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Le note magiche della musica e dell'amicizia ai tempi della Germania nazista

Pierpaolo Vettori - graffiando, blandendo e intrigando a tempo di swing - ci regala un angolo di passato che induce alla riflessione. Con una curiosità al seguito: “Scrivo soltanto con la penna e mai con il computer in quanto…”


30/04/2018

di Massimo Mistero


Una scrittura spiazzante, che graffia e al tempo stesso accarezza, quella di Pierpaolo Vettori. Pronta a centrare, sia pure con il dovuto garbo e una raffinata profondità, temi di peso che non possono lasciare indifferente il lettore, come quelli legati all’amore e all’amicizia, alle leggi razziali e alla guerra. E lo fa, verrebbe da dire, sfruttando la sua anima variegata e inquieta. La stessa che lo ha portato e lo porta a seguire percorsi fuori dagli schemi, attingendo ad esempio dalla sua passione per la musica sino ad arrivare a quella, per altri versi altrettanto creativa, legata alla lavorazione del ferro. Come peraltro da sue precisazioni. 
“È vero, me lo chiedono tutti sino alla noia: di mestiere faccio il fabbro, combattuto fra odio e amore, nel paesino torinese di Druento, dove da dodici anni vivo con mia moglie. E mentre lavoro divago: è come se nella mia mente scolpissi frasi e contesti, per poi travasarli alla sera sulla carta, in quanto scrivo rigorosamente con la penna e mai con il computer: un’abitudine che mi consente di dare respiro a parole più vicine al cuore, più legate al nocciolo del problema”. 
Per la cronaca, Pierpaolo Vettori è nato a Venaria Reale, in provincia di Torino, il 18 aprile 1967 e ha frequentato il Volta, un liceo scientifico elitario sotto la Mole Antonelliana. Ma non fu facile per lui farsi largo nella grande città. “Nel mio piccolo paese non avevo amici, i miei genitori erano onesti lavoratori senza una grande cultura. Mia nonna era addirittura analfabeta, ma voleva a tutti i costi che noi nipoti studiassimo. Per di più soffrivo di attacchi di panico. Ricordo che in quel periodo noi studenti ascoltavamo gli Smiths, sudavamo sul latino di Catullo e cercavamo di risolvere equazioni. Io, più che altro, ascoltavo gli Smiths”. In realtà - tiene però a precisare - “mi davo un gran da fare per stare al passo con gli altri compagni. Faticando parecchio, lo ammetto. Poi da anatroccolo sarei diventato cigno all’università, dove tutto mi riusciva più facile”. Così eccolo laurearsi in Lingue e Letterature straniere all’Università degli Studi del capoluogo piemontese con una tesi su Richard Lester e il cinema della Swinging London. 
Che altro? “Sin da piccolo, sentendo e vedendo rock in televisione, me ne ero innamorato, ritenendolo un mondo giovane e divertente. Così, da autodidatta, mi misi a strimpellare la chitarra. Sta di fatto che nel 1994 avrei costituito i Groovers”, un complesso formato da quattro elementi con i quali (“L’idea di suonare in un locale mi terrorizzava”) avrebbe condotto per cinque anni un programma di intrattenimento e musica su Radio Flash”, oltre a collaborare con i mensili Rumore e Blow Up. Risale per contro al 1999 la pubblicazione dell’album Melalcoholic Angel, prodotto dalla “Beware! Records” e impreziosito dalla copertina disegnata dal musicista britannico Robert Wyatt. Con un’altra curiosità al seguito: “Tutti gli strumenti utilizzati nella registrazione - chitarra, batteria, pianoforte, sassofono… - li suonai io come meglio potevo in quanto, come detto, ero e sono un autodidatta”. 
E per quanto riguarda l’approdo alla narrativa? “La scrittura ha sempre fatto parte della mia vita. Sin dalle medie, infatti, buttavo giù delle cosettine da poco, poi via via migliorate. E grazie allo scrivere qualche mio vecchio fantasma sarebbe rimasto - quasi inconsciamente - attaccato alle pagine”. Peraltro con il ricordo ancora vivo di una ragazza che, nel corso di una presentazione de La vita incerta delle ombre, ebbe a dirgli: “Ho passato un gran brutto periodo, ma la lettura del suo libro mi ha regalato la forza di superare le avversità in quanto in ogni pagina ho avuto la sensazione che parlasse di me…”. 
Ma torniamo al dunque. L’esordio sugli scaffali del nostro autore - un uomo caratterialmente malinconico (visto che “alla realtà e alla vita manca sempre qualcosa”), seppure ami ridere e scherzare - sarebbe avvenuto nel 2011 con il romanzo La notte dei bambini cometa, seguito a distanza di pochi mesi da Le sorelle Soffici, un lavoro benedetto dalla critica specializzata. Il terzo approdo sugli scaffali risale invece al 2014 con il citato La vita incerta delle ombre
Due volte finalista del Premio Italo Calvino, Vettori ha dato ora alle stampe il libro Lanterna per illusionisti (Bompiani, pagg. 228, euro 16,00), un titolo - “Inizialmente avevo proposto Il soffitto viola, ma nella sua cupezza non rendeva l’idea” - che richiama il fatto “che ogni personaggio del libro vede la realtà come la vuole vedere”. 
Si tratta di un romanzo imbastito sulla forte amicizia di due ragazzi in un periodo nero per la Germania, quello nazista compreso fra il 1932 e il 1944. Un periodo che costringe ognuno di noi “a guardarci allo specchio, a svegliarci dal torpore dello spirito che è sempre in agguato per chi vive al sicuro nelle tiepide case del presente”. Con un filo conduttore peraltro legato alla musica, forte di un assolo che lascia il segno. Il tutto legato a una vicenda imbastita su un ragazzo tedesco innamorato di un suo compagno più grande e per di più ebreo. Una storia gentile sviluppata all’insegna di un filo conduttore che si rapporta al fatto che certe persone riescono a fingere persino con se stesse. Giocando sulla figura del grande Max, “l’uomo chiamato in questo romanzo Maximilian Loew”, morto di febbre tifoide il 4 agosto 1944. E fermo restando che la vicenda trova una sua definizione quarant’anni dopo, “quando gli strumenti si riuniscono per l’ultima volta e riprendono il tema iniziale…”. 
In effetti - come accennato - è la musica a tenere banco in questo struggente racconto. A fronte di un’idea rivista in corso d’opera. Ma sentiamo il perché. “Mi capita spesso di pensare a cento incipit di un libro che magari non vedrà mai la luce. Ad esempio nel caso di Lanterna per illusionisti avevo giù scritto 60-70 pagine, che tuttavia non rendevano giustizia al comportamento ondivagante dei miei due protagonisti nel contesto di quel deprecabile periodo storico. Così avrei buttato il tutto in un cestino e mi sarei messo ad approfondire quella scottante tematica. Finendo per imbattermi nel romanzo di un superstite dei campi di concentramento, Fred Wander, che ne Il settimo pozzo racconta dei compagni di prigionia e di come uno di loro, Erich Pechmann, strimpellasse note di jazz mimando il suono degli strumenti. Ad esempio battendo il ritmo su un’assicella di legno, imitando il sassofono chiudendosi il naso… E in questo modo tranquillizzava i compagni portandoli a dimenticare, almeno per un po’, di essere dei prigionieri”. 
Già, il jazz. All’insegna di una considerazione iniziale su un genere rivoluzionario che lascia il segno: “Siamo noi i negri, è chiaro. Gli ebrei, gli italiani... Abbiamo qualcosa in più, ci prude l’anima e non possiamo grattarcela, capisci? È perché sono schiavi, i negri intendo: ma adesso in America si riprenderanno tutto, vedrai. Non si può resistere al jazz, non puoi schiacciare la testa della gente una volta che ha sentito lo swing. Anche se sta zitta, dentro continua a battere il piede a tempo…”. 
In effetti, come da sinossi, il grande Max insegna agli amici una musica “che fa orrore ai nuovi padroni del mondo: appunto il jazz. Max, che ha una sorella fantastica, Kitty, e una camera con il soffitto viola. A sua volta Hans è innamorato di Max e Kitty della loro vita a tempo di swing. Del resto anche sua madre ammira il loro papà, medico appassionato delle teorie di Freud e come lui ebreo. Ma quando lo zio Gerd, un reduce frustrato e violento, decide di educare il nipote come un virgulto della Hitlerjugend, e quando a scuola il carisma del grande Max inizia ad appannarsi in seguito alle leggi razziali, Hans inizia a dubitare di sé: è così facile credere a quello che viene propagandato per le strade e lasciar scivolare nell’ombra Kitty e Max, soli sotto il loro soffitto viola, come in uno dei trucchi per illusionisti dell’ambiguo giocattolaio Fredo...”. 
Detto del libro, intrigante quanto di piacevole lettura, un’ultima annotazione sull’autore, di fatto un lettore onnivoro: “Non saprei da dove cominciare nelle citazioni. I miei interessi spaziano infatti da Joseph Conrad al mio vicino di casa Italo Calvino, da Michele Mari a Dino Buzzati, da Tommaso Landolfi a chissà quanti altri”. D’altra parte, non manca di punzecchiare a sorpresa, i libri “rappresentano una garanzia, una specie di antifurto. Mi hanno infatti scassinato tre volte l’auto rubandomi di tutto, ma mai i libri. Così sono giunto alla conclusione che suoi andare sul sicuro devi puntare su di loro. Se lasci infatti in macchina il portafogli sotto un libro puoi stare tranquillo che non viene spostato. Forse perché negli ultimi vent’anni è stato fatto un lavoro criminale contro la scrittura, con il risultato di aver quasi azzerato il valore della cultura…”. 
Insomma, una penna - quella di Vettori - che non le manda a dire. Magari ironizzando sul lato romantico dello scrivere: “Non è vero che uno si siede, magari di sera, alla scrivania e, bevendosi un caffè, si diverte a dare voce alle sue storie. Scrivere, almeno per me, è faticoso, in quanto non si può viaggiare alla leggera nella fantasia. Le parole hanno infatti un peso, richiedono un impegno psicologico. E soprattutto il risultato deve trovare il consenso del lettore. Soltanto così potrò essere soddisfatto per aver svolto bene il mio lavoro”. Capito che martellate? Chi vuole intendere intenda.

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