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Le lacrime di Antonello e dei pittori del quindicesimo secolo

A partire dalla maestria degli artisti fiamminghi, peraltro legata alla loro diversa sensibilità religiosa. In ogni caso sempre dal grande coinvolgimento emotivo. Ma geniali sono state anche le interpretazioni di Andrea Mantegna e Donato Bramante


14/05/2019

di Donatella Gallione Molinari


Antonello da Messina - Ritratto d'uomo (autoritratto)

Chi ha visitato la raffinata mostra di Antonello da Messina (Messina 1430-1479), a palazzo Reale a Milano, è sicuramente rimasto ammaliato dall’intensità dei suoi ritratti di acuta ed enigmatica profondità psicologica, dall’armonia e dalla perfezione formale delle sue opere e dalla luminosa nitidezza dei suoi colori. Avrà inoltre avvertito la perfetta sintesi tra costruzione volumetrico/prospettica italiana e la minuziosa verità pittorica nonché i molteplici effetti di luce dei fiamminghi. E certamente si sarà commosso davanti all’ “Ecce Homo”, quel Cristo dall’espressione desolata e dolente sottolineata dalle lacrime che solcano il suo volto. 
Trasparenti e piene di luce, come vere e proprie perle di dolore, le lacrime sono presenti in tutte le opere di Antonello, relative alla passione di Cristo (purtroppo, le più belle, non sono esposte in questa mostra). Le vediamo sul volto di Gesù flagellato e vilipeso e anche scendere dagli occhi gonfi ed arrossati degli Angeli che sostengono il suo corpo senza vita, come ad esempio nella Pietà al museo del Prado dove un Angioletto, piangente e scarmigliato, non riesce a dominare il suo dolore e la sua angoscia. 
Ed è proprio da queste lacrime che voglio prendere spunto, per evidenziarne altre di importanti pittori della stessa epoca, e dimostrare come esse non siano solo un particolare di secondaria importanza, ma un elemento dal significato molto più profondo. 
Sconosciute, o molto rare, nella pittura italiana di quel periodo, inerente lo stesso tema, le lacrime arrivano immediate e dirette come frecce a colpire la sfera dei nostri sentimenti con fortissima intensità emotiva.


Antonello da Messina: Pietà (1476/78), olio su tavola, particolare, Museo del Prado, Madrid


Antonello da Messina: Ecce homo (1470/75), olio su tavola, particolare, Collegio Alberoni, Piacenza


Antonello da Messina: Cristo alla colonna (1475/79), olio su tavola, particolare, Museo del Louvre, Parigi

Ma chi ha insegnato ad Antonello questa strada che porta così diritta a trafiggere la nostra sensibilità e ci fa sentire partecipi del dolore quasi lo sentissimo sulla nostra pelle? 
I pittori fiamminghi sono stati i grandi maestri di questa particolare pittura, dovuta alla loro diversa sensibilità religiosa di totale ed intima partecipazione e di grande coinvolgimento emotivo del fedele al dolore di Cristo, quando invece, nella maggior parte delle opere del Rinascimento italiano, troviamo al più una sorta di contemplazione dolente, commossa e senza lacrime. 
Le lacrime dei pittori fiamminghi sono abbondanti, gonfie, sembrano quasi solide perché, anche scivolando sui volti, non si disfano: rimangono compatte e conservano la loro forma sferica come gocce di cristallo, ma sono soprattutto piene di luce  e trasparenti, grazie alle numerose e sapienti velature, che si possono ottenere con la pittura ad olio che i pittori fiamminghi, ed anche Antonello,utilizzarono con grande maestria (Con i colori a tempera, molto usati, in quel periodo, nella pittura italiana, era infatti più difficile rendere la trasparenza delle lacrime). 
Questa empatia così forte, questo stretto rapporto fra l’uomo e Dio, uniti dallo stesso dolore, spiega perché l’immagine nei dipinti nordici doveva essere ricca di dettagli molto concreti, reali e minuziosi. Da qui appunto la presenza delle lacrime, in modo che lo spettatore si potesse identificare totalmente con la scena sacra, come se entrasse realmente a far parte di quel dramma. 
La realtà, analitica e piena di particolari, trasmessa nel Rinascimento dai pittori fiamminghi - che evidenziano e illuminano contemporaneamente l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, il lontano e il vicino, utilizzando anche visioni prospettiche e fonti luminose differenti - è molto diversa dalla visione dei pittori del Rinascimento italiano più sintetica, priva di dettagli minuti, meno sentimentale e basata sulla razionalità e su una prospettiva rigorosa e unitaria. 
Per la cronaca Antonello nasce a Messina ma si forma a Napoli, al tempo di Alfonso I d’Aragona, nella bottega di Colantonio che accoglie artisti di varie provenienze, essendo la città punto di incontro di pittori che giungono dalla Spagna, dalla Provenza, dalla Borgogna e specialmente dalle Fiandre, per cui le componenti nordiche prevalgono su quelle italiane. 
Tra le lacrime più belle dei pittori fiamminghi ci sono quelle della Deposizione di Rogier Van der Weyden (Tournai 1400 - Bruxelles 1464), al museo del Prado di Madrid, dove si nota chiaramente come l’artista concentri l’attenzione sui sentimenti e sulle reazioni umane di fronte alla sofferenza e al dolore.


Rogier Van der Weyden: Deposizione dalla croce (1433/35), olio su tavola, particolari: le due Marie, Museo del Prado, Madrid


Rogier Van der Weyden: Deposizione dalla croce (1433/35), olio su tavola, particolari: S. Giovanni e Giuseppe d'Arimatea, Museo del Prado, Madrid

Le lacrime scivolano abbondanti sui volti della Vergine, su quelli delle due Marie e sul volto affranto della Maddalena, ma anche sulle guance di S. Giovanni e di Giuseppe d’Arimatea. 
Anche Andrea Mantegna e Donato Bramante (più conosciuto come architetto) hanno interpretato la passione di Cristo con tragica disperazione, regalandoci lacrime meno copiose, ma molto commoventi. 
Come dimenticare quelle nel dipinto: “Cristo morto” di Andrea Mantegna, (Isola di Carturo, Padova 1430/31- Mantova 1506), alla Pinacoteca di Brera a Milano, che cadono sulle guance rugose di una Madonna vecchia e disperata davanti al corpo livido del figlio, coi piedi e le mani lacerati dai chiodi della crocifissione? (In questo dipinto le lacrime risultano meno trasparenti, essendo l’opera eseguita a tempera).


Andrea Mantegna: Cristo morto (1475/78), tempera su tavola, particolare, Milano - Brera

E come non rimanere scossi dal “Cristo alla colonna” di Donato Bramante, (Fermignano Pesaro 1444 - Roma 1514) sempre a Brera, dai dettagli particolarmente reali come la corda che stringe le carni del braccio, la corona di spine da cui stillano gocce di sangue, ma soprattutto le lacrime che scendono dagli occhi tristissimi di Gesù?


Donato Bramante: Cristo alla colonna (1490 circa), olio / tempera su tavola, particolare, Milano - Brera

Il dolore e la sofferenza sono sentimenti di cui è impastata la vita dell’uomo. Questi straordinari pittori hanno rappresentato il dramma della passione di Cristo, che è assimilabile a quello della vita umana, con accorata partecipazione, facendocelo percepire senza bisogno di parole, attraverso immagini silenziose, ma estremamente eloquenti. E le lacrime, che tanto ci commuovono bagnando i volti sconsolati dei protagonisti di questa tragedia, riescono a portare in superficie il grido muto e disperato della loro anima.

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