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Le guerre nell’antichità: tante storie che ci dicono molto dell’uomo

In un intrigante saggio Marco Bettalli ci spiega perché nessun greco e nessun romano avrebbe potuto concepire un mondo senza conflitti


18/11/2019

di Tancredi Re


Nelle società dell’antichità la guerra era considerata una parte della vita. La guerra di Troia, le guerre persiane, l’epica lotta di Annibale contro Roma. Nessun greco e nessun romano avrebbero mai potuto concepire un mondo senza guerre come, invece, ha fatto John Lennon, compositore e cantante dei Beatles, ma soprattutto sognatore e pacifista. Più che un’utopia, l’avrebbe ritenuta un’assurdità. Che significato aveva per loro? 
Prova a spiegarcelo Marco Bettalli nel libro Un mondo di ferro. La guerra nell’Antichità (Laterza, pagg. 513, euro 24,00) cercando di farci comprendere la mentalità dei tempi andato, ma trattandola con profondo rispetto. 
La guerra era, a tutti gli effetti, un’attività umana ordinaria, non eccezionale, come coltivare i campi, allevare gli animali, commerciare, produrre manufatti, fare sacrifici agli dei, e quindi era nell’ordine delle cose umane poterne essere coinvolti e soccombere in battaglia o restare invalidi, ma sopravvivere a essa. Le società antiche, insomma, consideravano la guerra un fatto normale, faceva parte del loro mondo, della loro esistenza: non era una cosa astratta, ma concreta. 
A differenza di altri eventi terribili che pure avvenivano in quelle epoche, come i terremoti, le carestie, le inondazioni, le epidemie, la guerra comportava un maggior numero di rischi e di conseguenze: la morte, naturalmente, era la conseguenza più grave, ma anche l’invalidità per le ferite riportate, il saccheggio della propria casa, la distruzione di villaggi e città da parte dei nemici, la riduzione in schiavitù, ma offriva anche notevoli vantaggi ai vincitori, sebbene non sempre. 
I Macedoni diventarono ricchi e civilizzati grazie alle loro sarisse, mentre i Romani, attraverso una lunga serie di battaglie navali e terrestri, conquistarono città e regioni assoggettandone le popolazioni e traendone enormi ricchezze (oro, raccolti, schiavi): creando il più grande Impero dell’Antichità (dalle isole Britanniche al Medio oriente, dalla Normandia all’Africa settentrionale, dalla Spagna alla Grecia). E lo stesso fecero i Greci “inventando” la democrazia, creando le “poleis” e dando vita ad una civiltà colta e raffinata. 
Concepita dai greci e dai romani, ma sviluppata anche da altre grandi civiltà come quella dei macedoni, dei sumeri, degli assiri e dei babilonesi, degli egizi, degli ebrei, quindi dai barbari, dai normanni, dagli arabi, dai turchi, e poi da altri popoli europei ed extra europei, la guerra si è protratta per oltre venti secoli, andando ben oltre lo spartiacque della fine del mondo antico, fino alla prima metà del Novecento, prima di esaurirsi del tutto agli albori del XXI secolo. 
Ma perché noi contemporanei dovremmo studiarla? Perché occorre confrontarci con essa? Che cosa potrebbe insegnarci? 
È lo stesso autore (insegna Storia greca all’Università di Siena ed ha pubblicato, tra gli altri, i volumi Storia greca e Mercenari. Il mestiere delle armi nel mondo greco antico) a rispondere a queste domande nell’introduzione. “Non solo perché essa (la guerra) resuscita continuamente nel linguaggio, nello sport o dove meno te l’aspetti, segno che è una storia che ci appartiene profondamente. Ma anche perché è una storia che ci insegna molte cose sull’uomo e le forme di convivenza che ha sperimentato nel corso dei secoli”. 
In fondo la guerra, fa notare Bettalli, è un modo di esprimersi dell’uomo e un modo assolutamente fondamentale, condiviso da pressoché tutte le società umane conosciute. 
“Il mondo antico era quello che era, né più bello né più brutto del nostro. Era solo diverso, e mi piacerebbe che queste pagine mettessero in risalto un po’ di questa diversità e servissero, almeno in piccola parte, a comprendere l’universo mentale dei suoi abitanti. Non per renderli scioccamente più vicini: ma per lasciarli là dove si trovano, con grande rispetto e, perché no, anche un po’ d’amore”.

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