Share |

L’ultima magia di Andrea Camilleri, l’autore che ha segnato il destino editoriale della Sellerio

In scena il commissario Montalbano alle prese con due delitti e una tormentosa ossessione. Storie vincenti anche per Joe R. Lansdale e il rimpianto Tom Clancy


05/10/2020

di Mauro Castelli


A parlarci in presa diretta degli inizi di Andrea Camilleri, il prolifico autore che ha segnato come pochi altri la storia della narrativa di settore in Italia, peraltro scomparso poco più di un anno fa, era stata Elvira Giorgianni Sellerio, la “signora dei gioielli di carta”, brillante figlia dell’alta borghesia siciliana (il padre Franco rivestiva a Palermo il ruolo di prefetto mentre la nonna era una ricca proprietaria terriera). Colei che, avendone intuito le potenzialità, lo aveva sostenuto nelle sue prime uscite in libreria, in quel periodo decisamente avare di vendite. 
Come andò mi fa piacere ricordarlo. Mi ero recato a Palermo, nella primavera di vent’anni fa, per intervistarla nell’ambito di un libro che stavo scrivendo, Questa Italia siamo noi con prefazione dell’allora presidente della Commissione europea Romano Prodi, dedicato a imprenditori dei più diversi settori che avevano scalato la strada del successo. Numeri uno saliti alla ribalta internazionale, come Alberto Bombassei, Luigi Cremonini, Leonardo Del Vecchio, Achille Maramotti, Luigi Lucchini, Romano Minozzi, Sergio Pininfarina e Renzo Rosso, ma anche figure di primo piano in settori di nicchia. 
Come appunto nel caso della Sellerio, che a dispetto di tutto e di tutti era riuscita a ritagliarsi un posto di prestigio nel mondo dei libri che contano. Senza darsi mai per vinta, soprattutto nei momenti difficili, che pure avevano accompagnato il suo lungo cammino imprenditoriale all’insegna di raffinate scelte editoriale. Collocandola nell’Olimpo della più grande fra le piccole case editrici (Ma cosa si intende per grande e cosa per piccolo?). Il tutto all’insegna di autori che hanno lasciato il segno nella storia della letteratura italiana: da Sciascia a Tabucchi, da Bufalino a Luisa Adorni, Anny Messina e molti altri. 
Sarebbe stato comunque l’incontro con Andrea Camilleri, sia pure con un impatto vincente in ritardo di un sacco di anni, a scandire il ritmo del suo successo. “A presentarmelo - ebbe modo di raccontarmi - era stato Leonardo Sciascia nel 1984. E a seguire gli avrei pubblicato i primi libri in un momento, per me, di grande povertà. Continuando a concedergli fiducia nonostante le vendite non fossero un granché. Il boom sarebbe per contro arrivato - come manna dal cielo - in un periodo oltremodo delicato, quando le banche mi avevano detto basta, ero nei guai sino al collo e avevo intenzione di chiudere bottega”. Insomma, una bella boccata di ossigeno, peraltro ben ripagata. In seguito, infatti, pur vantando un diritto di prelazione sui suoi lavori, da vera signora e in segno di correttezza e amicizia, Elvira gli avrebbe concesso di pubblicare i suoi romanzi anche con altri importanti editori. 
Già, Elvira Sellerio, che amo ricordare come una donna dai tratti aristocratici, il sorriso accattivante di una ragazza, mai un filo di trucco, i capelli più sul bianco che sul grigio, una sigaretta dietro l’altra (un difetto dobbiamo pure accreditarglielo), schietta come pochi nel raccontarsi. Ricordando di quando, ad appena 16 anni, dopo essersi portata casa la maturità classica, aveva deciso di mettersi a lavorare a dispetto delle resistenze paterne. Arrivando a dare voce alle Edizioni Sellerio nel 1971 in tandem con il marito Enzo Sellerio (dal quale si sarebbe poi separata nel 1981), un grande intellettuale dalle amicizie importanti (“Mi ispirava un senso di protezione, ma anche di inferiorità”). 
Ma torniamo a Camilleri. Le prime uscite non ebbero riscontri significativi, dalle 400 alle 700 copie vendute o poco più. “Tanto è vero che ci rimettevo. Ma io credevo in lui. Ma ne sarei stata ripagata alla grande con l’avvento televisivo della serie dedicata al commissario Montalbano”. Sta di fatto che, con la sua firma, sarebbero state ben 32 le indagini del poliziotto vigatese portate sugli scaffali. L’ultima delle quali, Riccardino (pagg. 292, euro 15,00), è arrivata da poco nelle librerie. 
Una storia, come da nota dell’autore (peraltro dedicata a Elvira Sellerio, la sua “amica del cuore”), scritta fra il luglio 2004 e l’agosto 2005 e totalmente inventata. In altre parole “nessun personaggio - aveva avuto modo di precisare - può essere ricondotto a persone realmente esistenti. Lo stesso vale per le situazioni, le intestazioni delle ditte e delle banche, i cognomi. Il contesto invece no, quello purtroppo esiste”. 
Poi nel novembre 2016, a 91 anni compiuti, “sorpreso di essere ancora vivo e di avere ancora voglia di scrivere nonostante i problemi alla vista, ho pensato fosse giusto dargli una sistemata. Senza cambiare nulla della trama, ma aggiornando la lingua locale che nel frattempo si era andata evolvendo”. Per poi aggiungere: “Come risulta evidente il titolo di questo libro è anomalo rispetto a tutti gli altri della serie: infatti Riccardino era per me un titolo provvisorio e mi ero ripromesso di cambiarlo quando sarebbe arrivata l’ora della pubblicazione. Giunto però a questo punto ho preferito che rimanesse tale in quanto nel frattempo mi ci ero affezionato”. 
In quest’ultima avventura il commissario Montalbano - riprendiamo pari pari dalle raffinate note firmate da Salvatore Silvano Nigro - deve sgrovigliare un nuovo caso, il suo ultimo appunto. C’è stato un omicidio. La vittima è il giovane direttore della filiale vigatese della Banca Regionale. Testimoni dell’esecuzione sono tre amici intimi del morto. I quattro hanno condiviso tutto, persino il non condivisibile della vita familiare. Sono stati uno per tutti, tutti per uno: come quattro moschettieri. Il caso sembra di ovvia lettura. Ma contro ogni evidenza, e contro tutti, Montalbano è arrivato alla conclusione che nulla è, in quell’omicidio, ciò che appare. Aguzza quindi lo sguardo. Segue itinerari mentali irti. Analizza e connette. Allarga le indagini. 
E così incappa in personaggi pittoreschi (un uomo-lombrico e una donna cannone capace di avvolgerlo nelle sue voluminose rotondità) e inciampa in un secondo delitto. La svolta è assicurata, eclatante e insospettabile. Si è ritrovato in una pensosa solitudine, Montalbano. Livia è lontana, lontanissima. Augello è assente, per motivi di famiglia. Il commissario ha però la collaborazione intensa dell’anagrafologo Fazio. E usa spesso come spalla teatrale il fracassoso Catarella, con le sue sovreccitazioni reverenziali. 
In buona sostanza molte cose sgomentano i pensieri del nostro commissario in questo romanzo. Gli danno insofferenza, malessere, qualche tormentosa ossessione. Lo stancano. Lo indispongono. Eppure il suo stile investigativo è sempre lo stesso, sorvegliatissimo, sfrontato. Fra sceneggiate, sfunnapedi, sconcichi: giostre verbali e scatti sagaci, a sorpresa. 
Montalbano, come Personaggio del romanzo - scrive ancora Nigro - ha dovuto sostenere un confronto impari con l’Attore che lo impersona in televisione (il “gemello” può contare su un pubblico assai più numeroso di quello del Personaggio letterario; e poi sa sempre quello che avviene dopo nella vicenda, mentre lui, Personaggio che consiste nella storia, deve di volta in volta improvvisare, azzardare e scommettersi). Per non parlare dell’Autore ottantenne che sta scrivendo “la storia” che il Personaggio “sta vivendo”; e vorrebbe scriverla a modo suo: come romanzo. Montalbano vuole invece vivere la sua vita, in quanto vita. E lo scontro ha accenti pirandelliani...


A seguire un nuovo romanzo firmato da uno dei più geniale autori di crime contemporaneo, lo statunitense Joe R. Lansdale (dove quella R puntata sta per Richard in abbinata, come da anagrafe, ad Harold), nato a Gladewater, in Texas, il 28 ottobre 1951, anche se cresciuto nella vicina Nacogdoches (cittadina dove tuttora vive con la moglie Karen, a sua volta scrittrice, e i due figli Keith e Kasey). E lì aveva appreso dal padre i primi rudimenti di boxe e wrestling, in seguito supportati da corsi di judo, tanto “per sapersi difendere nel caso servisse”. 
Di fatto una penna fantasiosa e divagante, capace di addentrandosi fra le pieghe di un Paese “dove la violenza è una moneta di scambio pericolosamente diffusa”. Senza privarsi del gusto di giocare a rimpiattino con investigatori sgangherati, reporter donnaioli, cacciatrici di taglie dalla pistola facile. 
Lui lettore accanito di libri di ogni genere, dotato di una robusta passione per i fumetti e i B-movie; lui capace di spaziare dal gotico alla fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal noir (spesso caratterizzato da una forte connotazione violenta) alle storie western; lui soprattutto autore di una marea di romanzi (tre dei quali, dedicati alla serie Mark Stone, firmati con lo pseudonimo di Jack Buchanan), di due trilogie, duecento e passa racconti, diverse storie a fumetti, non pochi lavori horror (“Strada facendo mi sono nutrito si storie di zombie e di vampiri”), nonché testi per la televisione e sceneggiature per il cinema (ha collaborato ad esempio con Ridley Scott, pur definendo la scrittura per il grande schermo una scrittura giocattolo). 
E ancora: lui che non manca di addentrarsi, senza fare sconti, fra le pieghe di un Paese “dove la violenza è una moneta di scambio pericolosamente diffusa”. E lo ha fatto, e lo continua a fare, dando voce a canovacci intrisi di dialoghi amari e graffianti, di colpi di scena a ripetizione, ma soprattutto regalando ai lettori protagonisti unici, ferma restando “una vicinanza alla realtà forse più stretta di quanto si possa immaginare”.  
Joe R. Lansdale, si diceva, che ora torna sui nostri scaffali, sempre per i tipi della Einaudi (il suo editore italiano di riferimento con oltre venti titoli all’attivo), con Una Cadillac rosso fuoco (pagg. 264, euro 17,50, traduzione di Manuela Francescon). Un romanzo incentrato su un rivenditore di auto usate con una vita da schifo che si ritrova ad avere a che fare con una donna esasperata dal marito violento e ubriacone. Il tutto a fronte di un’unica, folle e violenta, via di uscita. 
Come da trama, Ed Edwards lavora nel business delle auto di seconda mano. Un settore - niente di nuovo sotto il sole - fatto di contachilometri truccati, catorci arrugginiti e l’idea che debba essere il cliente a non farsi fregare (salvo poi - come il protagonista racconta in prima persona - finire per prenderne a pugni diversi che si lamentano). 
Oppresso da una madre alcolizzata, che non perde occasione per farlo sentire un fallito, Ed aspetta soltanto l’occasione giusta per… svoltare. Cosí, quando si ritrova a pignorare una Cadillac nuova di zecca che i proprietari hanno smesso di pagare, il suo momento sembra arrivato: la Caddy è di Frank Craig e del suo schianto di moglie Nancy, proprietari di un drive-in e di un cimitero per animali. La quale Nancy, stufa del marito capace soltanto di alzare il gomito e desiderosa di rifarsi una vita, propone a Ed - con il quale era finita a letto al secondo incontro - di uccidere Frank, riscuotere la loro assicurazione e gestire insieme gli affari. Di fatto un’offerta allettante, ma Ed avrà veramente il fegato di andare sino in fondo? 
Detto del libro, di piacevole quanto intrigante lettura, altre brevi note sul vissuto di Lansdale, che a vent’anni aveva affiancato la madre nella scrittura di un apprezzato articolo di argomento botanico. Sta di fatto che, avendoci trovato gusto, in seguito si sarebbe dedicato ai racconti, peraltro svolgendo - per mantenersi - diversi lavori. Al romanzo sarebbe invece arrivato nel 1980 con Act of Love: un libro accolto favorevolmente sia dalla critica che dal pubblico dei lettori. Ragion per cui, l’anno successivo, decise di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, spaziando dal gotico alla fantascienza, dalla satira sociale alla narrativa per ragazzi, dal noir (spesso caratterizzato da una forte connotazione violenta) alle storie western. 
Insomma, variazioni a largo raggio che rappresentano la sua specialità e che finiscono per trovare il gradimento di una platea quanto mai allargata di lettori in chissà quanti Paesi. Lavori peraltro tradotti a più riprese anche per il piccolo e grande schermo.   


A questo punto la terza proposta. Di Tom Clancy, un autore capace come pochi altri - era stato lui a contendere a Craig Thomas e Michael Crichton la corona di miglior narratore di tecno-thriller - di mischiare fantasia e attualità, tecnologia e spionaggio, cacce all’uomo e terrorismo, c’è grande rimpianto. Lui abile narratore di avventurose storie inquadrate quasi sempre nel contesto delle zone di guerra medio-orientali, bene e spesso attingendo dai non facili rapporti fra Russia e Stati Uniti. Una penna della quale abbiamo tutti un piacevole ricordo in abbinata a una buona dose di nostalgia. Basti citare bestseller del calibro de La grande fuga dell’Ottobre Rosso, Rainbow Six, La mossa del Drago, Nome in codice: Red Rabbit, I denti della tigre, le serie Giochi di potere, Splinter Cell, Op-Center, Net Force e via dicendo. 
Logico quindi che i suoi ritorni… postumi (era purtroppo scomparso a soli 66 anni il primo ottobre 2013), seppure supportati dalla penna di altri autori (pronti a immedesimarsi nel “maestro” traendo spunto dalle sue straordinarie lezioni narrative), siano accolti ancora con favore dal grande pubblico. 
A tenere alta la sua bandiera sono stati ad esempio Grant Blackwood, Mike Maden e soprattutto Mark Greaney, un autore che lo conosceva bene in quanto lo aveva supportato nella stesura de Il giorno del falco, Scontro frontale, Command Authority, Support and Defend, Comandante supremo, Sfida totale e Clear Shot. Colpo mortale. Un romanzo, quest’ultimo, nel quale era stata proposta l’ennesima avventura dell’ex analista della Cia, John Patrick (“Jack”) Ryan, per la prima volta nel ruolo di presidente degli Stati Uniti. 
Ruolo che Ryan riveste anche in Attacco dal cielo (Rizzoli, pagg. 494, euro 20,00, traduzione di Andrea Russo), una nuova storia firmata dal texano Marc Cameron, un uomo per così dire con le mani in pasta (ha lavorato per quasi trent’anni nelle forze dell’ordine statunitensi ed ha scritto a sua volta diversi romanzi e racconti), amante dell’avventura e della vela, che oggi vive con la moglie in Alaska. Cameron che aveva peraltro già dato voce, per così dire a quattro mani con Clancy, a Potere e Impero
A tenere la scena, nel nostro caso, è la Primavera persiana che sta scuotendo l’Iran. Sui media di tutto il mondo risuonano le parole libertà e democrazia, e i leader occidentali fanno a gara a schierarsi dalla parte del popolo in rivolta. Tutti, a eccezione del presidente degli Stati Uniti. Jack Ryan osserva infatti a distanza l’euforia che accompagna i moti di protesta iraniani, ma deve restare concentrato: in ballo c’è la sopravvivenza stessa del suo Paese. Non bastavano un virus di origine sconosciuta e le violente alluvioni dell’ultimo periodo: la notizia davvero terrorizzante arriva infatti dal Cremlino. Un aereo sovietico carico di missili nucleari è stato dirottato sparendo dai radar. Bisogna pertanto agire in fretta, perché a rischio c’è la stessa sopravvivenza degli Stati Uniti. 
Per una missione di tale peso, l’unico di cui il presidente si fida è suo figlio. Così, Jack Ryan Junior e gli uomini del Campus si ritrovano sulle tracce di un trafficante d’armi pronto a trarre enormi profitti dal collasso del regime degli ayatollah. Mentre la minaccia nucleare si fa sempre più concreta, il presidente non può concedersi passi falsi. Basterebbe un errore, uno solo, per lasciare campo libero a una mente criminale determinata a mettere in ginocchio il mondo. 
Che dire: una avventura costellata di un miriade di ammiccanti personaggi, peraltro riportati a inizio del romanzo a uso e costume del lettore, a fronte di una capacità che ben si sposa con quella per certi versi unica di Tom Clancy, lasciando la bocca buona ai lettori anche più esigenti. Con un intrigante gioco di specchi a fare da sfondo all’adrenalinica storia, che coinvolge il lettore dall’inizio alla fine all’insegna della suspense… 
Ma chi è stato e chi era Tom Clancy, all’anagrafe Thomas Leo Clancy Jr, nato a Baltimora il 12 aprile 1947 da una famiglia cattolica, secondo di tre figli di un postino e di una impiegata di un negozio di credito? Un personaggio per certi versi unico che, dopo aver abbandonato il sogno di una carriera militare per via di una forte miopia, si era dato da fare come assicuratore, per poi debuttare alla grande con il bestseller La grande fuga dell’Ottobre Rosso, travasato nel 1990 in un film di successo dal regista John McTiernan, film interpretato da Sean Connery e Alec Baldwin. 
Lui che - riprendiamo da quanto già scritto - a 22 anni si era sposato con Wanda Thomas King, dalla quale aveva avuto quattro figli: Michelle Bandy, Christine Blocksidge, Kathleen e Thomas Clancy III. Matrimonio finito nel gennaio 1999 per il suo innamoramento con la giornalista Alexandra Marie Llewellyn, sposata sei mesi dopo, che a sua volta gli avrebbe regalato un’altra figlia, Alexis. 
Lui che strada facendo era stato amico di presidenti e di personaggi del mondo che conta; lui che si era spesso vantato del possesso di un carro armato M4 Sherman del 1943 (glielo aveva regalato la sua prima moglie Wanda) nonché del poligono di tiro sotterraneo dove si dilettava a sparare con la sua pistola “italiana”, una Beretta 92FS. Insomma, un uomo per certi versi unico anche nel privato, del quale molti lettori sentono ancora la mancanza.

(riproduzione riservata)