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La verità che libera è scoprire che Dio ci ama

Il teologo Alberto Maggi riscopre il Cristianesimo, patrimonio dell’umanità, facendolo tornare a essere fedele all’intenzione del suo fondatore. E ancora una volta, dalla penna di questo scomodo saggista, la Chiesa non ne esce bene


19/10/2020

di Giambattista Pepi


“Sia invece il vostro parlare: Sì, sì e No, no; il più viene dal Maligno”. “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno; ma insegni la via di Dio secondo la verità” e “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. 
La verità. La verità. Ma qual è la verità? La verità è stata rivelata da Gesù, il figlio del Dio vivente, agli uomini perché credendo alla sua parola avessero salva la vita. Egli stesso lo dice. “Io sono la via, la verità e la vita, chi crede in me, vivrà in eterno”. E ancora: “Chi ascolta le mie parole, ascolta la verità”. 
Predicata e testimoniata dagli apostoli, la verità è nei Vangeli (dal latino evangelium, che significa lieto annunzio o buona notizia) che fanno parte del Nuovo Testamento, di cui la Chiesa cristiana è depositaria e che ha il dovere di difendere e di diffondere nel mondo, secondo il mandato ricevuto da San Pietro, l’apostolo prescelto da Gesù, per esserne la guida e il suo Vicario sulla Terra (“Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”). 
Nelle società secolarizzate, percorse dall’ateismo, dall’agnosticismo e dal relativismo, il cristiano è chiamato a confrontarsi con le sfide dell’età contemporanea, che ne mettono a dura prova la fede e ne interrogano la coscienza, che lo sollecitano a prendere posizione, a scegliere rispetto a temi pressanti dell’attualità: l’aborto, il male, Dio, la Chiesa, l’inferno, l’omosessualità, il celibato dei preti. 
Alberto Maggi nel libro La verità ci rende liberi. Conversazioni con Paolo Rodari (Garzanti, pagg. 168, euro 16,00), ci offre un contributo esemplare su come restaurare il patrimonio dell’umanità che è il Cristianesimo facendolo tornare ad essere fedele all’intenzione del fondatore, Gesù, che porta avanti, fino alla morte in croce, il progetto del Padre di manifestare al mondo il suo amore incondizionato e infinito. 
L’autore prende le mosse dai Vangeli canonici di Matteo, Marco e Giovanni, che tracciano tre linee - guida, riassunte nei versetti citati all’inizio dell’articolo, che ci presentano Gesù, ma soprattutto il suo messaggio di amore e di salvezza. A scanso di equivoci, egli, però, avverte subito i lettori che “gli evangelisti non sono cronisti, ma teologi… La loro narrazione della vita di Gesù è interpretata alla luce gloriosa della risurrezione del Cristo, così come la comunità dei discepoli l’ha sperimentata”. E aggiunge che “narrando la passione e la morte di Gesù, gli evangelisti non lo presentano come una vittima da compatire, ma come colui che trasfigura la croce, e, da patibolo infame, lo cambia in trofeo glorioso, trasformando una sconfitta in vittoria”. 
Frate dell’Ordine dei Servi di Maria, teologo e fondatore del Centro di studi biblici “G. Vannucci” a Montefano (Macerata), Alberto Maggi, per chi non lo conoscesse ancora, è una delle “voci” della Chiesa più autorevoli e ascoltate da credenti e non credenti: le sue posizioni, spesso spiazzanti - e i lettori potranno rendersene conto da soli leggendo il libro - fanno discutere e suonano come un pungolo non soltanto ai cristiani ma alla Chiesa cattolica stessa, a mettersi sempre in discussione. Perché, come ripete Papa Francesco, non bisogna avere fiducia di chi non dubita mai. 
Egli interpreta la divulgazione delle Sacre Scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. E, forse per questo, le sue riflessioni, i suoi ragionamenti, le sue interpretazioni hanno diviso, fatto discutere, “scandalizzato” in alcuni ambienti ecclesiastici e tra alcuni teologi più conservatori e tradizionalisti, che continuano a guardare al Vangelo come a un insieme di regole e norme di buona condotta che il cristiano deve osservare se vorrà ricevere in compenso la vita eterna. 
E anche stavolta, diciamolo, la Chiesa non ne esce bene da queste pagine e le sue osservazioni, ne siamo certi, non mancheranno di suscitare polemiche e risentimenti in Vaticano e tra le gerarchie ecclesiastiche. “Il problema - scrive l’autore congedandosi dai lettori - è che la Chiesa arriva sempre in ritardo. Anziché essere la locomotrice dell’umanità, sembra essere l’ultimo carro, per questo fa molta fatica a comprendere i nuovi bisogni e le nuove situazioni e, impaurita, rifiuta, condanna, proibisce. Come un lento pachiderma, poi, arriva, alla fine, ad ammettere quel che prima proibiva, ma è sempre troppo tardi e intanto l’umanità è andata oltre”. 
In questa conversazione con il giornalista Rodari (vaticanista de la Repubblica, nonché studioso di filosofia e teologia), Maggi si racconta con grande sincerità: non mancano ricordi autobiografici, la scoperta della vocazione, gli scontri con le gerarchie ecclesiastiche che gli sono valsi il titolo di “teologo eretico”; e al contempo, da fine biblista, ci offre le sue riflessioni su un Vangelo che troppe volte è stato presentato solamente come un insieme di norme e precetti da rispettare, pena i più tremendi castighi. 
Questa visione e interpretazione del Nuovo Testamento è manichea e anacronistica, perché non coglie il significato e l’autenticità del messaggio del Signore, svia dalla prospettiva che Egli apre per l’umanità, impedisce di afferrare la verità, che è una sola e che può renderci liberi, ma solo a condizione di essere riconosciuta, accettata, condivisa. E qual è la verità? La verità è che io, voi, tutti “in qualunque condizione di vita siamo, valiamo, siamo grandi agli occhi del Padre”. Il quale non ci giudica per ciò che siamo, non ci chiede nulla, “se non di riconoscerci figli, persone amate”. 
Citando il Vangelo di Giovanni, Maggi ci ricorda che “Dio è amore” “e, una volta divelta la barriera che separava gli uomini tra di loro, a causa di norme religiose che si credevano di provenienza divina, mentre non erano altro che dottrine che sono precetti di uomini (Vangelo di Marco), questo amore può finalmente dilagare e raggiungere ogni uomo. Non c’è nessuno, qualunque sia la sua condizione o il suo comportamento, che possa sentirsi escluso da questo amore”. 
In pagine profonde e ricche di gioia, Maggi ci insegna che è soprattutto nei periodi di maggiore difficoltà, quando siamo alle prese con le più dure prove dell’esistenza, che bisogna avere maggiore fiducia nel Figlio dell’uomo, in Gesù Salvatore, e nella vita eterna del suo nuovo Regno. “La verità che libera - scrive Maggi - non è altro che la scoperta dell’amore universale del Padre. Per questo la verità non è un concetto astratto, ma un’esperienza che si acquista nella misura in cui la propria vita è orientata al bene dell’altro”. Attraverso la pratica di questo amore universale si può percepire Dio come Padre e se stessi come figli. E se è vero che la verità rende liberi, è anche vero che l’essere liberi è ciò che sintonizza sempre più con la verità, e permette di accoglierla nella propria vita. 
Per questo, la fede è la risposta degli uomini al dono d’amore che il Padre fa a tutta l’umanità, un Dio che potenzia l’uomo, ne dilata la sua capacità d’amore e lo coinvolge nella sua stessa azione creatrice verso ogni creatura.

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