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Le avventurose indagini di Perveen Mistry nella Bombay degli anni Venti

Ambientazioni che catturano, personaggi che lasciano il segno, una scrittura esaltante: torna sugli scaffali la multietnica Sujata Massey


17/12/2018

di Valentina Zirpoli


Per chi ancora non la conosce, la scrittura esaltante di Sujata Massey è di quelle destinate ad accalappiare il lettore. Per i temi trattati, di intrigante fantasia; per le ambientazioni, che si rapportano con un tuffo nel passato che non manca di lasciare il segno; per i personaggi di spessore, nuovi quanto ben tratteggiati; per le tematiche sviluppate, partendo dai diritti delle donne (seppure ancora in prospettiva) nella Bombay degli anni Venti (città che oggi, come si sa, è stata ribattezzata Mumbay) sino alle connotazioni multiculturali e multireligiose che fanno da stringente corollario alla trama. 
Trama sulla quale spadroneggiano le avventurose indagini di Perveen Mistry, prima donna avvocato nella città che ha rappresentato il fulcro produttivo di tutta la nazione indiana: non a caso, sino a una quindicina di anni fa, il 40 per cento del Prodotto interno lordo del Paese arrivava da queste parti (ivi compreso un centro atomico e di ricerca all’avanguardia con oltre tremila ricercatori, in buona parte allevati nelle Università a stelle e strisce). 
Considerazioni, queste, che trovano i giusti approfondimenti ne Le vedove di Malabar Hill (Neri Pozza, pagg. 438, euro 18,00, traduzione di Laura Prandino), un romanzo nel quale debutta come investigatrice Perveen Mistry, per il cui personaggio l’autrice si è ispirata alle prime avvocatesse indiane: Cornelia Sorabj di Poona che, dopo aver frequentato legge a Oxford, sarebbe stata la prima a laurearsi in Giurisprudenza nel 1982, e Mithan Tata Lam di Bombay, a sua volta studentessa a Oxford e prima donna a essere ammessa al Foro di Bombay nel 1923, la quale avrebbe avuto un ruolo chiave nella stesura della legge per il suffragio femminile in India, nonché nell’ampliamento della libertà di divorzio. 
“Con un debito di riconoscenza - tiene inoltre a precisare l’autrice - nei confronti di mio marito Anthony che mi ha spinto a scrivere qusto giallo di ambientazione legale. Sopportando, senza mai lamentarsi, le mie assenze legate al lavoro di ricerca” in terra indiana. Trasferte che hanno costretto i figli Pia e Neel “a prendersi le loro responsabilità”. Tanto più che la famiglia Massey abita in quel di Washington. 
Nata in Inghilterra da madre tedesca e padre indiano, Sujata Massey è cresciuta negli Stati Uniti, dove ha frequentato i corsi di scrittura della Johns Hopkins University. Risultato? Un lavoro giornalistico, nel ruolo di reporter, per il Baltimore Evening Sun. A seguire un lungo soggiorno a Tokyo, quindi il primo libro della serie mistery legata al personaggio di Rei Shimura, un lavoro tradotto in 18 Paesi che le sarebbe valso, fra gli altri, l’Agatha Award e l’Edgar Award. 
Ma veniamo al canovaccio de Le vedove di Malabar Hill dove, come accennato, incontriamo per la prima volta (e non sarà certo l’ultima, c’è da scommetterci) Perveen Mistry, abile come pochi altri nel muoversi fra i meandri di una metropoli, Bombay appunto, caratterizzata dai suoni, dagli odori e dai colori di chissà quante comunità che, nel loro insieme, “danno vita a un luogo dell’anima unico e irripetibile”. 
Siamo nel 1921 (ma la storia si dipana su due piani temporali, il secondo dei quali risale al 1916) e Perveen Mistry, figlia di una rispettabile famiglia parsi - per la cronaca i parsi, arrivati in India dalla Persia nell’Ottavo secolo, sono seguaci del Mazdeismo e vivono soprattutto a Mumbai - è da poco entrata a far parte dello studio legale del padre, situato in un elegante edificio nel quartiere del Fort, l’insediamento originario di Bombay. Laureata in legge a Oxford, oltre alle funzioni di procuratore legale, la giovane donna deve svolgere anche quelle di segretaria, traduttrice e contabile. Ma non può certo lamentarsi: nessun altro studio legale in città sarebbe disposto ad assumere un’avvocatessa. 
“Incaricata dal padre di eseguire il testamento di Mr Omar Farid, un ricco musulmano che ha lasciato tre vedove, Perveen si trova al cospetto di tre purdahnashin, donne che non parlano con gli uomini e vivono in isolamento, musulmane ricche e in clausura che potrebbero rappresentare un’eccellente opportunità da un punto di vista professionale. In effetto, sfogliando il carteggio relativo all’eredità, qualcosa di strano salta agli occhi di Perveen: in una lettera scritta in inglese, Faisal Mukri, amministratore dei beni della famiglia Farid, comunica che, su espressa richiesta delle tre donne, la rendita che, secondo le disposizioni patrimoniali, spetterebbe a ognuna di loro, va devoluta a un fondo di beneficienza”. 
Certamente si tratta di una richiesta singolare, “considerato che le tre purdahnashin rinuncerebbero in tal modo ai loro unici mezzi di sostentamento; una richiesta, inoltre, che due delle firme apposte alla lettera, pressoché identiche, rendono a dir poco sospetta. Convinta che le tre vedove stiano subendo il raggiro di un uomo senza scrupoli, Perveen si reca a casa Farid per appurare la veridicità di quel documento. Giunta però nella ricca dimora del defunto Mr Farid, la nostra detective si imbatte nel corpo senza vita di Faisal Mukri. Dalla gola dell’amministratore sporge infatti un coltello argenteo e il sangue inonda la nuca e il collo”. Che anche le tre purdahnashin siano in pericolo di vita?

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