occasione e, certamente, ne continueremo a parlare, in quanto la sua è una penna da primo della classe. Capace di raccontare storie che vanno oltre il poliziesco duro e puro, inducendo il lettore alla riflessione sui variegati aspetti che fanno parte della nostra vita: siano essi psicologici che sociali e morali. Sempre puntando su quel garbo, per certi versi unico, che via via lo ha caratterizzato.   
Per la cronaca - repetita iuvant - Manzini è nato a Roma il 7 agosto 1964, città dove ha frequentato il liceo classico e si è iscritto a Giurisprudenza, per poi fermarsi “all’esame di Diritto privato in quanto era arrivata la chiamata dall’Accademia”. Sì, perché questo futuro scrittore, strada facendo, non si è fatto mancare nulla. Ad esempio suonando in gioventù la batteria in un gruppo musicale che aveva come obiettivo Londra (“Ora mi limito a suonarne una muta, in quanto il rumore dei tamburi e dei piatti non trova estimatori fra le mura di casa”), ma anche dandosi da fare come attore (ad esempio - in una delle sue tante partecipazioni - ha lavorato, nel ruolo dell’ispettore Tucci, in Linda e il brigadiere), come regista di alcuni film e cortometraggi e come sceneggiatore (Il siero della vanità di Alex Infascelli e Come Dio comanda di Gabriele Salvatores). Sin quando, dopo 25 anni, avrebbe deciso di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa. Complice la tranquillità trovata nelle campagne fra la Capitale e Viterbo, dove vive con la moglie Toni Tommasi e quattro cani.
Che altro? Un uomo caratterialmente difficile (“Un po’ orso, per niente ottimista, certamente ironico”), interessato agli approfondimenti (“Non mi piace viaggiare sulla superficie delle cose”); una penna senza hobby, fatta eccezione per una certa passione per gli sci. Lui che aveva iniziato a scrivere testi per il teatro, peraltro rimasti in un cassetto, per poi esordire nella narrativa con un racconto scritto a quattro mani con Niccolò Ammaniti per l’antologia Crimini. Successivamente, e arriviamo così al 2005, eccolo proporsi da solista con Sangue marcio: “A spingermi in questa direzione fu l’editore Fazi, dopo aver letto un monologo senza nome che avevo scritto su un serial killer”. Salvo poi concedere il bis due anni dopo con La giostra dei criceti (Einaudi Stile libero).
A seguire, una volta arrivato in Sellerio, avrebbe partorito la figura di Rocco Schiavone, il riuscito vicequestore tornato lo scorso autunno sul piccolo schermo con una nuova serie di sei puntate da cento minuti ciascuna interpretate da Marco Giallini, Isabella Ragonese, Italo D’Argenio e alla cui sceneggiatura ha contributo lo stesso Manzini.
Ma perché piace tanto Rocco Schiavone? Perché si propone come un personaggio fuori dalle righe, che non disegna una canna nonostante il suo ruolo, che viaggia di letto in letto in cerca di un affetto che raramente sembra premiarlo, che pur proponendosi cinico non resta indifferente all’altrui dolore.
Di fatto un poliziotto - burbero quanto indisciplinato, scorbutico quanto maleducato, spigoloso quanto intuitivo, spregiudicato quanto assetato di giustizia - che Manzini si era inventato nel 2013 quando aveva dato alle stampe Pista Nera, per poi riproporlo ne La costola di Adamo, Non è stagione, Era di maggio, Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, 7-7-2007, Fate il vostro gioco e ora in Rien de va plus (Sellerio, pagg. 319, euro 14,00).
Una storia che si riallaccia al precedente romanzo, Fate il vostro gioco, ovvero con le indagini sull’omicidio di Romano Favre, il pensionato del casinò di Saint-Vincent, che ha visto l’assassino finire in gabbia, ma senza che il movente sia stato chiarito. E, come il lettore saprà, Schiavone non è uno di quelli che si accontenta di mezze verità. Intanto, una storia tira l’altra, Enzo Baiocchi, l’assassino di Adele, vecchia amica di Rocco, ha chiesto di incontrare il giudice Baldi per sbandierargli qualcosa di inconfessabile che riguarda proprio Schiavone.
Nel frattempo il nostro vicequestore si trova fra le mani una strana rapina. Nel senso che è scomparso nel nulla un furgone portavalori che doveva consegnare alla banca di Aosta l’incasso (tre milioni di euro) del casinò di Saint Vincent. A raccontare cosa è successo sono le dichiarazioni dell’autista del mezzo, ritrovato stordito e semiassiderato in Valsavarenche. Ma questa strana rapina non convince del tutto Schiavone, che sente puzza di bruciato. Nel senso che l’istinto lo induce a ritenere che fra questo caso e la morte del ragionier Favre ci possa essere un collegamento. In fondo quell’omicidio era ancora in attesa di un… mandante.
Sta di fatto che, contro il parere dei capi della questura e della procura che vorrebbero libero il campo per un’inchiesta più altisonante, Schiavone si mette in pista in cerca di indizi che portino verso una verità che, come al solito nella sua esperienza, pone interrogativi esistenziali pesanti. “Il suo metodo è infatti molto oltre l’ortodossia di un funzionario ben pettinato, e la sua vita è piena di complicazioni e contraddizioni. Ad esempio, forse per un represso desiderio di paternità, il rapporto con il giovane Gabriele, il suo solitario vicino di casa, è sempre più vincolante. Lupa, la cucciolona, si è installata stabilmente nella sua giornata. Ma le ombre del passato si addensano sempre più minacciose”. Con la netta sensazione di essere sotto la lente dei servizi…
“Sembra che in questo romanzo molti nodi vengano al pettine”, segreti e misteri che hanno contrassegnato la presenza di Schiavone ad Aosta. Un luogo dove si sente come un pesce fuor d'acqua, quasi un prigioniero: la città non lo ama e lui, alle prese con vicende personali e di gruppo che lasciano il segno, a sua volta la ricambia con identica moneta.
Il giudizio? Un altro gradevole affresco della provincia italiana tratteggiato attraverso il quotidiano di una questura di Montagna. Quella di Aosta, appunto, dove Rocco Schiavone era stato trasferito per punizione nel corso della sua prima uscita narrativa. In quanto “aveva massacrato di botte un altolocato violentatore seriale di ragazzine e per questo doveva pagare. Ma essendo un bravo poliziotto non meritava di essere cacciato. Così...”. Ma anche un lavoro, Rien ne va plus, che conferma il passo avanti di Manzini nel raccontare, intrecciando storie vecchie e nuove. Ma anche nel regalare un ulteriore tocco di personalità al suo personaggio che, a prima vista menefreghista e fuori dalle righe, si porta invece al seguito sofferenza e richiesta di affetto.

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Che dire, poi, del genovese Alessio Piras, dottore di ricerca in Discipline umanistiche presso l’Università di Pisa? Che, al suo terzo approdo sugli scaffali con Un biglietto per il naufragio. Pagani e Marino tra Genova e Barcellona (Fratelli Frilli, pagg. 202, euro 14,90), ultimo capitolo della Trilogia del Mediterraneo, ha registrato diversi margini di miglioramento. Affinando il linguaggio, regalando maggiore incisività all’azione, caratterizzando ulteriormente i suoi due protagonisti. Ovvero, come da sottotitolo, il commissario Andrea Pagani e il professor Lorenzo Marino. 
Ma anche perfezionando la descrizione, le atmosfere e i luoghi di due città che, per diverse ragioni, conosce bene: Genova, dove è nato 1983 e dove è anche cresciuto, e Barcellona, dove attualmente vive con la moglie Laura (“Una compagna di viaggio di inestimabile valore”) e dove si dà da fare nel campo dell’import-export. Proponendosi anche come ricercatore indipendente e collaboratore con il Grupo de Estudios del Exilio Literario de l’Universitat Autònoma della città catalana. Ferma restando, tanto per completare il quadro, l’incisività delle argomentazioni trattate (criminalità organizzata e tratta di essere umani), frutto di un attento lavoro di documentazione. 
Di fatto una penna che graffia quella di Piras, pronto a chiedere scusa al lettore per alcune scene drammaticamente crude e violente (“Anche per me è stato doloroso scriverle, ma era doveroso proporle in quanto viviamo in un’epoca in cui, a volte, si pensa alla prostituzione con romanticismo e si guarda ai tempi delle case chiuse con nostalgia. Da qui l’intenzione di infondere quanto meno un dubbio a chi deciderà di leggermi”). Per non parlare di quando l’autore affonda il bisturi nel sociale facendo riferimento all’alluvione del 9 ottobre 2014, che causò un morto e ingenti danni nei quartieri che costeggiano il torrente Bisagno della sua città natale.    
Ma torniamo alla nostra storia, nella quale Piras torna a giocare a rimpiattino con alcune sue esperienze di vita. Non a caso il professor Marino lo abbiamo imparato a conoscere, sin dalla prima storia, come un ancor giovane ricercatore che, dopo aver insegnato per diversi anni fra Londra e Barcellona, rientra a Genova per rimpiazzare un collega che ha lasciato la cattedra di Filosofia e lo ha proposto come suo sostituto. Diverso invece è il profilo del commissario Pagani, un pezzo d’uomo alto un metro e novanta, magro come un chiodo e scorbutico quanto basta, ma sempre intenzionato a portare a galla verità scomode. 
Detto questo, spazio alla trama che si raffronta con due casi: il cadavere di un marsigliese trovato nel greto del torrente Bisagno il giorno dopo l’alluvione che ha colpito Genova e una donna scomparsa a Barcellona. Cosa unisce questi due fatti di nera e, inevitabilmente, le due città? Per saperlo bisogna seguire le peripezie dei protagonisti, Pagani e Marino appunto, che si snodano in questi due grandi porti del Mediterraneo in un susseguirsi di incontri con papponi, trafficanti di esseri umani e criminali dal cuore nobile. 
In effetti, mentre “il commissario Pagani indaga sulla morte del marsigliese, il professor Marino nostalgicamente s’imbarca, insieme all’ispettore Pittaluga (al quale dovrà fare da interprete), alla volta della città catalana per un’inchiesta parallela che metterà di fronte i protagonisti alla condizione di eterno naufragio in cui vive l’essere umano. Una deriva che non è solo spirituale, ma troppo spesso assume i colori drammatici della tratta di esseri umani, in particolare donne che vengono obbligate alla prostituzione”. 
Volendo approfondire vieppiù il canovaccio, vale la pena ricordare che Marino risulta portatore della storia dell’amore contrastato di un suo amico, il marinaio Riccardo Mignanego, la cui ragazza, Raisa, dopo anni passati a scappare dai fratelli che la volevano vendere a un trafficante d’esseri umani, è stata rapita e di lei si sono perse le tracce. Curiosamente sarà l’entourage familiare della ragazza a chiedere allo stesso Riccardo un aiuto per ritrovarla e lui, consapevole del rischio che sta correndo, deciderà di muoversi diversamente. In altre parole affidando la “pratica” all’amico Marino e al commissario Pagani.

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Dulcis un fundo una debuttante capace, come ha tenuto a sottolineare quel geniaccio di Jeffery Deaver, di “far volare le pagine e far battere il cuore” al lettore. Stiamo parlando di Emma Flint, nata nel 1974 a Newcastle upon Tyne, nel Nord-Est dell’Inghilterra, autrice di un thriller conteso da ben nove agenti letterari inglesi decisi a rappresentarne i diritti. E a ragione, in quanto questo romanzo - Tutta la verità su Ruth Malone (Piemme, pagg. 330, euro 18,50, traduzione di Velia Februari) - si è ben presto guadagnato i galloni di bestseller internazionale, con il plauso sia dalla parte dei critici che dei lettori. 
Per ammissione della stessa autrice, si tratta di un’opera di finzione, anche se ispirato a un caso di cronaca nera che sconvolse l’America nel 1965. Protagonista Ruth Malone, troppo bella e troppo libera per essere una buona madre. O almeno così la pensavano un po’ tutti quando, una brutta mattina di luglio, i suoi figli sparirono nel nulla. In altre parole ci troviamo di fronte a una storia di pregiudizi e cattiverie che indurranno a profondi motivi di riflessione. E che, tradotta su carta, porta a esplorare le sacche di bene e di male che si annidano in ognuno di noi, giocando carte importanti sui temi dell’amore, della moralità e dell’ossessione. 
Emma Flint, si diceva, che ha studiato inglese e storia presso la prestigiosa St. Andrews e ha partecipato ai corsi di scrittura creativa della Faber Academy di Londra. Lei cresciuta con il pallino della cronaca nera (“Ero affascinata dai fatti realmente accaduti, di cui conservo un ricordo quasi enciclopedico”), oltre a divorare le storie contenute in Murder Casebook, rivista alla quale si era abbonata a soli sedici anni. Lei che curiosamente ringrazia i suoi “terribili datori di lavoro, coloro che hanno trasformato le sue giornate lavorative in un incubo così da spingerla “a cercare rifugio, ogni sera e ogni fine settimana, nel mondo di Ruth”. Ovvero della sua protagonista. 
E per quanto riguarda la trama? Tutto inizia in una calda mattina d’estate a New York, quando Ruth Malone si sveglia, trova una finestra della camera da letto spalancata e scopre che i suoi due bambini sono scomparsi. Ma chi è Ruth Malone? Una giovane donna divorziata, una specie di Marylin che non passa certo inosservata: capelli cotonati rosso fuoco, pantaloni Capri, sigaretta tra le labbra. Non bastasse le piace bere, uscire, frequentare uomini diversi, specie ora che ha dato il benservito al marito Frank, con il quale è in guerra per la custodia dei bambini. Ovvero Cindy e Frank Jr., “i suoi piccoli tesori, i capelli che pettina ogni mattina e le bocche che sfama ogni giorno, stando attenta che mangino abbastanza verdura”. 
Ma ora i bambini sono spariti e la polizia si mette a indagare su di lei, rendendosi conto che troppe cose non quadrano: le bottiglie di bourbon vuote, i bigliettini d’amore di troppi uomini in una valigetta sotto il letto, il suo trucco vistoso. Così eccola servita su un piatto d’argento la colpevole, con la gente pronta a spettegolare su di lei e a metterla alla berlina.
D’altra parte non ci vuole molto a Ruth, troppo bella per essere amata, per rendersi conto di essere finita nello scranno dell’accusata. In altre parole a capire che la verità degli altri - senza prove a suffragarla, in quanto si tratta solo illazioni - le “si sta chiudendo sopra come il coperchio di una bara”. Fortuna vuole che Pete Wonicke, un giornalista in cerca di storie, cerchi di guardare oltre le apparenze. Peraltro “innamorandosi di questa donna sbagliata”, che potrebbe pagare la propria imperfezione in un modo terribile. 
In sintesi: un thriller serrato, che non lascia nulla al caso e che si offre al lettore anche come “un romanzo magnifico e sorprendente”. A fronte di una protagonista così ben tratteggiata che ai più sembrerà di averla conosciuta davvero. Soffrendo con lei e sperando in un capovolgimento di prospettiva. Che cioè non sia lei il mostro dipinto dai vicini, quando invece…

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