Share |

La stupidità in amore è una cosa seria: parola di Elda Lanza

Con la freschezza narrativa di una ragazzina la novantaduenne scrittrice, giornalista ed esperta di comunicazione, nonché prima presentatrice della televisione italiana, si addentra con penna leggera fra tradimenti e illusioni


29/01/2018

di Catone Assori


A vederla sul piccolo schermo impartire lezioni di bon ton con piglio sbarazzino e un garbo invidiabile fa davvero invidia. Nel senso che a 92 anni suonati (è infatti nata a Milano il 5 ottobre 1924) non è da tutti una simile lucidità e una simile accattivante prontezza di spirito. Qualità che sa peraltro riversare, peraltro amplificandole, nella scrittura. Di chi stiamo parlando è presto detto: di Elda Lanza, che avrebbe dovuto chiamarsi Hildegarde come la bisnonna austriaca se non fosse stato per le leggi fasciste che non accettavano nomi stranieri. 
Una donna peraltro dal ricco vissuto. Ad esempio nei tempi andati era stata protagonista della militanza femminista (“Non andavo in piazza, ma nelle fabbriche. Stupendomi della mia abissale distanza con quelle donne, che ritenevano normale che gli uomini guadagnassero più di loro”), ma anche una poliedrica figura che con la politica aveva avuto rapporti amichevoli, tanto da candidarsi, nell’ambito della corsa per la poltrona a sindaco di Milano, nelle fila del Partito Socialista con Carlo Tognoli, per il quale si dava da fare nell’ufficio stampa (“Ma gli oltre duemila voti non furono sufficienti per farmi entrare in aula”). 
Lei portatrice di una vita segnata dalle luci della ribalta, in quanto figlia della migliore borghesia milanese: “Mio padre suonava, dipingeva, viaggiava e parlava quattro lingue; mia madre, di mezza nobiltà siciliana, era invece un’aristocratica repressa, intelligente ma non colta per estrazione, che teneva molto alle regole”. Lei che ha frequentato collegi al top come quello delle Dames des Anglais di Ginevra o il Reale Collegio delle Fanciulle di Milano, per poi iscriversi come esterna a Filosofia presso l’Università Cattolica del capoluogo lombardo, sino ad approdare alla facoltà di Sociologia della Sorbona di Parigi, allieva addirittura di Jean-Paul Sartre. Il quale, fra una lezione e l’altra, le aveva insegnato a fumare, oltre a consentirle di frequentare la sua compagna Simone de Beauvoir, “pronta a riempire la testa di chiunque con nuove idee”. Lei che ha avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri importanti, complice suo nonno Alfeno Varos, “tanto è vero che imparai a leggere, a tre anni e mezzo, sulla Divina Commedia”. E ancora oggi i classici la attirano. 
E ancora: lei giornalista, esperta di comunicazione, docente di Storia del costume e, ci mancherebbe, scrittrice di un certo peso. Una penna già amata dai lettori per le sue divagazioni sul galateo, oltre che per i romanzi gialli imbastiti sulla figura di Max Giraldi, un avvocato bello, affascinante, colto, capace di amare e di soffrire. Un personaggio che rappresenta “la mia vendetta contro il genere maschile. Nel senso che non esiste su piazza un tipo come lui. E che peraltro sta per tornare in pista…”. Lei che era stata scelta come primo volto, insieme a quello di Fulvia Colombo, della televisione italiana: “Venni assunta dopo 14 provini, anche se non ero una bellezza. In compenso ero spigliata e sapevo parlare. La qual cosa mi avrebbe portato a presentare Per lei signora con la regia di Franco Enriquez. Affrontando variegati temi, come quelli della moda, della cucina, della politica e anche del teatro, in abbinata ad attori che sarebbero diventati famosi”. 
Lei che ora torna sugli scaffali con una raccolta di garbate storie unite da un unico filo conduttore, Uomini. La stupidità in amore è una cosa seria (Salani, pagg. 138, euro 14,90), un accattivante lavoro da leggere in una serata. Lasciandoci cullare dalle sue divagazioni su uomini che, pur esistendo (soltanto uno dei dodici messi sul piedistallo è frutto dell’invenzione), “non sono loro”, in quanto abbracciati dalla fantasia narrativa. E per questo chiede anticipatamente scusa a coloro che credono di essersi riconosciuti nei suoi graffianti ritratti. Tanto più che ogni uomo “ha un’idea tanto stramba di se stesso, pronto a ritenersi unico”. In ogni caso questa è la mia vita, ma non sono io, come da esergo tratto dal romanzo Eccomi di Jonathan Safrean Foert. Non è lei, si diceva, ma potrebbe esserlo. Anzi, fra le righe c’è da ritenere che ci sia molto della sua vita. Tanto da precisare a bocce ferme: “L’infelicità si impara da bambini. È successo anche a me. In effetti quando papà decise di lasciare mia mamma, in realtà lasciò anche me”. 
Di fatto questo libro, “aspro e amaro, coraggioso e sincero, ruvido e al tempo stesso avvolgente”, nonché giocato sull’ironia, racconta il cammino sentimentale della sua protagonista, una bambina che impariamo a conoscere tre anni e mezzo quando il padre lascia la famiglia perché innamorato della sorella di sua moglie. Ed è con questo primo crudele tradimento (“Una bambina infelice non sarà mai una donna felice”) che inizia il cammino sentimentale della protagonista di Uomini. “Un cammino che diventa, grazie ai personaggi, alle vicende, agli scenari che racconta, un irresistibile romanzo d’amore. Uomini di talento, di successo, famosi, potenti, ammirati. Per quanto diversissimi, petali della stessa margherita nel gioco del m'ama, non m'ama, una corolla al centro della quale c’è la protagonista, una donna che non riesce a farsi amare davvero, mai abbastanza ferita da arrendersi alle proprie illusioni. Che si racconta con sfacciata ironia, sapendo di aver perduto tutte le battaglie: tranne l’ultima, con se stessa”. 
Che altro? Un libro che, se vogliamo, sia riallaccia al confessionale delle donne abusate del mondo del cinema. “Ma io lo avevo scritto prima che esplodesse lo scandalo, del quale sono stufa di sentir parlare. Ci siamo forse dimenticati dello slogan delle femministe il corpo è mio e ne faccio quello che voglio? E allora di cosa stiamo parlando? E se erano uomini malati, e credo lo fossero, perché non li hanno denunciati? Fermo restando che è da stupidi affermare che tutti gli uomini sono mascalzoni e le donne abusate. Anche perché l’amore è una cosa complicata, da mettere alla prova in continuazione”. 
Un lavoro, Uomini, che è anche l’occasione di ripercorrere una parte del privato dell’autrice, quello stesso che tempo fa lei stessa aveva avuto modo di raccontarci. E così eccola, ad esempio, parlarci del signor G., ovvero Giorgio Gaber, che spesso provava le sue canzoni, che poi sarebbero diventate famose, nel salotto della sua casa che si affacciava sulla “Chiesa delle Grazie” (“Seduti a terra davanti al camino con un vassoio di salumi, formaggio e pane”), mentre il suo bambino dormiva beato. Già, suo figlio. Un’altra occasione per farci partecipe del suo lavoro, messo momentaneamente da parte per far fronte alla maternità. Ovviamente in seguito sarebbe tornata davanti alle telecamere. 
Almeno sino a quando, e qui arricchiamo di altri particolari quanto riportato nel libro, “decisi di fare una pubblicità per i Pavesini. Il mega-direttore mi mandò a chiamare e mi disse che non potevo. E io gli ribattei che me ne sarei andata, visto che con sei Caroselli avrei guadagnato più di quello che la Rai mi avrebbe pagato in dieci anni. Ci lasciammo comunque bene, tanto è vero che venni richiamata per rimpiazzare il presentatore di una trasmissione per ragazzi che aveva dato forfait all’ultimo momento. Accettai e andai in onda a braccio. Risultato? Un successo, tanto che mi affidarono il programma Avventure in libreria, trasmissione che avrei guidato per cinque o sei anni. E in totale sarebbe state 24 le primavere trascorse in Rai”. 
Detto questo, alcune note conclusive su Uomini: un libro che condanna i maschi che si considerano solo portatori di virilità; che punta il dito sulle donne crocerossine in attesa del passare del tempo (“Il mio matrimonio - con Vitaliano Damioli, uno dei grandi della pubblicità italiana che ho sposato nel 1955 dopo averlo conosciuto otto anni prima - ha cominciato a essere felice dopo i settant’anni”); che cattura, intriga e induce alla riflessione. Può bastare come suggerimento per l’acquisto?

(riproduzione riservata)