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La vita di Santa Marina, la monaca travestita da uomo

Maria Stelladoro si addentra in una materia scottante, con un richiamo a San Tommaso: “Se una donna vuole servire Cristo dovrà smettere di essere donna”


08/10/2018

di Tancredi Re


La storia di Santa Marina di Bitinia è una storia esemplare, che riassume icasticamente la condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo propria della cultura dominante che si estende anche nell’ambito della religione e della fede.  La cifra che consente di cogliere la diversità da altre storie di sante e martiri non consiste tanto nel fervore della sua fede, o nei miracoli che pure le sono stati nel tempo attribuiti, o per la grande venerazione di cui è alimentato il suo culto sia in Occidente, sia in Oriente, quanto piuttosto la circostanza che avrebbe vissuto come monaca ma vestita da uomo con il nome di Marino quando fu ammessa in un convento di frati. E la cosa curiosa fu che, eccetto il padre, nessuno dei suoi confratelli dubitò mai che frate Marino non fosse in realtà un uomo, ma una donna, se non dopo la sua morte. 
Alla sua vita è dedicato il libro Vita di Santa Marina, la monaca vestita da uomo (Graphe.it, pagg. 84, euro 14,90) scritto da Maria Stelladoro, specialista in paleografia e codicologia greca con all’attivo numerose pubblicazioni scientifiche su riviste specializzate e monografie dedicate a sante e santi tra le quali Agata, Euplio, Lucia, Febronia e Silvestro. 
Marina è il nome di diverse sante e di due modelli agiografici orientali: Santa Marina di Bitinia e Santa Marina (Santa Margherita in Occidente) di Antiochia. Marina di Bitinia è venerata come santa dalla Chiesa Cattolica, da quella ortodossa e da quella copta. Il suo culto, oltreché in Oriente, è piuttosto diffuso anche in Occidente: a Parigi, nonché in diversi comuni italiani come Santa Marina di Milazzo, Santa Marina di Salina (Messina), Ruggiano (Lecce), Ardea (Roma) e Polistena (Reggio Calabria). 
Merita qui riassumere brevemente i passaggi salienti della vita di Santa Marina. Non si sa con certezza dove e quando sia nata. Secondo alcune fonti sarebbe nata in Bitinia, antica regione nella parte nord occidentale dell’Asia Minore, da genitori cristiani nel 725 d. C. che gli diedero come nome Maria. Secondo altre fonti, invece, la monaca sarebbe nata in Libano il 18 luglio 750 d. C. Dopo la morte della madre, il padre, Eugenio, ancora addolorato per la perdita della moglie, decise di ritirarsi in un convento a Canobin, in Libano. Marina in cuor suo era molto triste per la lontananza dell’amato padre. Anche Eugenio soffriva molto. Allora un giorno, recatosi dall’abate, mediante un innocuo stratagemma, disse che a casa aveva un figlio, il quale aveva espresso ripetutamente il desiderio di poter entrare nel convento. 
L’abate, commosso, consentì ad Eugenio di portare il figlio. Eugenio allora partì e prese con sé la figlia. Marina entrò in convento con il nome di frate Marino, vestendosi da uomo, in quanto alle donne era vietato entrare nei monasteri. Non era difficile per Marina dissimulare il proprio sesso: il padre, infatti, le aveva tagliato i lunghi capelli, inoltre i frati vivevano in celle molto buie indossando un grande cappuccio che copriva il loro volto. 
Dopo la morte del padre Marina perseverò nell’ascesi, fino a quando la figlia di un locandiere, messa incinta da un soldato di passaggio, attribuì questa colpa a frate Marino, che nella stessa notte aveva alloggiato nella locanda assieme ad altri due confratelli, per assolvere una commissione ricevuta dall’abate. Il quale, quando seppe dell’accaduto dal padre della ragazza, convocò frate Marino e gliene chiese conto. Invece di provare a discolparsi, visto che chi l’accusava non aveva prove, ne assunse in pieno la responsabilità. 
Davanti a questa ammissione di colpevolezza, l’abate non poté fare altro che espellere dal monastero Marino che si stabilì in una spelonca nelle vicinanze della porta del cenobio. Il locandiere gli portò il bambino della figlia e frate Marino lo nutrì con il latte fornitogli dai pastori del circondario. Dopo tre anni di vita stentata, mosso da pietà e da commozione per la sua fede, l’abate lo riaccolse nel monastero. Solo dopo la morte, al momento del lavaggio della salma, i frati scoprirono la vera identità di frate Marino. In quel frangente la figlia del locandiere, invasa dal demonio, confessò l’inganno e ammise di avere accusato una innocente. 
Rinunciando alle seduzioni del mondo, abbracciando la fede nel Signore, dissimulando il proprio sesso attraverso il ricorso al travestimento, Santa Marina persegue un modello di santità diverso da altre sante e martire della Chiesa cristiana. Si colgono, tuttavia, nella sua storia “varie consonanze” con le vite di altre sante che avrebbero fatto ricorso al travestimento. Come Ilaria/Ilarione, Apollinaria/Doroteo,Eugenia/Eugenio,Eufrosina/Smaragdo,  Anastasia/Anastasio, Teodora/Teodoro, Anna/Eufemiano, Susanna/Govanni, Santa Tecla, discepola di San Paolo fino a giungere a Santa Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans dei francesi. 
Molte vite simili, una matrice comune. Che è l’autrice a riassumere nell’introduzione al volume. “Il fatto di essere state condotte dalla fede, dalla misoginia e dalla inferiorità spirituale delle donne a ricorrere all’escamotage del travestimento per unire le proprie esigenze sacre a quelle profane e potere così avere un minimo di libertà individuale, fedeli al precetto del Vangelo apocrifo di San Tommaso che dice: “Se una donna vuole servire Cristo e tralasciare il mondo materiale, dovrà smettere di essere donna. Allora sarà considerata come un uomo”. 

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