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La tragica giornata di Renzi e la sua... rottamazione


05/03/2018

di Sandro Vacchi


Domenica 4 marzo è stata la giornata più tragica nella vita di Matteo Renzi. La morte improvvisa, assurda, sconvolgente, del capitano della sua amata Fiorentina si è accompagnata alla disintegrazione del Partito Democratico alle elezioni politiche. E come mai prima era stato sospeso il campionato di calcio a causa della scomparsa di un giocatore, così mai si era sgretolato un partito che un tempo si chiamava PCI. 
Il numero 4 porta evidentemente molta sfortuna al Bullo Rottamatore, che il 4 dicembre 2016 andò incontro a un'altra débâcle storica come quella sul referendum costituzionale. Sarebbe stato molto, ma molto meglio, per lui e i suoi accoliti del Giglio Magico, che avesse rispettato la promessa di dimettersi dalla politica in caso di sconfitta: almeno non si troverebbe sull'orlo della fossa come oggi. 
L'autocritica non fa parte delle abitudini del superbo Renzi, il quale non sa nemmeno quale partito aveva fra le mani: i comunisti non perdonano, lo sappia, e loro sono comunisti. Non ha voluto farsi da parte? A mezzogiorno di lunedì ha rassegnato le dimissioni, costretto o meno: il Rottamatore è stato rottamato, e chissà, che senza il ribaldo che l'ha distrutto, il Pd non sappia recuperare un minimo di serietà. Altroché Il Giglio Magico! Ma la serietà di Renzi quando rassegna le dimissioni è conclamata: tempo mezz'ora e il suo portavoce ha detto che non gli risultava niente. In serata, finalmente, il Pinocchio Fiorentino si è levato dagli zebedei, e il trionfo di Destra e Cinque Stelle è stato completo, ma una fitta schiera di compagni ha brindato come se fosse resuscitato Enrico Berlinguer.
Hanno sbagliato tutti: i geni della politica, i professionisti del potere, gli ispiratori del 90 per cento degli organi di stampa e delle opinioni di chi conta, i rappresentanti del popolo che mai prima sono stati tanto distanti dal popolo stesso. Un popolo ormai passato armi e bagagli ai partiti della protesta: contro l'Europa che ci massacra, contro l'euro, contro l'alta finanza che pretende di dominare le democrazie, contro l'impoverimento di elettori considerati carne da macello e bancomat a cui prelevare tasse che vanno a foraggiare in gran parte un esercito di mantenuti, di gente senza diritti che continua a sbarcare in quello che ritiene il Paese dei balocchi, di cooperative di accoglienza. 
Inutile rievocare la legge Fornero, il jobs act, l'immigrazione incontrollata, le pensioni tagliate, il Pil drogato dai lavori precari, la sicurezza annientata... L'Italia l'ha fatta pagare a una sinistra che da anni sinistra non è più, avendo passato la mano a chi considera destra, tacciata di populismo e fascismo. Eh, sono tanti i camerati, in Italia, vero? Casa Pound non è arrivata all'uno per cento, a dimostrazione di che cos'è in realtà il “pericolo nero” tanto paventato dal Pd e dalla Boldrini, puniti come soltanto loro non si attendevano. 
Cinque Stelle e Lega hanno messo insieme, invece, il 55 per cento, perché l'Italia è piena di malcontenti, di gente che non ne può più, di una classe media e di un vecchio proletariato che si sentono presi per i fondelli dagli Ottimati, da coloro che credono di sapere tutto, che da anni pretendono di dargliela a bere, e che da altrettanti anni si manifestano spesso come profittatori attaccati alle poltrone, comandati da Bruxelles, Berlino e alta finanza. 
Eppure c'è gente che non demorde e trasuda bile dopo i risultati elettorali. Il TG2 lunedì mattina era in collegamento con la sede della Lega a Milano. Matteo Salvini ha cominciato a parlare e la conduttrice gli ha lasciato la parola per meno di cento secondi, un minuto e mezzo, per dare la linea a tale Fabrizio Frullani, giornalista Rai che da via Bellerio non ha fatto parlare Salvini agli italiani, ma ha riassunto alla svelta quanto Salvini diceva. Sarebbe andata allo stesso modo se avesse vinto Renzi? Sì, addio! 
La Lega è arrivata al 18 per cento, quadruplicando e oltre i consensi dal 2013, ed è a un passo dal Pd tracollato sotto il 19 per cento. 
Salvini ha ringraziato gli elettori che gli hanno chiesto di prendere per mano il Paese e di liberarlo dall'insicurezza, portando la Lega a crescere anche più dei Cinque Stelle che, in assoluto, sono i trionfatori delle elezioni. 
Le cifre della Lega sono di valore assoluto, e non solamente al Nord: a Reggio Calabria ha preso il 6 per cento, a Cagliari quasi il 12, a Pisa il 20, a Viterbo quasi il 19, all'Aquila il 18. E il 21,5 per cento a Macerata, dove tre nigeriani hanno fatto a pezzi una ragazza, nel silenzio vergognoso di Pd, Boldrini e femministe. 
«Se i Cinque Stelle andranno oltre il 30 per cento e la Lega supererà Berlusconi, allora entreremo in un altro mondo», commentava a “Porta a Porta” Alfredo D'Attorre, fuoruscito del Pd in Liberi e Uguali di Grasso e Boldrini. Era elegante, il suo bell'orologio di marca, posato, un novello Gianni Cuperlo: un vero compagno-champagne. Beh, caro Alfredo, lei è entrato nel nuovo mondo, il suo è finito e lei non se n'è nemmeno accorto. 
Questi sono i signorini che hanno governato fino a ieri, che analizzavano, pensavano, ponderavano, che schifavano Giorgia Meloni in quanto donna delle periferie, delle trattorie e delle palestre, e lei ben onorata. Si definiscono compagni e di sinistra, espongono Che Guevara ma trattano con i banchieri e baciano la pantofola alla Merkel. Nessuno è invece più di loro lontano dagli elettori, che sono andati a votare numerosi dopo anni di astensioni: non ne potevano più. 
L'Italia non ne poteva più delle falsificazioni, della dittatura della finanza, del foraggiamento delle banche degli amici, dell'intromissione di George Soros nell'immigrazione, nell'occupazione di intere città da parte di clandestini. Ci voleva tanto a capire che Lega e Grillini, promettendo di proteggere gli italiani, li avrebbero attirati più di chi invece li metteva in guardia dai fascisti, e semmai dai templari e dai marziani? Non ci voleva niente, ma il PD è fuori dalla storia e lontano da tutto quello che sa di popolo, come questa testata va denunciando da anni. 
Dopo quattro governi non eletti da nessun italiano si dovrebbe andare – il condizionale è d'obbligo – verso un esecutivo finalmente eletto. 
I Cinque Stelle hanno abbondantemente sfondato quota 30 per cento: roba da DC e PCI degli anni Sessanta e Settanta, e i Grillini sono nati soltanto pochi anni fa. Ci volevano dei geni per capire che, se un elettore su tre sceglie i Cinque Stelle con tutte le loro lacune, il malcontento serpeggia? Eppure i “più intelligenti” non l'hanno capito, sono rimasti arroccati al Nazareno, sbeffeggiavano i leghisti “ignoranti”, la Meloni “coatta”… Bravi, proprio bravi! Il risultato è che i Cinque Stelle hanno, tanto per citare un solo numero, il 27 per cento dei consensi in Emilia-Romagna: la roccaforte rossa è caduta, il mondo è cambiato, e D'Attorre ha ragione, questo è un altro mondo. 
La palla passa a Sergio Mattarella, che non simpatizza certo per i Grillini. Chi governerà? Nessuno ha i numeri, anche se il centro-destra ha più seggi degli stessi vincitori assoluti Cinque Stelle. Luigi Di Maio ha detto che è disposto a discutere con tutte le forze politiche, ma non sarà mai premier con l'appoggio di Berlusconi. 
E con quello di Salvini? Il capo della Lega aveva detto, poche ore prima del voto, che si augurava una certa tenuta del PD per non dare troppo vantaggio ai Cinque Stelle con tutte le loro lacune dimostrate nel governo delle città. Allora? Se Renzi si dimetterà davvero, un PD “pentito” e ravveduto, capace di andare a Canossa, umilmente, abbandonando una volta per tutte la stagione renziana, potrebbe rientrare in gioco con il centro-destra per un governo di unità nazionale. 
Alla faccia di Corrado Augias, che a poche ore dallo scrutinio per lui sconvolgente si meravigliava del trionfo dei due partiti antisistema. Ma sistematevi il cervello! 

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