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La vera storia di Joe Petrosino, il poliziotto più famoso della Grande Mela

Stephan Talty si addentra nella vita e nel lavoro di un anti-eroe disposto a tutto pur di combattere la malavita. Sfidando anche il pregiudizio


18/12/2017

di Valentina Zirpoli


Di Joe Petrosino, il più famoso poliziotto di New York, la cui popolarità risulta tuttora allargata a 360 gradi, ne sono state dette di tutti i colori. Arrivando ad abbinare fantasia e realtà, mito e leggenda. Peraltro inquadrandolo nella storia come un personaggio fuori dalle righe, dall’inventiva e dall’intuito unici. Capace di lottare, come pochi altri, contro i pregiudizi dei colleghi, i sospetti dei suoi connazionali e, soprattutto, contro la malavita dilagante. In primis la Società della Mano Nera, un’accozzaglia di piccole gang controllate da immigrati che “condividevano fra loro tattiche e rituali”: non quindi una singola organizzazione - dedita ai rapimenti, alle estorsioni, agli omicidi, alle intimidazioni e agli attentati dinamitardi - anche “se l’opinione pubblica e la stampa del primo Novecento la consideravano tale”. 
Di fatto su questo sorprendente personaggio - la cui vita da romanzo ha tenuto la scena in diversi film, l’ultimo dei quali sta per essere prodotto e interpretato da Leonardo Dicaprio - l’americano Stephan Talty, coautore di Captain Phillips e Granite Mopuntain, ha ricamato un libro intitolato appunto La ManoNera (DeA - Planeta, pagg. 318, euro 17,50, traduzione di Simona Brogli), che per la sua piacevolezza narrativa si propone alla stregua di un intrigante inno alla lettura. 
Con personaggi e contesti tratteggiati alla grande e una scrittura che fila via liscia come l’olio. A fronte di un approfondito lavoro di documentazione, che ha visto l’autore attingere a piene mani all’archivio Petrosino - quello voluto dalla famiglia, la quale nel tempo aveva conservato un’ampia collezione di articoli, ritagli di giornale e documenti privati - nonché dalla lettura di decine di saggi (tutti peraltro citati dall’interessato) che direttamente o indirettamente hanno parlato di questo formidabile detective, al quale le Poste italiane hanno dedicato un francobollo in occasione dei 150 anni dalla nascita. 
Risultato? Per dirla alla stregua del Washington Post, Talty ha dato voce alla “coinvolgente ricostruzione di una brutta e poco nota pagina della storia americana”, ma soprattutto - aggiungiamo noi - ci ha regalato la figura di un uomo in perenne lotta, con tutti i mezzi a disposizione, contro la malavita. Facendoci rivivere la New York degli anni andati come pochi altri hanno saputo fare. Una Grande Mela che nel primo Novecento si proponeva già come “la capitale di mezzo mondo”. E dove, a Ellis Island, gli immigrati sbarcavano a migliaia ogni giorno, facendo lievitare il numero degli abitanti che avrebbero contribuito a “forgiare la formidabile metropoli che conosciamo”. 
Non a caso sarebbe stato in questo brulichio di esistenze che avrebbe attecchito una realtà criminale, nuova e brutale, contro la quale si sarebbe battuto il nostro protagonista, rischiando il tutto per tutto pur di combatterla. Appunto Joe Petrosino, nato come Giuseppe in quel di Padula, in provincia di Salerno, il 30 agosto 1860 in una famiglia modesta, ma non poverissima: tanto è vero che il padre, con il suo lavoro da sarto, era riuscito a far studiare i quattro figli maschi. Quel padre che da emigrante, con famiglia al seguito, era arrivato a New York nel 1873, accasandosi nel sobborgo di Little Italy
E qui il piccolo Giuseppe, per guadagnarsi qualche spicciolo, si sarebbe messo a vendere giornali, studiando nel contempo la lingua inglese. Lui che a diciassette anni avrebbe preso la cittadinanza statunitense con il nome di Joe, facendosi assumere l’anno dopo come netturbino dall’amministrazione newyorkese. Diventando caposquadra proprio quando, una dopo l’altra, erano cominciate ad arrivare in America fitte schiere di emigranti italiani. Un fenomeno che aveva posto le autorità locali di fronte a gravi problemi di ordine pubblico. Perché i poliziotti, quasi tutti ebrei e irlandesi, non riuscivano a capirli né a farsi capire: la qual cosa sarebbe presto degenerata nel proliferare di organizzazioni criminali, che in breve tempo sarebbero arrivate a controllare una parte del quartiere della “Piccola Italia”. 
Ambizioso e determinato, intelligente e grintoso, sicuramente inflessibile, Joe sarebbe in seguito riuscito a entrare nella Polizia (dove sembrava scomparire, lui alto appena un metro e sessanta, di fronte a quei pezzi di marcantonio che erano gli irlandesi), mettendosi di traverso sia con una parte dei suoi sospettosi colleghi, sia con molti connazionali sempre pronti a deriderlo. Ma lui imperterrito a darsi da fare nelle strade sterrate, sporche e degradate, di Lower Manhattan, dove la sua comunità aveva messo radici. E dove sarebbe cominciata anche l’ascesa della citata Mano Nera, la società segreta antesignana del crimine organizzato a stelle e strisce, pronta a seminare il terrore dapprima tra le famiglie degli immigrati e, ben presto, in tutto il resto del Paese. 
“Ma schierato in difesa della gente da un lato, e della sua Patria d’adozione dall’altro, ci sarebbe stato Petrosino, promosso nel frattempo detective, un campione di ingegno e maestro nell’arte del travestimento”. Il quale, supportato dall’assessore Theodore Roosevelt (il futuro presidente degli Stati Uniti) e aiutato dalla sua Italian Squad, un’unità speciale composta unicamente da poliziotti italiani, “avrebbe ingaggiato, contro l’illegalità e la violenza, un’epica battaglia destinata a trasformarlo in leggenda”. E Stephan Tally, questa bella pagina tricolore in terra americana, ha saputo trasformarla in una storia di grande forza descrittiva che poco ha da invidiare a quella di un thriller. 
Solo per la curiosità del lettore, ricordiamo che Petrosino si era sposato con Adelina Saulino, vedova di un suo connazionale, dalla quale aveva avuto nel 1908 una figlia, appena un anno prima della sua prematura scomparsa avvenuta in quel di Palermo, dove si era recato in una missione top secret. Missione purtroppo divulgata da un quotidiano. A fargli lasciare questo mondo - a soli 48 anni e mezzo - quattro colpi di pistola (uno al collo, due alle spalle e uno mortale alla testa) mentre di sera aspettava il tram al capolinea di piazza Marina. Ai suoi funerali newyorkesi parteciparono 250mila persone. Non era mai successo prima. E i suoi due sicari, cose di mafia, non furono mai identificati.

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