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Le Banche centrali dicono sì a Basilea 4, ma a pagarne dazio saranno ancora i consumatori

Il giro di vite sui requisiti di capitale e di liquidità in materia di vigilanza bancaria, previsto dall’aggiornamento delle regole, presenta agli istituti europei un conto salato: ovvero 120 miliardi di riserve aggiuntive o, in alternativa, la riduzione dei prestiti


13/11/2017

di Giambattista Pepi


La partita sulla revisione delle regole di Basilea 3, meglio nota come Basilea 4, potrebbe essere definita in Zona Cesarini, al più tardi entro dicembre. Intanto un accordo tecnico sul nuovo sistema di norme sui requisiti di capitale e di liquidità del settore bancario mondiale è stato raggiunto il 28 e 29 ottobre a Santiago del Cile dai funzionari del Comitato di Basilea e delle Banche centrali dei 27 maggiori Paesi industrializzati. 
A beneficio dei lettori ricordiamo che il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria è un’organizzazione internazionale istituita dai governatori delle Banche centrali dei dieci Paesi più industrializzati (G10) alla fine del 1974, che opera sotto il patrocinio della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). I membri attuali del Comitato provengono da Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti e da altri 14 Paesi del mondo. 
La ratifica della riforma delle norme di Basilea è attesa, ma non scontata, alla riunione dei Governatori delle Banche centrali l’8 gennaio 2018, sebbene l’implementazione richiederà verosimilmente molto tempo per adeguare gli ordinamenti giuridici degli Stati che saranno chiamati ad adottarla, per cui potrebbe diventare operativa non prima del 2021 o, addirittura, del 2027. 
Lo scoglio su cui le banche si sono arenate più volte durante i negoziati è stato rappresentato dalla resistenza che le banche nordeuropee hanno mostrato nei confronti dell’ouput floor, ovvero il meccanismo con cui verranno apportate modifiche alle modalità di calcolo degli accantonamenti necessari per una banca, a fronte dei rischi che assume con investimenti e impieghi. Finora, infatti, le banche nordeuropee (svedesi, olandesi, irlandesi, francesi e tedesche) hanno utilizzato modelli interni nel calcolo degli accantonamenti che prevedevano regole meno stringenti rispetto a quelle dei modelli standard, a cui si sono conformate le banche americane e italiane. 
Da quando le regole entreranno in vigore, la situazione cambierà visto che la fissazione della soglia dell’output floor al 72,5% comporterà che anche gli istituti del Nord Europa dovranno adeguare i modelli interni alle regole standard, fattore che potrebbe renderli meno competitivi rispetto alle banche italiane a causa dei maggiori accantonamenti richiesti. In ogni caso l’entrata in vigore delle regole di Basilea 4 presenterà un conto salato per tutti gli istituti di credito europei, stando almeno a un recente report di McKinsey & Company (società statunitense di consulenza strategica con sede a New York) che prevede per le banche del Vecchio continente la necessità di raccogliere un capitale aggiuntivo di 120 miliardi di euro. 
Dal report, stilato lo scorso aprile e che ha preso come riferimento 130 banche europee, emerge di fatto che il CET1 ratio (Common equity tier, cioè il capitale di migliore qualità che dovrà essere accantonato a garanzia degli impieghi effettuati dalle banche) scenderà “dal 13,4 ratio attuale al 9,5%” dopo l’entrata in vigore delle nuove norme. Considerando che le attuali richieste per gli istituti europei sono di un CET1 del 10,4% circa, ciò significa che si verrebbe a creare un ammanco di capitale di 120 miliardi di euro circa. 
Serve, dunque, molto capitale aggiuntivo o la drammatica alternativa di dimezzare lo stock dei crediti concessi a famiglie e imprese. Non proprio una buona notizia per un’economia, quella europea, sicuramente in forte crescita, ma la cui ripresa ha potuto fare affidamento sul credito a buon mercato (cioè a tassi di interesse molto bassi) garantito dalla politica monetaria fortemente espansiva avviata dalla Bce fin dal 2014. Anche perché la revisione delle regole di Basilea si aggiunge a nuovi è più stringenti vincoli sull’esercizio dell’attività creditizia da parte degli intermediari finanziari. 
Si pensi ai nuovi principi contabili Ifrs 9, alla nuova ponderazione del capitale in rapporto al rischio rappresentato dai Titoli di Stato degli Stati periferici dell’area dell’euro, come l’Italia, acquistati e detenuti dalle banche e alla stretta sulla copertura integrale dei crediti deteriorati di “nuova generazione” a partire dal 2018 (ce ne siamo occupati in un precedente articolo pubblicato su queste stesse colonne dal titolo Npl, le banche accelerano. E per il credito con il contagocce non ci sono più alibi).   
Derivano da qui le preoccupazioni non solo dei banchieri centrali, ma anche delle organizzazioni imprenditoriali (Confindustria, Confcommercio e Confesercenti), nonché di una parte della classe politica europea e delle stesse Istituzioni comunitarie. “Dobbiamo rispettare l’accordo di Basilea 3 senza introdurre un aumento dei requisiti di capitale; è importante rispettare questo aspetto!”, ha tenuto a precisare il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis. 
Dello stesso avviso il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, che sta partecipando in prima persona ai lavori del Comitato di Basilea e che ha fatto il punto sul dossier davanti al Comitato Esecutivo dell’Abi. “L’obiettivo principale di questa nuova tornata di riforme è non inasprire i requisiti prudenziali delle banche - ha detto Signorini - ma assicurare una migliore comparabilità tra i requisiti prudenziali, evitando che l’uso dei modelli interni possa determinare un’eccessiva variabilità tra banche nei livelli minimi di capitale richiesti oppure che un uso eccessivamente spinto di questi modelli da parte di alcune banche possa ridurre troppo i requisiti prudenziali”. 
Dura, ma c’era da aspettarselo, la presa di posizione da parte soprattutto delle associazioni di categoria delle banche. “E’ fondamentale che questo accordo non porti ad incrementi generalizzati nella richiesta di capitali ai fini della vigilanza per le banche” ha tenuto a precisare a Economia Italiana.it Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi e presidente del Comitato Esecutivo della Federazione bancaria europea. “Sarebbe inoltre auspicabile - ha aggiunto - che l’accordo non preveda consistenti modifiche del quadro regolamentare, già adesso impegnativo e molto oneroso per le banche”. 
I commentatori, tuttavia, ricordano che dal G20 il Comitato di Basilea aveva ricevuto il mandato di studiare nuove regole che non dovevano prevedere un significativo fabbisogno aggiuntivo di capitale. Pertanto, se il mandato non dovesse essere rispettato, potrebbe cadere l’obbligo dei vari Paesi di adeguarsi alle nuove regole e, senza una legge dello Stato o una direttiva comunitaria, il nuovo accordo Basilea 4 resterebbe non attuato”.                                 

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