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La verità completa sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini? “Non è mai venuta a galla. Non ancora, almeno”

Massimo Lugli, giornalista d’inchiesta nonché mano calda della narrativa, ripropone alla sua maniera il caso che aveva sconvolto l’Italia nel novembre 1975. Ricostruendone i fatti, addentrandosi fra i divaganti misteri di Giuseppe Pelosi, evidenziandone peraltro le tante, troppe contraddizioni


11/11/2019

di Massimo Mistero


Una cosa è certa. Quando Massimo Lugli si prende in carico la ricostruzione di un fatto criminoso è come un mastino affamato alle prese con un osso polposo: non lo molla più. E lo ha dimostrato strada facendo, forte anche delle conoscenze che si era fatto in quarant’anni trascorsi nella redazione de la Repubblica come cronista di nera. Nel corso dei quali ha affinato invidiabili doti di investigatore e di segugio a caccia di verità da altri ingiustamente trascurate. 
Ma chi è Massimo Lugli, per i pochi che ancora non lo conoscono? Oltre che una mano calda del giornalismo d’inchiesta, una penna che graffia con realistica crudezza nel campo della narrativa. E la cui corposa produzione, partita con Roma maledetta, si è nutrita di una lunga serie di thriller di successo, come La legge di lupo solitario, L’istinto del lupo (finalista al Premio Strega e vincitore del Controstregati), Il carezzevole, L’adepto, Il guardiano, Gioco perverso, Ossessione proibita, La strada dei delitti, Nel mondo di mezzo, La lama del rasoio, la trilogia Stazione Omicidi, Città a mano armata, Il criminale... 
E dire che i suoi primi approcci autoriali non erano stati dei più felici. Così eccolo raccontare: “A 22 anni scrissi Tre strade, un romanzo meraviglioso che evidentemente tale non era, visto che ce l’ho ancora nel cassetto; quindi a 35 ci riprovai con un gialletto, La lama del rasoio. Risultato? Idem con patate, sin quando la Newton Compton me lo inserì in quella collana che aveva deciso di commercializzare a un prezzo da saldo (99 centesimi). E devo dire che di copie ne vendette davvero parecchie. Ragion per cui mi misi a scrivere sul serio”. 
Risultato? Una capacità per certi versi unica nel dare voce al Male, quel Male che strada facendo ha imparato a conoscere per ragioni di lavoro e al quale, verrebbe da pensare, sembra essersi - narrativamente parlando - affezionato. Lui portatore di una faccia da duro segnata dal tempo e supportata da un carattere sanguigno, che trova sfogo (benché si proponga come uomo di robusta umanità) nella sua vecchia passione per le arti marziali, che tuttora pratica (è infatti cintura nera di karate, oltre che esperto di tai ki kung), in abbinata a quella per le armi, con frequenti puntate al poligono di tiro per tenersi in forma. Insomma, un tipo con il quale non è il caso di mettersi a litigare… 
Lui che si propone diversamente giovane - è infatti nato a Roma il 9 maggio 1955 da una famiglia alto borghese - viaggiando in scooter per le strade della Capitale con tanto di giubbotto in pelle e jeans debitamente strappati; lui capace di intrattenere il pubblico blandendolo con intriganti parole (le sue comparsate televisive lo stanno a dimostrare); lui abile nel catturare il lettore, fidelizzandolo, grazie a uno stile asciutto, aspro e al tempo stesso violento, magari impregnato di una inaspettata amarezza di fondo (“In effetti le mie storie non finiscono mai bene”); lui espressione di un linguaggio che non lascia nulla al caso, che attinge dalla fangosa quotidianità di certi strati sociali (“Il lavoro di cronista mi ha portato a confrontarmi con le più diverse, drammatiche realtà”). 
Il tutto supportato da una grande attenzione per i dettagli che non lascia spazio all’improvvisazione. “Forse perché, essendo un lettore onnivoro, ho imparato dai maestri”. Fermo restando un suo debole dichiarato per Andrea Frediani, Simon Scarrow, Bernard Cornwell, Wilbur Smith (“E non me ne vergogno”), ma soprattutto per Andrea De Carlo. 
Lui capace di ingolosire i suoi fan con una scrittura diretta, dal taglio cinematografico, lasciandoli disarmati e indifesi, trascinandoli in un mondo sporco e minaccioso (“Tratti che ritengo necessari per regalare spessore e suspense ai miei racconti”). Peculiarità che peraltro sparge a piene mani nella ricostruzione, in forma di romanzo, dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini (poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e giornalista, considerato tra i nostri maggiori intellettuali del XX secolo), il cui corpo martoriato venne trovato la mattina del 2 novembre 1975 vicino alla baracche dell’Idroscalo di Roma. 
“Un lavoro - tiene a precisare - frutto della mia voglia di raccontare gli anni Settanta. In realtà in prima battuta avevo pensato al delitto del Circeo, ma era già stato raccontato. Allora perché non puntare il dito su Pasolini, di cui ero e sono grande ammiratore? Con questa scusa ho finito così per raccontarmi per interposta persona. Rivedendomi nel ruolo di un giovane cronista precario, spesso vessato dagli anziani (ma anche supportato, nella realtà, da Ugo Mannoni, insuperabile giornalista, al quale ho dedicato questo libro), alle prese con una specie di classismo alla rovescia, in quanto a molti non andava giù che fossi di buona famiglia. In più con la paura, in quella specie di iniziazione, di non essere riconfermato”. 
In altre parole, “attraverso il ruolo e il comportamento di Marco Corvino, al quale avevo già riservato una particina ne Il carezzevole, il lettore avrà a che fare con il sottoscritto. Peraltro, a quei tempi, alle prese con i malumori dei miei genitori: ero infatti considerato la loro pecora nera della famiglia sia perché non mi ero laureato (una vera tragedia per papà) sia perché mamma - ironizza - non riteneva consono al nostro censo il lavoro di cronista. Salvo poi ricredersi quando il successo avrebbe arriso ai miei primi libri…”. 
E appunto Il giallo Pasolini. Il romanzo di un delitto italiano (pagg. 334, euro 9,90) è l’ultimo lavoro scritto da Massimo Lugli e proposto, come al solito, dalla Newton Compton (“Una casa editrice - assicura - che non ho intenzione di lasciare nemmeno per tutto l’oro del mondo). Una storia che vede in scena, come già detto, Marco Corvino, nella parte - narrativamente parlando - del nostro autore, quando appunto muoveva i primi passi come praticante nella redazione di Paese Sera
Il quale Corvino vorrebbe occuparsi della brutta fine di Pasolini. Ma essendo un pivello alle prime armi nessuno lo prende sul serio. Nemmeno la sua gatta Emma, che sentendosi trascurata gli fa trovare qualche sgradito regalino sulla porta di casa. In effetti gli animali sono sempre piaciuti a Marco (Lugli, per intenderci), che da due anni ha a che fare con un Bull Terrier chiamato Taddeo (“Ed è il terzo fra quelli che ho avuto e amato”), anche se inizialmente aveva avuto a che fare proprio con la gatta Emma. 
Cosa succede nel romanzo è presto detto: nonostante Corvino si trovi emotivamente ingabbiato nei voleri delle gerarchie redazionali non si dà comunque per vinto e decide di indagare per conto suo sulla morte di Pasolini, arrivando a scoprire non pochi lati oscuri della vicenda e a rendersi conto delle molte incongruenze contenute nella versione ufficiale del delitto. 
Sta di fatto che, scavando di qua e di là, verrà a contatto con ambienti e personaggi equivoci, fuorvianti, pericolosi. E rischierà in prima persona quando finirà per inoltrarsi - in un susseguirsi di colpi di scena - in una fitta rete di eventi e circostanze in cui niente è quello che sembra. Perché “dietro le ombre di ogni vicolo si nascondono fosche verità”. 
Insomma, un bel libro che in realtà vuole raccontare un brutto caso, chiuso troppo in fretta. Nel quale Lugli ripercorre i fatti che avrebbero accompagnato quel clamoroso omicidio, partendo dal ritrovamento del corpo e seguendone le indagini volte a rintracciare l’assassino, ben presto identificato in Giuseppe Pelosi, alias “Pino la rana”, rinviato a giudizio il successivo 10 dicembre per omicidio volontario, furto e atti osceni in luogo pubblico (inutile ricordare l’omosessualità di Pasolini). Per poi essere condannato in primo grado, il 26 aprile dell’anno dopo, a 9 anni, 7 mesi, 10 giorni e trentamila lire di multa per tutte le accuse, compreso “l’omicidio volontario in concorso con ignoti”. 
Pena peraltro confermata in Appello, il 4 dicembre successivo, solo per l’imputazione di omicidio. La Corte ritenne infatti “estremamente improbabile che Pelosi potesse avere avuto uno o più complici”. 
Per la cronaca “Pino la rana” ottenne la semilibertà il 26 novembre 1982, seguita dalla libertà condizionata il successivo 18 luglio. Ma, per non farsi mancare nulla, due anni dopo si sarebbe dovuto confrontare con una lunga catena di arresti e scarcerazioni per rapina e furto. 
A conti fatti “una vita allo sbando - tiene a precisare Lugli in una nota - segnata dalla droga e costellata di ritrattazioni e nuove accuse. Ad esempio nel 2005, nel corso della trasmissione Ombre sul giallo, assicurò di non aver partecipato all’aggressione di Pasolini, che sarebbe stato ucciso da tre persone che non conosceva”. E inutile sarebbe stato il tentativo di Nino Marazzita, legale della famiglia Pasolini, di riaprire il caso: la richiesta venne infatti annullata “quando si scoprì che Pelosi era stato pagato per comparire in televisione”. 
E nuovi simili tentativi si sarebbero persi per strada negli anni successivi, alla luce di altri elementi emersi. Sui quali, ovviamente, punta il mirino l’autore in questo intrigante racconto, che si nutre di diverse versioni dei fatti, spesso in contraddizione fra loro, rilasciate appunto da “Pino la rana”. Il quale sarebbe morto per un tumore, a soli 59 anni, il 20 luglio 2017. “Senza avere peraltro mai fornito una ricostruzione credibile di quanto era successo, ivi compresa la sua ultima verità: L’assassino di Pasolini è ancora vivo”. 
Di sicuro, come tiene a precisare Lugli, “l’unica certezza che resta è che la verità completa sull’assassinio di Pier Paolo Pasolini non è mai venuta a galla. Non ancora, almeno…”. Un dubbio che si rifà a una sua personale convinzione: “Quella notte Pelosi non era solo e non fu lui a massacrarlo di botte. Come poteva un ragazzino di 17 anni massacrare Pasolini, più robusto di lui, che ne era uscito con tre costole fratturate, lesioni e ferite su tutto il corpo, mentre lui non portava addosso nemmeno una traccia di sangue? E come poteva aver perso sulla scena del delitto un anello che nemmeno a volerlo si sarebbe riusciti a sfilarglielo dal dito? E di chi erano le impronte di scarpe trovate sul luogo del delitto se non di coloro che alcuni testimoni avevano visto infierire sulla vittima?”. 
Interrogativi legittimi, a conferma che Il giallo Pasolini, pur essendo un romanzo e quindi un’opera di fantasia, si basa su dati giudiziari e di polizia ben ricostruiti dall’autore (del quale è noto il certosino lavoro di ricerca), nonché sulle testimonianze di chi si occupò di quella brutta storia. 
E questo è quanto. Anzi no. Massimo Lugli ci anticipa infatti di essere a metà di un nuovo noir, che sta scrivendo a quattro mani con l’amico Antonio Del Greco (con il quale ha già dato alle stampe Città a mano armata, Il Canaro della Magliana e Quelli cattivi), imbastito su una serie di delitti romani a sfondo sessuale dove a tenere la scena è uno strano serial killer. Ma sarà poi davvero uno solo?  

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